“Bene, Semel. Sei stanco?”
“No, signor dottore.”
Il ragazzo che aveva risposto era seduto con le gambe a penzoloni sul lettino bianco dello studio del dottor Arzl, primo Normopsicologo dell’ospedale della Città.
Era bruno, poco più basso della media per la sua età, ma la sua zazzera ribelle lo faceva sembrare qualche centimetro più alto.
Il dottore, avvolto in un camice perfettamente lindo, stava seduto dietro ad una massiccia scrivania in mogano, e aveva davanti a sé un voluminoso mucchio di schede; per tutta l’ora precedente, le aveva sfogliate, leggendo a Semel la domanda stampata in alto su ogni pagina, e trascrivendo la sua risposta nel modulo corrispondente.
La trascrizione richiedeva sempre diversi minuti, perché il dottore doveva riempire una serie di caselle colorate con simboli incomprensibili: durante queste pause il ragazzo aveva sbirciato, allungando il collo, i fogli ordinati sulla scrivania, ma non era riuscito a capirci niente e si era subito stancato.
La voce del medico si fece di nuovo sentire, ovattata nella piccola stanza calda: “Abbiamo quasi finito, Semel. Sei pronto per la prossima domanda?”
Lui annuì, stancamente, e prese a dondolare le gambe sospese nel vuoto sotto il lettino.
“Stai fermo, per favore. Le tue reazioni possono essere modificate dall’attività muscolare.”
Con un sospiro, il ragazzo smise di far dondolare le gambe, rinunciando anche a questa misera possibilità di distrazione.
“Cosa pensi dei giardini del tuo quartiere?” Ormai non faceva neanche più caso all’assurdità delle domande che quel noioso dottore gli faceva. Cercando di non sembrare impreparato, Semel disse quello che gli veniva in mente. “Sono belli. Ma mi piacerebbe vedere anche quelli di altre Città. Oppure i prati che crescono liberi dove non ci sono le case.”
Il dottore rimase impassibile, e prese a scrivere furiosamente sulla scheda; il labbro inferiore gli tremava di eccitazione, ma Semel non ci fece caso. Cominciò a sbirciare fuori dalla finestra, dove il sole splendeva abbagliante, e desiderò con tutto se stesso che quell’assurda seduta finisse presto.
“Allora, dottore? Com’è andato l’esame di Semel?”
La donna che aveva parlato era grassa e sudata: stava in piedi, al centro della piccola sala d’aspetto del dottore, e sembrava riempirla tutta. “Si sta rivestendo, adesso. E’ un ragazzo molto particolare, signora.”
“In che senso?”
“I dati che ho raccolto sono ancora incompleti, ma indicano senza dubbio una Deviazione dalla Normalità almeno di 3° livello.”
“Oh mio Dio! Ma lo sa cosa significa?” La donnona adesso era a pochi passi dal medico, che si ritrasse istintivamente indietro. Era alta almeno una spanna in più dello psicologo, e pesante quasi il doppio. Continuando ad avanzare, proseguì la sua arringa: “La scuola del Quartiere non lo vorrà più, e dovremo assumere un Normalizzatore Individuale: lo sa quanto ci verrà a costare una cosa del genere? E poi che ne sarà del suo futuro? Nessuno vorrà sposarlo, e passerà la vita in qualche istituto…”
“Si calmi, signora. Le ho già detto che i miei esami non sono sufficienti per giungere a conclusioni così drastiche.” La frase riuscì a fermare il torrente di parole di lei, e il dottore riprese a respirare normalmente. “Oggi la scienza della Normalizzazione è molto più avanzata di qualche anno fa, e si riescono a riportare nella norma Deviazioni anche molto marcate.”
“Che cosa ci consiglia, dottore? La Commissione Scolastica valuterà Semel lunedì!”
“Parlerò io alla Commissione; fra l’altro per le loro decisioni si baseranno sul mio parere professionale. Ho intenzione di chiedere per Semel l’assegnamento al mio Istituto di Ricerca”.
“Che cosa? E io dovrei permettere che mio figlio diventi una cavia?”
“Ascolti, signora, è una scelta necessaria per il bene del ragazzo.”
Con un gesto deciso, invitò la donna ad accomodarsi su una delle sedie della sala d’aspetto: lei ubbidì istintivamente e si sedette fra i gemiti della plastica che si piegava sotto il suo peso. “Sono convinto di poter curare Semel, ma mi serve tempo per capire a fondo che cosa non va nella sua mente; una settimana di sedute è troppo poco. Ma la Commissione non concederà una proroga di analisi se mi presenterò a loro con i dati che ho adesso; il ragazzo sarebbe sicuramente rinchiuso in una casa di cura, e non ne uscirebbe mai più.”
La madre di Semel ascoltava, senza dire una parola, con gli occhi spalancati per l’indignazione.
“Invece se potessi portarlo nel mio Istituto, con la scusa di poter studiare a fondo il suo caso, ehm… singolare, cercherei di trovare anche la causa della sua anomalia. Allora, dopo averlo studiato a fondo saprei anche come curarlo.”
La donna tentennava, visibilmente incerta. Non si era mai fidata dei dottori, soprattutto degli psicologi: si guardava bene dal dirlo in giro, ma non le andava l’idea che quel pomposo ometto pelato mettesse le mani sul suo bambino.
“Inutile dirle che l’Istituto sarebbe veramente grato a lei e a suo marito per l’opportunità che ci offrireste lasciandoci studiare il caso di Semel: il nostro direttore è un uomo di principi elevati, e saprebbe manifestare la sua gratitudine in maniera tangibile”
“Non dica altro, dottore: per il bene della scienza e di Semel, ci mettiamo nelle sue mani!”
“E nelle tasche dell’Istituto!” pensò il dottore, ma non lo disse, naturalmente: era la più grossa occasione della sua vita, e non l’avrebbe lasciata scappare. Inoltre, era davvero convinto di poter aiutare il ragazzo.
L’Istituto di Ricerca Merg Sort era situato in cima ad una delle colline più alte della Città, ed era circondato anche da un parco di quasi un ettaro. I pazienti, pochi per la verità, erano tutti soggetti con particolari Deviazioni, tutti almeno di 3° livello, per i quali la scienza della Normalizzazione aveva manifestato interesse. Il suo fondatore, il ricco e stimato Normopsicologo Merg Sort, l’aveva creato con lo scopo di poter raccogliere e studiare tutti i casi di Deviazione più interessanti della Città. Da quasi cinquant’anni tutte le più grandi innovazioni nel campo psicologico venivano dagli scienziati che lavoravano nell’istituto, e Trhe Sort, figlio del fondatore e attuale direttore, era all’apice della sua carriera.
Grazie alla sua energica e lungimirante amministrazione, il rispetto e il prestigio dell’istituzione scientifica era aumentato enormemente: Trhe aveva compreso che il segreto era quello di dare alla cittadinanza una immagine nobile dell’Istituto. Ufficialmente, quel luogo era una avanzatissima casa di cura, dove i pazienti senza speranza venivano a volte miracolosamente sanati; i medici che vi lavoravano erano considerati benefattori, che accettavano di prendersi cura dei più grotteschi e gravi fra i deviati. Tutto questo era in parte vero, ma la realtà era molto meno romantica: nell’Istituto si conducevano le più avanzate ricerche, e per ogni paziente che veniva riabilitato, ce n’erano almeno dieci sottoposti ad esami e studi di tutti i generi, logoranti e umilianti. Nel complesso però i pazienti venivano trattati bene, e per molti di loro si concretizzava davvero la possibilità di un miglioramento: per questa fama di cui godeva l’Istituto, i Cittadini più facoltosi non facevano eccessive difficoltà con le altissime spese di degenza. A cinquantaquattro anni, Trhe Sort era uno degli uomini più ricchi della Città, e attribuiva il suo successo soprattutto all’immagine che diffondeva di se: uno scienziato aperto, brillante, e soprattutto un vero benefattore per la cittadinanza. Quando dunque il dottor Arzl entrò nel suo studio, il direttore lo accolse con giovale cordialità; lo fece sedere su una poltroncina in pelle, e lui stesso si accomodò su di un’altra, democraticamente identica, proprio di fronte al suo ospite.
“Dottor Arzl! E’ un vero piacere vederla. Come vanno i suoi studi sull’integrazione deviazionale dei campi cerebrali?”
“Oh, procedono abbastanza bene.” In realtà erano anni che non saltava fuori niente di interessante da quel laboratorio e il direttore lo sapeva benissimo. Arzl però non fece caso alla frecciatina professionale: era troppo interessato ad avere il consenso del direttore per portare il ragazzo all’Istituto.
“Allora, dottore. Quale importante motivo l’ha spinta a venire fin qui? Di solito non si fa vedere spesso così in alto!”
Ignorando nuovamente il sarcasmo, lo psicologo rispose con freddezza: “Credo di avere fra le mani un caso interessante, che potrebbe aprire nuove linee di studio e portare innovazioni preziose alla scienza Normalizzatrice.” Il direttore si fece attento: sebbene detestasse cordialmente il piccolo Normopsicologo, era consapevole delle sue qualità, e capì che Arzl doveva avere fra le mani qualcosa di interessante. Con un sorriso radioso, si sistemò sulla poltrona allungando le gambe, e fece: “Sono tutto per lei, dottore: mi illustri il suo caso.”
“Ecco, si tratta di un ragazzo del Quartiere di St. Micheal. Ha sette anni, si chiama Semel Brott; la Commissione scolastica per la vigilanza sulla Normalità ha identificato in lui delle anomalie, ma soltanto lo scorso anno.”
“Come? Niente rilevazioni pediatriche in precedenza?”
Lo psicologo scosse la testa calva. “Questo è solo uno degli aspetti insoliti della faccenda. Il ragazzo era perfettamente normale fino ad un anno fa: anzi, aveva anche uno sviluppo psicologico precoce, con una intelligenza decisamente superiore alla media della sua età. Poi, quasi da un giorno all’altro, ha cominciato a manifestare delle Deviazioni notevoli.”
“Di che genere?”
“Ecco, questa è la cosa più strana: i casi di Deviazione nell’infanzia sono abbastanza comuni. I bambini hanno una mente vivida, aperta, e il Condizionamento richiede qualche anno prima di essere perfettamente efficace. Ma si tratta quasi sempre di anomalie transitorie che la Commissione riesce a risolvere da sola.”
“Conosco la scienza meglio di lei, dottore. Non si perda nei dettagli, per favore.”
Lo scienziato arrossì percettibilmente, ma si trattenne. “Il caso di questo ragazzo, invece, presenta molti tratti insoliti: prima di tutto, si è manifestato fin da subito come una anomalia di 3° livello…”
“Che cosa? Ne è sicuro?”
“L’analizzatore della Commissione ha dato lo stesso risultato due volte, e anche il mio esame lo conferma.”
“Ma è assurdo! Le anomalie progrediscono lentamente nel tempo, e vengono individuate sempre al primo livello!”
“Questo lo so: ho esaminato tutti i test fatti dall’Ufficio Sanitario del quartiere su Semel, e posso confermare che fino ad un anno fa il ragazzo era perfettamente normale. Poi, da un giorno all’altro, sono cominciate le Deviazioni.”
“Come si sono manifestate?”
“Inizialmente, come anomalie casuali di percezione della realtà: il ragazzo ha cominciato a perdersi nei suoi pensieri anche per diversi minuti; è stato questo che ha spinto i suoi insegnanti ad indagare. In seguito Semel ha cominciato a evidenziare delle alterazioni profonde.”
“Si spieghi, dottore. Non si faccia cavare le parole di bocca” Adesso il direttore era visibilmente eccitato.
“I disegni.”
“Che disegni?”
“Semel faceva dei disegni a scuola, come tutti i ragazzi. Soltanto che lui raffigurava cose assurde: distese di erba, enormi depositi di acqua salata, bestie orrende, insomma soggetti che non esistono in città.”
“Che cosa? E dove diavolo li aveva visti?”
“E’ quello che gli ho chiesto durante il nostro primo colloquio. E lui mi ha risposto che li ha immaginati.”
“Cosa vuol dire?”
“Non lo so esattamente. Semel sembra confuso su questo punto: da quello che sono riuscito a capire nelle prime sedute, pare che sia una specie di allucinazione, però evocata volontariamente.” Il direttore rimase in silenzio. Dopo una pausa di diversi secondi, Arzl continuò il suo resoconto. “La Commissione Scolastica me l’ha affidato con il compito di identificare il suo livello di Deviazione. Penso che intendano toglierlo dalla scuola e affidarlo a qualche Istituto di contenimento, e al punto in cui sono con gli studi sul ragazzo non so come proprio come potrei impedirglielo. Così ho pensato che un soggetto del genere poteva essere un caso ideale per l’Istituto.” “Ci può scommettere, dottore. Non solo, ma pensi anche alla pubblicità: l’Istituto che si prende cura di un povero bambino che all’improvviso impazzisce e fa di tutto per recuperarlo. Questo ragazzino ci farà fare soldi a palate!” E da quel momento, l’Istituto allungò al sua provvidenziale e interessata mano nella vita di Semel Brott.
La sterminata pianura erbosa era sferzata dalle forti raffiche. L’erba si muoveva ondeggiante sotto il soffio gelido del vento del nord, e a tratti i ciuffi si inclinavano e si rialzavano, come un onda nel mare verde in tempesta. Di lontano giungevano a brevi intervalli gli stridenti richiami dei gabbiani, che volteggiavano sopra la testa di Semel ad un’altezza considerevole, per evitare di essere trascinati dalla bufera. Cominciò a camminare controvento, inclinandosi istintivamente in avanti, e proteggendosi gli occhi e il naso con le mani: non sapeva perché si dirigesse da quella parte, si sentiva attratto senza un motivo particolare. All’inizio fece molta fatica, poi si abituò parzialmente a sopportare la spinta imperiosa dell’aria che lo respingeva indietro, e lentamente cominciò a salire una collinetta erbosa, che gli nascondeva la vista dell’orizzonte. Era quasi in cima, quando una voce risuonò nella pianura. “Semel!” Lui si guardò in giro, spaventato, ma non vedeva nessuno. “Semel, svegliati! Svegliati, ragazzo!”
Si trovò in una piccola stanza, verniciata di bianco, disteso su un letto d’ospedale. Subito ricordò di essere all’Istituto, e riconobbe la testa pelata del dottor Arzl, protesa verso di lui. “Cosa stavi facendo?”
“Dormivo, dottore.” Fece Semel con tono di scusa, senza capire perché il medico fosse preoccupato.
“Questo lo so. Ma ti agitavi, borbottavi. Ti senti forse male?”
“No, signore. Stavo solo facendo un bel sogno.”
“Un cosa?”
“Un sogno…” il bambino appariva smarrito, e Arzl cercò di superare il suo stupore per non allarmarlo.
“Capisco. E come si fa un sogno?”
“Beh, non lo so. Non lo faccio apposta: si chiudono gli occhi, ci si addormenta, e poi il sogno arriva.”
Il medico si sedette a fianco del bambino.
“Potresti raccontarmi cosa è successo?”
“Certo. Me lo ricordo molto bene. C’era una grande pianura, tutta piena di erba alta.”
“Vuoi dire un giardino, Semel.”
Il bambino scosse la testa. “No; come un giardino, ma molto, moltissimo più grande. Non era nella Città.”
“Come puoi dirlo?”
“E’ facile, non c’erano le case, le strade, non c’erano le persone. Solo l’erba e il cielo.”
“Semel, ma un posto così non esiste!”
“Sì che esiste. Fuori della Città”
Stavolta lo psichiatra era a bocca aperta. “Cosa vuol dire fuori della Città? La Città non ha un fuori, o un dentro. E’ attorno a noi.”
“Sì, lo so. Ma se io continuo a camminare e camminare, alla fine le case… finiscono, e basta.”
“No, Semel. Questo non è vero: se tu continui a camminare e camminare, ci sono sempre nuove strade, e nuove case. Lo sanno tutti questo.”
“No, dottore. Nel sogno, io cammino e cammino, e dopo un po’ la Città finisce.”
“E cosa c’è dopo?” Suo malgrado, lo psicologo cominciava ad interessarsi alla stranissima allucinazione del ragazzo.
“Oh, tanti posti bellissimi.”
“Quelli che hai disegnato a scuola?” Il bambino annuì. “Ma tu non ci sei mai stato, in quei posti.”
“E’ vero. Però li ho visti in sogno.” Una lunga pausa di silenzio. Fuori dalla finestra, un uccellino si era posato sul davanzale alla ricerca di qualche insetto, e catturò l’attenzione del ragazzo.
“Parlami ancora del tuo sogno, Semel”
“Gliel’ho detto: era in mezzo ad una prateria..”
“Cosa vuol dire prateria?”
“E’ il grande giardino, quello che non ha strade e case e alberi: solo erba.”
“Capisco. E poi?”
“E poi c’era il vento.”
“Il cosa?”
“Sì, come quando uno soffia fortissimo, ma molto più forte di così!” Il bambino emise qualche sbuffo d’aria per spiegarsi.
“E chi era che soffiava così forte?”
“Nessuno! Era l’aria che soffiava, e faceva muovere tutta l’erba, come un mare in tempesta.”
Il dottore si alzò dal letto. “Bene Semel. Ora cerca di riposare, ok? E se fai un altro sogno, più tardi me lo racconterai.” Con un lampo di intuizione, aggiunse: “Magari mi puoi fare un disegno, che ne dici?”
“Davvero? Mi piacerebbe molto disegnare!”
“Oh, sono contento. Allora ti farò portare i colori.”
“Grazie, dottor Az!”
“Arzl, Semel, si dice Arzl. Buon riposo.”
Perplesso, il medico uscì dalla cameretta chiudendo delicatamente la porta dietro di sé, e sempre immerso nei suoi pensieri, passò davanti alla stanza dei custodi. “Che diavolo vorrà dire mare in tempesta?” lo sentirono borbottare fra sé.
“Dottor Arzl, c’è la signora Brott sulla linea 34.”
Con un sospiro, lo psicologo sollevò il ricevitore. Lo accolse una bordata unilaterale di parole, urlate ad un volume assordante: “Come si permette lei di trattarci così? Lo sa chi sono io? Mio marito è il vicepresidente di quartiere; paghiamo un sacco di soldi per la retta di Semel, e abbiamo il diritto di vederlo quando ci pare e piace.”
“Signora Brott! Che piacere sentirla.”
“Non dica sciocchezze. Dov’è mio figlio? Voglio parlarci subito.”
“Al momento sta dormendo, signora. Lo potrà sentire stasera prima di cena.”
“Sono già due giorni che non mi ci fate parlare. Che cosa è successo?”
“Ma non è successo niente! Solo, qui siamo tutti molto impegnati: stiamo facendo a Semel tanti esami, e quindi…”
“Che tipo di esami? Non farete esperimenti su di lui, vero? Mio marito…”
“Ma no, signora Brott, cosa dice! Stiamo solo cercando di aiutare suo figlio. Abbiamo bisogno di tempo e tranquillità, però.”
“Spero per lei che mio figlio stia bene, altrimenti..”
“Ma certo. Come le ho detto, sta riposando. Ho parlato con lui poco fa, ed era tranquillo e rilassato; le assicuro che il suo bambino è in ottime mani.”
“Mi chiami quando si sveglia!”
“Ma certamente. Buona serata, signora Brott.”
La linea fu riappesa senza attendere la risposta della donna. “Dannata balena isterica!” imprecò il dottore. “Ci credo che tuo figlio è matto da legare!”
Poco dopo cena, il bambino si svegliò affamato, e chiese subito da mangiare. Arzl glielo portò personalmente, assieme ad un album di fogli bianchi e una scatola di pastelli, e lui lo ringraziò moltissimo. Il dottore rimase in silenzio mentre Semel mangiava; poi, riposto il piatto e le posate, lo fece sedere al tavolo da disegno. “Perché non provi a disegnare il tuo sogno?”
“Uh-uh!” Fece lui annuendo con il capo, e cominciò a disegnare, fischiettando contento.
Il dottor Arzl era seduto ad un capo della lunga tavola di legno che occupava per intero la sala riunioni dell’Istituto. All’altro capo si trovavano due uomini in camice bianco, chini su un disegno infantile, posato sulla tavola. Il più alto dei due, ruppe il silenzio:
“E’ davvero incredibile!”
“Può dirlo forte, Presidente.” Gli fece eco la voce vellutata del direttore dell’Istituto. “E’ un caso singolare di cui anche noi siamo sconcertati”
“Ma cosa significa questo disegno?” Fritz Reiter, che aveva parlato, era il Presidente del Quartiere dove risiedeva l’Istituto, e capitava ogni volta che c’era qualcosa di veramente importante nell’aria.
Arzl prese la parola: “Questo disegno è stato fatto da Semel, e secondo lui rappresenta qualcosa che ha visto mentre stava dormendo.”
“Come sarebbe? Una allucinazione?”
“In pratica. Semel la chiama sogno, e dice che a volte riesce a far apparire le cose che desidera.”
“Capisco. E questo disegno cosa rappresenta? A me sembrano solo scarabocchi senza senso.”
“Mi perdoni, Presidente, mi sono fatto spiegare dal ragazzo cosa intendesse raffigurare: la macchia verde lui la chiama prateria, e sarebbe una specie di giardino enorme, senza sentieri e senza muretti. Quella azzurra, invece, è il mare, una distesa di acqua salata, sconfinata e profondissima.”
Sort lo interruppe con la sua voce squillante: “Sì, ma cosa significa? Queste cose non esistono, e il ragazzo non può averle viste: come può disegnarle?”
“Lui dice che le ha viste nel sogno, dottore. Oltre la Città”
“Che accidenti vuol dire?”
“Beh, Semel sostiene che camminando a lungo, nel sogno, ad un certo punto non trova più case e vie, ma solo… queste cose.”
“Va bene, ho capito.” Fece il presidente “Ma anche le allucinazioni devono avere una base di realtà; da qualche parte queste immagini devono venire. Come sono entrate nella mente di questo ragazzo?”
Il direttore intervenne: “E’ per questo che abbiamo chiamato il dottor Azrl ad occuparsi del caso. Lui solo può essere in grado di dare una spiegazione a questa cosa.”
“Lo spero.” Pensò lo scienziato.
“Bene.” Fece Arzl alzandosi dalla sedia “Adesso vorrei parlare con il bambino.”
Il colloquio durò oltre due ore, e fu in sostanza una ripetizione dei noiosi test che Semel aveva già pazientemente affrontato all’arrivo nell’Istituto. Alla fine, sia lui che il dottore erano esausti e frustrati. “Bene, Semel. Un’ultima cosa e poi ti lascio in pace: come si può arrivare alla prateria?”
“Non lo so.”
“Ma tu ci sei già stato, non è vero?” Lui scosse con forze la testa. “Ma allora come hai fatto a vederla?”
“Non lo so. E’ stato quando sono stato a vedere il Burrone assieme a papà.”
“Cos’hai fatto?” Esasperato, il bambino si alzò in piedi sul letto. “Adesso basta con le domande. Sono stanco! Voglio vedere la mia mamma!” E cominciò a piangere. Il dottore uscì, lasciando il posto ad una infermiera che entrò a consolare il bambino. “Devo saperne di più su questa cosa” pensò lo scienziato. A passo deciso, si diresse verso il suo ufficio, lo attraversò e raggiunse il telefono. “Signorina” disse nel ricevitore “mi cerchi il numero dell’ufficio di Tee Brott”.
“Sì, dottor Arzl.”
A differenza della moglie, il padre di Semel era un ometto schivo e tranquillo: lavorava come impiegato in una piccola azienda di computer, in un modesto ufficio nella periferia del Quartiere di St. Micheal. Gli parlò brevemente al telefono, e si dettero appuntamento a pranzo in un ristorante vicino al suo ufficio: la prima impressione che il Normopsicologo ebbe di lui quando lo vide, fu quella di un ometto insignificante. “Signor Brott, sono felice di incontrarla.”
“Il piacere è mio, dottore. Come sta Semel?”
“Oh, abbastanza bene. E’ un ragazzo intelligente, e collabora con impegno ai nostri esami.”
“C’è qualche speranza di guarirlo?”
“E’ presto per dirlo. Ma forse abbiamo una traccia, e lei può darmi una mano.”
“Ne sarò felice. Sediamoci, dottore.” Il padre di Semel fece accomodare il suo ospite al tavolo che aveva prenotato, e ordinarono il pranzo sul piccolo terminale incorporato nel legno. Alla fine, il dottor Arzl prese la parola. “Ieri ho avuto una conversazione interessante con suo figlio. Mi ha detto che una volta siete andati insieme al Burrone…”
“Sì, è esatto, dottore.”
“Posso chiederle perché l’ha portato laggiù?”
“Beh, è una storia un po’ strana, e… imbarazzante.”
“La prego, parli pure tranquillamente: tutto quello che ci diremo è tutelato dal segreto professionale.”
“Lei sa che mia moglie è una donna molto… come dire… impulsiva. A volte a casa si lascia andare a certe sfuriate, e nella collera… insomma, lei capisce, dottore.”
“Oh sì: come si dice qui a St. Micheal? ‘meglio scontrarsi con un’auto in corsa che con una donna arrabbiata: le fratture si possono curare!’ Un detto molto saggio, signor Brott!” I due uomini risero di gusto, e la conversazione riprese in modo più rilassato.
“Insomma, quella sera, quasi due anni fa, mia moglie era adirata con me per certe questioni economiche; aveva cominciato ad alzare la voce, e Semel si è svegliato. Noi non ci eravamo accorti di lui, ma aveva sceso le scale e ascoltava la conversazione.” Il Normopsicologo si protese sul tavolo, attento:
“E cosa ha sentito dire da sua moglie?”
“Dottor Arzl, noi siamo genitori responsabili: abbiamo sempre rispettato le regole del Condizionamento, e non ci sogneremmo mai di…”
“La prego, signor Brott. Mi dica esattamente cosa ha detto sua moglie!”
Con un sospiro, l’uomo ripeté quelle parole: “Mi disse che avrebbe voluto vedermi mandato in Esilio!”
“Che cosa?” Il dottor Arzl aveva urlato, e molti dei clienti del piccolo ristorante voltarono la testa nella sua direzione.
“Dottore, la prego: non ci eravamo accorti che Semel ci aveva sentito. Lo vedemmo solo dopo qualche minuto, e inizialmente non pensammo che…”
“Ma siete impazziti? Non avete letto il Programma di Condizionamento? Un bambino non può sentir parlare dell’Esilio fino ad almeno dodici anni d’età. Ma vi rendete conto che le conseguenze di questo potrebbero essere irrimediabili? E perché non avete richiesto subito l’aiuto di un Normalizzatore?”
“Io… io volevo farlo. Ma mia moglie disse che probabilmente non ci aveva sentiti: soltanto due mesi dopo Semel cominciò a fare quegli strani disegni, e non avevamo pensato che potesse esserci una correlazione. Lei capisce, dottore, non siamo psicologi e…”
“Pazzi incosciente!” la voce di Arzl era ridotta ad un rabbioso sibilo fra i denti. “Non siete psicologi, eh? Allora lasci che le spieghi io qualcosina di Normopsicologia. Lo sapeva che la nostra società, tutta la nostra cultura e stabilità sociale, si basa sul Condizionamento? O anche voi, come tanti profani, siete convinti che Condizionare i vostri bambini sia solo un modo per migliorare il loro apprendimento scolastico?” Senza attendere la risposta, lo psicologo proseguì la sua spiegazione: “Da centinaia di anni, ormai, la stabilità della nostra civiltà è basata su un complesso schema di blocco psicologico al quale sottoponiamo tutti i nostri figli, e a suo tempo siamo stati sottoposti noi stessi. Nessuno sa esattamente cosa il blocco ci impedisca di conoscere e di vedere, poiché tutti siamo condizionati; ma una cosa la sappiamo. Ai tempi remoti in cui questa misura fu presa, i nostri padri lo fecero per preservarci da qualcosa di terribile, a confronto della quale saremmo irrimediabilmente annientati. Lei sapeva queste cose?”
“Si, signore, ma…”
“E ha compreso che la vita di suo figlio può essere irrimediabilmente rovinata per la vostra superficialità, che vi ha portato ad interferire con questo perfetto meccanismo che aveva lo scopo di preservare la sua integrità mentale?” L’uomo adesso stava a testa bassa, in silenzio. Il dottor Arzl, sbollita la collera, gli si rivolse con un tono meno aggressivo: “E adesso, se davvero desidera aiutare suo figlio, deve raccontarmi tutto. E’ chiaro?”
“Si dottore. In verità rimane poco da dire; due settimane dopo, Semel cominciò a chiedere insistentemente del Burrone: non abbiamo mai capito come gli sia venuto l’interesse per questo strano argomento. Pensammo che ne avesse sentito parlare da qualche compagno più grande.”
“E voi cosa avete fatto?”
“Quello che c’è scritto nel Manuale del Condizionamento. All’inizio abbiamo cercato di non dargli peso, di trattare questo argomento come tutti gli altri; gli abbiamo letto la storia che c’è nel libro, sapete, quella che spiega come il Burrone sia lo scarico dei rifiuti della Città, che vengono mandati nel Nulla.”
“E lui ha accettato queste spiegazioni?”
“Apparentemente sì. Ma continuava a chiedere spiegazioni su quello che c’è al di là del Burrone, su cos’era il Nulla. Avevo paura che diventasse una ossessione, e così ce l’ho portato, per fargli vedere che è solo un buco, un pozzo senza fondo.”
“Vada avanti”: il viso di Arzl era mortalmente pallido, e il signor Brott proseguì con un tremito nella voce.
“Beh, siamo arrivati al Burrone, come le ho detto, con la metropolitana. Siamo andati fin sull’orlo della discarica, e Semel ha visto i rifiuti cadere giù, nel nulla ed è parso soddisfatto, così siamo tornati a casa. Sei mesi dopo sono cominciati i disegni, e tutto quel che… dottore!” Il richiamo dell’uomo non giunse mai a destinazione, perché il Normopsicologo era già fuori da ristorante, e stava dirigendosi a passo rapido verso la più vicina fermata della metropolitana.
“Dottor Arzl, quello che sta dicendo è assurdo e inconcepibile.” Il direttore dell’Istituto aveva perso la sua abituale compostezza.
“Eppure ha senso, direttore Sort. Se ricapitoliamo la questione…”
“Sì, l’ha già ricapitolata, Arzl. Mi dica se ho capito bene: due genitori idioti parlano dell’esilio davanti ad un bambino di sei anni, trasgredendo palesemente alle norme del Condizionamento. Chissà come, questo ragazzino collega l’esilio al burrone…”
“Non è necessario che il ragazzo abbia fatto un collegamento.”
“Ah no? E allora mi dica come fa un bambino di sei anni a capire che l’esilio, la pena capitale della Città, consiste nel gettare i criminali assieme ai rifiuti nel Burrone, in mezzo al nulla!”
“Se glielo dico, mi lascerà proseguire i miei studi sul ragazzo?”
“Questo non glielo posso promettere, dottore. Deciderò dopo averla ascoltata.” Lo psicologo parve riflettere un momento, poi si decise a parlare. ”L’anomalia di Semel scatta quando capisce che l’esilio, ossia la messa al bando di un uomo dalla comunità, esiste anche nella Città: a quel punto, Semel capisce che oltre alla città c’è qualcos’altro…”
“Ma cosa dite, dottore? Oltre alla Città c’è solo il nulla dove si gettano i rifiuti!”
“Questo lo dice lei, che è un uomo adulto e normalmente condizionato. Lei accetta l’idea del Nulla con naturalezza, come tutti noi. Ma un bambino, in cui il processo di condizionamento non è completo, il nulla non ha significato: e l’unico luogo dal quale si può andare fuori dalla Città, è il Burrone.”
“Secondo me lei sta dicendo una sciocchezza, Arzl. Il Burrone non porta da nessuna parte: gli uomini che ci vengono gettati scompaiono, e non esistono più.”
“Le ripeto, direttore, che questo va benissimo per noi adulti condizionati. Il ragazzo non può, non è ancora maturo per riuscire a comprendere il concetto di Nulla. Per questo ha voluto vedere il Burrone, per capire cosa c’è.”
“E i sogni, allora?”
“Questo devo ancora scoprirlo: sono sicuro che siano una specie di allucinazione che Semel ha elaborato dopo aver visto la discarica.”
Il direttore rifletté per qualche minuto. “E va bene, Arzl, le do carta bianca. Ma questa storia del ragazzo deve finire alla svelta: c’è stata una violazione del Condizionamento, e sarebbe nostro dovere denunciarla alle autorità. Immagino si renda conto di quanto sta rischiando l’Istituto.”
“Si signore. Ma la scienza non può perdere una occasione come questa.”
“E’ quello che penso anch’io. Non mi deluda.”
“Non lo farò, Sort. Stia tranquillo.”
Semel era seduto vicino al finestrino nel lungo viaggio in metropolitana. “Dove andiamo, dottore?”
“In un posto molto bello, Semel. Andiamo a vedere il Burrone.”
“Davvero?”
“Sì. E questa volta tu mi dirai tutto quello che ci vedi dentro. Sei contento?”
“Uh-uh. Potrò fare dei disegni?”
“Certo. Ma adesso cerca di dormire un po’. Il viaggio è ancora lungo.”
Giunsero al Quartiere Centrale in poco più di cinque ore: il Quartiere dell’istituto era ancora più lontano dal Burrone della casa dei Brott. Quando scesero dal vagone, i tecnici della discarica li stavano già aspettando: Arzl li aveva avvertiti prima di partire, e preparato con loro tutti i dettagli dell’esperimento che voleva fare sull’ignaro ragazzo. Il caposquadra che li accolse era un uomo grasso e simpatico: regalò un lecca-lecca a Semel, facendoselo amico. “Buongiorno, ragazzi. Io sono il tecnico Jonson, e vi farò vedere il Grande Buco… mi scusi, dottore: il Burrone. Sa, qui diamo un soprannome a tutto.”
“Bene Jonson. Se non ha niente in contrario, abbiamo un po’ fretta.”
“Ma certo. Seguitemi, per favore. La discarica è piuttosto grande, e la stazione della metro si trova a quasi un chilometro dal Buco. Vedete? Di la ci sono i tubi che portano il materiale alle macchine smistatrici…” Semel ascoltava estasiato il tecnico che raccontava di tutte quelle meraviglie, ma il dottore era completamente perso nei suoi pensieri. Infine, giunsero al centro della grande struttura. Attraversano una grande porta al termine di un corridoio, i tre si trovarono su una piattaforma metallica di forma circolare, del diametro di diverse decine di metri. Erano sbucati sulla piattaforma dal lato esterno di essa, e davanti a loro, oltre un’alta ringhiera, si trovava il Burrone. Era un foro circolare, che sprofondava per una ventina di metri nel cemento, e poi proseguiva nella nuda terra per altri dieci. Oltre, però, la visuale era interrotta da una nebbia nera, impenetrabile, come una cortina di fumo estremamente denso. Nessuno sapeva esattamente a cosa fosse dovuto quel fumo; i tecnici che lavoravano alla centrale di discarica dicevano che era sempre stato lì, e che nessuno aveva mai potuto rimuoverlo. Per quanto avessero tentato di aspirarlo, sondarlo, penetrarlo in tutti i modi, lì era e lì restava. Senza interrompere il suo chiacchiericcio continuo, il tecnico Jonson li accompagnò fino alla ringhiera. Prima che ci arrivassero, però, Arzl prese il ragazzo per un braccio: “Allora Semel: ti ho preparato una piccola sorpresa.”
“Che cosa, dottore?”
“Faremo un gioco. Tu guarderai oltre la nebbia, e io ti chiederò di indicarmi che cosa ci vedi.”
“Sì dottore.”
“A volte, però, sentirai delle luci e dei suoni che ti potranno sembrare strani. Tu però non ti preoccupare e continua a dirmi quello che vedi, va bene?” Il bambino annuì, e l’esperimento del dottore iniziò. Dapprima, il ragazzo venne sistemato su una poltroncina, e assicurato con delle cinghie robuste alle caviglie, alla vita e ai polsi: il dottore venne legato nello stesso modo ad una poltrona identica. Così bardati, il Semel e Arzl furono calati all’interno del buco , fin quasi all’orlo della nebbia nera. “Mi senti Semel?” La voce del bimbo gli giunse un po’ impaurita, ma chiara.
“Sì dottore.”
“Bene, non aver paura; io sono qui accanto a te, se ti volti mi vedi.” Semel fece come gli era stato detto e scorse il dottore, sospeso nell’aria dieci metri più in là, che lo salutava movendo le dita della mano legata alla poltrona. “Dimmi cosa vedi nella nebbia.”
“Sì. Vedo una luce, laggiù, una luce azzurra.”
Il dottore premette un tasto sul telecomando che aveva installato nel bracciolo della sua poltrona, e immediatamente si sentì un suono lacerante: Arzl sperava che uno stimolo di quel genere potesse rimuovere i frammenti di Condizionamento nella mente del ragazzo. Contava infatti, con questo espediente, di poter decondizionare Semel, e poter ricominciare quindi da capo un Condizionamento corretto e completo. “Adesso la luce è più chiara: la nebbia comincia a sparire, dottore.”
“Che cosa c’è al di là?”
“Il buco finisce.”
“Cosa?”
“Sì, il buco finisce: vedo un grande prato, dottore. Un prato enorme, come quello del sogno.”
“E cos’altro?”
“Ci sono degli uomini ma… sono a testa in giù!” Superando il suo stupore, il dottore domandò: “E cosa fanno?”
“Stanno frugando nei rottami che si buttano nella discarica. Raccattano delle cose, e le portano via con un carro.” Il dottore era allibito. Ad un certo punto, premette un altro pulsante nella poltrona, e una luce verdognola cominciò a risplendere, a tratti, nella parete del Burrone. Semel riprese a raccontare: “Adesso vedo ancora più lontano; da un lato del prato c’è il mare, è tanto grande: e sento il soffio del vento, che mi scompiglia i capelli. E c’è un odore strano. E’ forte, ma mi piace. Oh, dottore, è meraviglioso!”
Ma Arzl non lo stava ascoltando: dentro di lui, qualcosa si andava sgretolando mentre il ragazzo parlava. Pian piano, come un velo che si squarcia davanti agli occhi, lo psicologo iniziò a vedere qualcosa oltre la nebbia scura sotto di lui. All’inizio pensò che le fantasie del bambino lo avessero condizionato, e che le luci ipnotiche avessero un qualche effetto anche su di lui. Poi, come una diga, il blocco nella sua mente cedette, il Condizionamento scomparve, e all’improvviso capì, seppe di aver sempre conosciuto la verità. E alla sua mente atterrita divenne chiaro che la nebbia nel Burrone non era reale, ma era solo il frutto del Condizionamento che gli era sempre stato imposto: era la sua stessa mente che si rifiutava di vedere quello che c’era al di là di quel velo immaginario. Arzl però adesso era libero, e volle guardare: e vide lo sterminato prato, di un verde scuro, come un brillante, che stava dall’altra parte del buco. Vide che il buco, che sprofondava in basso sotto di lui, dall’altra parte saliva invece, con una pendenza dolce, verso il livello del terreno: era come trovarsi in fondo ad un secchio e guardare verso l’alto. Sulle pareti del buco -quello dall’altra parte- vide la montagna di rifiuti che da secoli si riversava giù (o avrebbe dovuto dire su?) dalla Città, e una moltitudine di essere umani, vestiti di stracci, che si arrampicavano sui rifiuti, e se li contendevano, con furia. Guardò. E vide il prato terminare in una scarpata, che si continuava con una distesa d’acqua così azzurra come lui non l’aveva mai vista.
Gli ultimi residui del Condizionamento scomparvero, e lui allora ricordò quello che ancora si trovava scritto in tutti i libri di storia, che tutti leggevano ma che subito, sotto la spinta del potente Condizionamento, dimenticavano. Quelle pagine, che era stampate in tutti i giornali, i vecchi libri, che si trovavano in tutti i database e le enciclopedie della Città, non erano mai state cancellate o distrutte perché nessuno era in grado di ricordare la loro esistenza subito dopo averle lette, e prosperavano indisturbate replicandosi inalterate di generazione in generazione, con le ristampe e le riedizioni.
Ma all’improvviso lui le ricordò perfettamente. E la sua memoria, finalmente libera, gli raccontò la storia della Città: seppe di come, millenni prima, l’uomo vivesse sulla superficie della terra, sotto il cielo azzurro e il sole splendente. Conobbe le grandi guerre della sua storia, fino all’ultimo, decisivo conflitto che oscurò il cielo, imputridì l’aria e avvelenò l’acqua. E di come, per sopravvivere, gli uomini rimasti avessero scavato l’interno del pianeta, costruendo una città sotto la sua superficie, sfruttando come energia quella stessa potenza che gli aveva distrutti. In centinaia di anni, i primi cavernicoli costruirono una enorme cavità circolare sotto la superficie del pianeta: la loro tecnologia progredì a tal punto da permettergli di sintetizzare l’aria e l’acqua di cui avevano bisogno, e riciclarla all’infinito. Costruirono un apparato gravitazionale automatico e praticamente eterno, che permetteva agli abitanti di quella unica Città di rimanere in piedi in ogni punto della loro caverna sferica, come se fossero sulla superficie del pianeta. La Città, come cominciarono a chiamarla, mantenne però una comunicazione con l’esterno, che usava come discarica, pompando i rifiuti dei superstiti nella vecchia superficie del pianeta, ormai abbandonata da tutti e inabitabile. Dopo millenni, gli abitanti di quella città decisero di tagliare completamente i ponti con il loro mondo di origine, e di dimenticare la sciagura che sia era abbattuta sulla loro razza. Uno dei loro scienziati inventò quindi il Condizionamento: grazie a quel metodo, i figli degli abitanti successivi impararono a non vedere, a ignorare, a non ricordare. Leggevano la Storia della Terra, ma non ne ricordavano che pochi vaghi frammenti. Osservavano i prati e il mare visibili dal bordo del Burrone, ma non vedevano che una nebbia nera, posta davanti ai loro occhi perché non fossero trafitti dalla verità. Il sistema funzionò alla perfezione, ma lasciò come conseguenza la perdita della capacità di immaginare, di sognare, di attingere a quella sfera di emozioni e di irreale che l’uomo portava dentro di sé, e alla quale rinunciò per sempre. Il Condizionamento, però, non era perfetto: richiedeva tutta l’infanzia per instaurarsi, e bisognava vigilare molto sui bambini. Ecco perché era loro proibito leggere certi libri, o vedere certi film, e non bisognava parlargli di Esilio, e non insistere troppo sul Burrone. E non sempre il processo funzionava: alcuni avevano bisogno dell’intervento dei Normalizzatori che, ignari come i loro pazienti, facevano del loro meglio per aiutarli a ricacciare nell’oblio i ricordi proibiti che non dovevano emergere. In alcuni era impossibile farlo, e allora finivano Esiliati, nel burrone. Col tempo, tutti loro avevano finito per formare un popolo di selvaggi, che viveva dei rifiuti della Città. Arzl seppe anche che era proprio il Condizionamento, inserito nella mente dell’uomo millenni prima, a far sì che gli uomini, inconsapevoli, tramandassero quella verità nascosta fra le righe della loro cultura, e che non andasse perduta; perché un giorno l’umanità, ormai preparata, potesse squarciare quel velo di nebbia che gli ottenebrava la mente, e affrontare con coraggio il proprio passato. Erano ormai diversi minuti che lo psicologo, sospeso a testa in giù nel vuoto, non parlava più: Semel si era impaurito, e lo chiamava a gran voce. Alla fine i tecnici tirarono su le due poltroncine, e slegarono il ragazzo, cercando di tranquillizzarlo meglio che potevano; il vecchio psicologo, intanto, giaceva riverso sulla poltrona.
Uno dei tecnici andò a tastargli il polso, e scosse la testa: “Il cuore non gli ha retto. Poveraccio.” E tutti chinarono la testa in segno di cordoglio. Qualcuno poi chiamò l’Istituto, perché venissero a prendere il bambino, scioccato e incapace di parlare.
“E questo è tutto, signora Brott. Mi dispiace.” Il direttore Sort sembrava realmente dispiaciuto.
“Anche a me. In fondo il dottor Arzl era un brav’uomo, e ha cercato veramente di aiutare Semel.”
“Già. Ma adesso l’Istituto non ha nessuno in grado di proseguire quel tipo di studio, e date le circostanze, credo che per suo figlio la cosa migliore sia essere trasferito in una Scuola di Normalizzazione.”
“Crede davvero che si possa fare qualcosa per lui?”
“Ma certamente, signora. Il povero Arzl aveva iniziato bene il suo lavoro: in questi giorni all’Istituto l’ho seguito personalmente, e ho rimosso completamente il Condizionamento errato dalla mente di Semel. Il fatto che adesso non parli e non ricordi nulla è positivo, perché significa che l’intervento ha avuto successo: suo figlio è come una lavagna nella quale sia stato accuratamente cancellato tutto.”
“Ma poi?”
“Adesso, nella Scuola di Normalizzazione riporteranno gradualmente il suo livello mentale a quello di un ragazzo della sua età: Semel è intelligente, e vedrà che non ci vorrà molto tempo. Dopo potremo rieducarlo, e diventerà un giovanotto come tutti, perfettamente Condizionato.”
“Magari, Dio lo volesse!”
“Ma sicuro. Vedrà che sarà tutto più semplice a farsi che a dirsi.”
La signora sorrise, serena.
“Grazie direttore, lei mi ridò speranza!”
“Si figuri, signora. E’ il mio dovere. Ma adesso, se non le dispiace, ho ancora del lavoro da sbrigare.”
“Oh, mi scusi lei, dottore. Le ho fatto perdere anche troppo tempo. Allora grazie di tutto.”
“Ma le pare. Arrivederci, signora Brott.”
Il donnone uscì caracollando dalla stanza, e si avviò contenta verso casa: era lieta di sapere che c’era speranza per il figlio. Camminando volse uno sguardo al cielo, sempre limpido e terso, come ogni istante da migliaia di anni. Le potenti lampade ioniche, indistruttibili e incorruttibili, avrebbero continuato a mantenere l’uomo immerso in quella luce soffusa e irreale per sempre, finche il velo di nebbia nella sua mente non si fosse, un giorno, squarciato.
Fra le cose che l’uomo aveva perduto in quel paradiso artificiale, c’era anche il buio avvolgente della notte.