Le stesse note accompagnano il treno che scivola silenzioso, seguendo la linea di un orizzonte di cielo e di mare.


Lo stesso viaggio, per la terza volta in pochi mesi. Inevitabile ricordare. E poi confrontare. Resto in silenzio con gli occhi fissi sul mare che da nero diventa azzurro, mentre i primi bagliori dell'alba si confondono con i riflessi sul finestrino.

E come sempre lui parla, dal suo comodo posto dentro al mio cranio. Si comporta come se conoscesse davvero le risposte alle sue domande. A volte è insopportabile.


Sembra che tu abbia percorso un pezzo di strada dall'ultima volta, vero?

Domanda facile. Sì, rispondo con irritazione destinata a crescere. Questo lo vedrebbe chiunque. Tante cose sono cambiate.

E poi penso che non vorrei sentire la domanda successiva. Spero che non la faccia: inutilmente.

Un neurone isolato commenta che la speranza è in effetti assurda, essendo io stesso a farmi le domande, e quindi conoscendo quale sarà la prossima. I sui compagni annuiscono con aria compiaciuta: odio quando fanno così.


Per non dare soddisfazione alle mie presuntuose cellule passo direttamente alla risposta.

Ora ditemi: che c'è di male nelle parole "non lo so?" Perché nessuno si accontenta di quelle tre paroline, quando vengono pronunciate con sincerità, come in questo caso?

Lui naturalmente non fa eccezione: un'altra domanda, sdrucciolevole, di quelle dove ci si fa male. Qualche neurone ridacchia soddisfatto. Piccoli bastardi, avevano previsto anche questa.


Dovreste mettervi nei miei panni. Partite prima dell'alba per tornare indietro soltanto a notte fonda, e mentre fissate la campagna fradicia come un canovaccio ammuffito da un mese di pioggia, il cervello vi si sveglia di malumore e comincia a farvi domande a cui non volete rispondere. Avrei dovuto prendere un altro caffè stamani ma ormai è tardi, sono in trappola.


Reagire, devo reagire. Prenderlo di sorpresa: in fondo è lui che si è appena svegliato.

"Smettila" dico con voce ferma. "Sai benissimo che la colpa è solo tua."

Una vibrazione elettrica si diffonde per un breve istante tutto intorno: devo aver colpito, e secondo le regole, tocca ancora a me.

"Sei tu che hai bisogno di capire sempre tutto: analizzi ogni passaggio, vuoi materiale per  le tue maledette previsioni, e interpreti ogni cacata d'uccello come un segno augurale"


La folla di neuroni freme di eccitazione, agitando i dendriti: non ridete più ora eh, canaglie?

Sono inarrestabile: se non fossi chiuso dentro al mio stesso cranio, avanzerei di uno o due passi, mentre lo inchiodo con l'affondo:

"Se qui c'è qualcuno che non sta bene, quello sei tu. E per meglio rispondere alla tua prima domanda, non me ne importa un accidente di sapere in quale direzione sto andando. Ti dirò una cosa che farai bene ad immagazzinare in uno dei tuoi numerosi anfratti, mio circonvoluto ammasso di gelatina: la strada per me è già una risposta."


Alcuni secondi di silenzio costituiscono un'eternità anche per un cervello come il mio, groviglio di contorsioni che non brilla per rapidità. Sono a disagio. Vederlo lì, con i neuroni che dondolano pigramente gli assoni affusolati, come se cercassero di torcersi le dita.

In fondo rimane un buon diavolo, solo che a volte ha bisogno di essere messo al suo posto, di sentire che non c'è solo lui, dannazione, siamo una squadra, lo sa benissimo.

Si è evoluto per collaborare, non per fare lo stronzo!


Ma non cedo: ne va anche del suo bene. A volte bisogna essere duri con coloro a cui si tiene di più. Quando finalmente si sblocca, capisco subito che siamo sempre amici.


"Sei davvero sicuro?" non sento traccia di provocazione, e non mi difendo più.

"Non lo siamo mai, amico mio. Questo lo sai. "

"Ma dove andiamo, insomma?"

"Lungo la strada che abbiamo trovato."

"E se non portasse da nessuna parte?"


Gli sorrido. Vorrei accarezzarlo a volte, ma penso che gli farei male.

"Allora non esisterebbe."


Un altro giorno di nebbia e pioggia: persino noi abbiamo smesso di contarli. Lui se ne sta tranquillo, ogni tanto mi toglie gli occhi dalla tastiera e li fa indugiare sulle file di alberacci rattrappiti nella foschia.

Lo lascio fare, anche se mi rallenta il lavoro. Non mi importa cosa stia rimuginando, adesso non seguo nemmeno il filo dei miei, di pensieri.

Lo sondo delicatamente, senza farmi sentire: mi ritorna una sensazione lieve di pace, con una puntina indefinibile di amarezza. Va bene: ci vuole sempre un pizzico di contrasto, in ogni sapore.


"Sei sicuro davvero?" ripeto a me stesso, ma stavolta sono veramente solo, lui si guarda i campi allagati e pensa al Tevere in piena.

Sicuro non sono. Se prendessi un foglietto e scrivessi tutte le mie paure stupirei anche il mio cervello, che si vanta di conoscermi bene. Lasciamolo illudere.

Il punto è un altro: sto cominciando a capire che non serve a niente sapere proprio tutto.


Il treno si è fermato di nuovo. In mezzo ad una selvatica campagna, l'orizzonte gonfio di pioggia è chiuso da una muraglia di canne tormentate dal vento.

Arriverò in ritardo, sicuro. Ma avrò lo stesso tempo per un altro caffé, anche se ora non mi serve più tanto, ho fatto pace con me stesso per oggi. Lo prenderò solo per il gusto del sapore, allora.


Gli occhi sono di nuovo in giro, vagano sui campi e sulle nuvole. Lo guardo in silenzio: sembra felice, anche se continua a non capire quasi niente. Se potesse, credo sorriderebbe.

C'è una parola per questo, esito a pronunciarla perché sembra così fragile da frantumarsi al minimo rumore.

No, adesso sbaglio di grosso. Non è affatto fragile: è sulla fiducia che si può poggiare qualcosa di grande.