Quel che avete sentito dire è vero: io la vidi.
Era posata in una radura d'erba verdissima. Vi giunsi dopo una svolta brusca del sentiero, ma non capii subito cosa avevo trovato; come tutte le cose belle, mi accorsi di lei mentre la stavo già superando.
In qualche modo seppi che era troppo tardi, che l'avevo già persa, e non sarebbe più tornata. E ancora oggi non so dire se fu più sconvolgente averla trovata, o sapere che l'avrei perduta, subito e per sempre.
Voi certamente volete sapere com'era d'aspetto quella leggendaria creatura, e se le parlai; e più di tutto, se lei mi parlò, e cosa mi disse.
Alcune risposte le troverete, se mi lasciate fare a modo mio e raccontarvi tutto.
Non sono che un vecchio, questo lo vedete da soli.
Ma quanti che siano i miei inverni, molti li ho spesi viaggiando. Altrettanti dei miei viaggi sono i giorni in cui decisi di partire, tanti che ricordarne uno in particolare è più inutile che triste.
Ma voi volete sapere molte cose, e così sappiate per cominciare che il sentiero di cui parlavo è la fine di un viaggio fra i tanti, non il più lungo, né più straordinario o più caro al ricordo di molti altri.
Partii un giorno che in nessun modo si poteva definire speciale. Lenta domenica d'inverno, colorata di una timida tinta dorata, calda agli occhi quanto fredda era l'aria cristallina sul viso.
Al primo sguardo le cime dei larici nella vallata spiegavano che si doveva partire, e senza indugio. Non necessariamente per un luogo preciso, o per un tempo determinato.
C'era qualcosa nei riflessi cangianti dei boschi carezzati dal vento, che andava seguito senza una ragione.
Era già successo, e sapevo cosa fare. Se il finale di questa storia fosse diverso, si potrebbe dire che ero pronto.
E forse in quel momento, quando presi lo zaino, che stava accoccolato accanto alla stufa come un vecchio amico, mentre mi infilavo nel giaccone e allacciavo un paio di scarponi deliziosamente abituati ad accogliermi, forse in quei gesti consueti v'era ciò che si potrebbe definire prontezza.
Ne ero rassicurato ed eccitato allo stesso tempo.
C'erano molte cose allora che non sapevo. Potrei dire, e forse lo pensai mentre chiudevo con noncuranza la porta di quercia dietro di me, che in quel periodo della mia vita ero felice di ciò che conoscevo.
Oggi so che la mia serenità sgorgava in massima parte da quello che ignoravo; ma questo allora non avrebbe cambiato la mia strada di un solo passo.
Il ruscello verniciato di sole serpeggiava fra le pietre con l'armoniosa bellezza di una cosa perfetta. Lo superai con passo sereno e costante, e così affrontai il tortuoso sentiero in salita, chiara traccia sul terriccio umido, fecondo di vita, gravido di promesse.
Calpestavo le foglie sotto le suole; ciò che era stato vivente diveniva tappeto ai miei passi e lentamente scendeva in profondità nel grembo della terra. Ricominciava.
E in alto, sui rami che dolcemente il vento spogliava, altre foglie si preparavano a morire divenendo più belle di quanto fossero mai state. Si adornavano, consapevoli di essere dono.
Superai valli dorate e pomeriggi inondati di luce. Mi furono compagni molti caldi tramonti, innumerevoli i gelidi cieli stellati sotto cui chiusi gli occhi.
Viaggiai a lungo, sapete? No, non fu breve la strada. Molti i giorni e alcuni li ricordo. Ve ne fu uno in cui stetti a lungo con gli occhi su un mare al tramonto, mentre il treno filava verso nord.
La musica mi volteggiava nell'anima, mentre il sole incendiava il mare in perfetto silenzio. Il fatto è che ogni cosa lasciata ha già il sapore di una memoria. E per quanto brutta sia l'ora in cui lo si è vissuto, assaporare il ricordo è dolce, anche quando sulla punta della lingua bruciava d'amarezza.
Oh, ma perdonatemi, voi avete ragione. Son vecchio abbastanza per affondarmi nelle riflessioni, ma non ancora per annegarvi dentro. Dell'aquila bianca volete udire, miei buoni amici, e così sarà, vi sia gradito.
Ne avevo sentito parlare da ragazzo, come chiunque di voi. Incombeva sui giochi spensierati, biancheggiava nelle notti di luna, era il riflesso sul mare nero e sul cielo terso.
Se l'ho cercata?
Prima che mi domandiate altro, lasciate che dica questo: se vi sia vera libertà nelle nostre scelte è questione di cui si occupa chi non sa vivere in pace. Compresi presto che la cosa non mi avrebbe interessato, e feci con amore quel che sentivo di fare.
La mia parte sul palco della vita la recitai bene, e così farò fino all'ultima riga del copione, sia mio o di altri quel che v'è scritto. Scoprire il senso della trama è compito del pubblico, chi recita ha solo da calarsi nella parte, fare il suo lavoro meglio che può. E se gli altri faranno altrettanto, il successo è certo, ché la sceneggiatura è buona.
Dunque, forse non la cercai mai. Viaggiai soltanto e le risposte arrivarono da sole. Fortuna? Dite così solo per consuetudine, miei buoni amici. Non v'è fortuna in questa storia.
Ma dunque arriviamo a ciò che vi preme.
Camminavo dall'alba, ed era già sera. Il torrente era un fiume quando avevo iniziato a seguirlo. Avevo compreso il suo divenire mentre, risalendolo, lo vedevo ridursi all'essenza di ciò da cui sgorgava: un filo di acqua cristallina, le lacrime di un campo di neve pura.
Era l'ultimo torrente e lo sapevo.
V'era un castello di pietra chiara sulla riva scoscesa di quel chiaro torrente. Molte e irregolari finestre punteggiavano con delicatezza le sue mura austere, e le linee slanciate di un gran numero di arcate gli davano un'aria leggera, quasi fosse fatto di nuvole e di arcobaleni. Dall'alto della torre merlata un vessillo sbatteva nel vento. Alte finestre dai vetri di cristallo lasciavano intravedere il vivido bagliore di un fuoco acceso nella sala più grande.
Era l'ultimo castello, e ne ero certo.
Perché non v'entrai, come non chiesi asilo alle bianche mura con la notte gelida di alta montagna che incombeva? Questo non lo dirò, amici. Non qui, e non oggi.
Dirò invece che al di là dal castello si stendeva un bianco nevaio, e due ripide cime chiudevano la valletta di cui il maniero proteggeva l'accesso.
Mi avviai per il nevaio misurando i passi e risparmiando il fiato. Il cielo turchese si rifletteva sul manto candido. La neve sembrava billare di luce propria, al punto che pareva la terra illuminare il cielo.
Oggi comprendo che in quel momento camminavo dunque nella luce, ma senza saperlo.
La notte scese dal cielo come un volo di gabbiani, e così per un pezzo di strada fu il dolce chiarore delle stelle a guidare i miei passi, finché la mia ombra sulla neve non venne gettata da una luna benigna.
Quand'ecco che il nevaio finì e sotto le suole dei vecchi scarponi sentii premere la dura roccia delle cime. Avrete camminato abbastanza, io credo, da sapere che quando le scarpe toccano le pietre di una vetta, per quanto lontana sia ancora la cima, non tornerete indietro senza aver posato lo sguardo sulla maestà che essa rivela.
Così era per me quella notte, e salii fino dove potevo giungere senza volare nel vento.
Di notte l'universo corona le cime e le sue gemme si stagliano nel pieno splendore. Chi osserva una corona comprende qualcosa del signore a cui è destinata, così piegai le ginocchia e là rimasi a lungo, parte del fragoroso silenzio che mi avvolgeva.
Quando discesi era quasi giorno, e il sentiero lo vidi subito, chiaro come un raggio di sole in una stanza buia. Ero felice e vuoto, le membra gelate che si scaldavano al sole nascente.
Il sentiero saliva sinuoso su un contrafforte della ripida vetta di cui ero disceso e si, inoltrava fra esso e la parete più ripida della montagna, che formavano insieme una valle nascosta e ombreggiata.
Antichi abeti vi trovai, e un odore di bosco e di vita. La luce soffusa era dolce e l'aria pura mentre salivo.
Eccomi dunque alla svolta del sentiero, una curva fra le tante di quella via, ma dalla quale lo sguardo si apriva in uno spazio di ampiezza inattesa. La radura era del verde più intenso che potreste sperare dalla più perfetta delle primavere. Il sole giungeva diretto in quel luogo, e la illuminava in pieno.
Era così armoniosa nella sua maestà, e tanto inattesa allo sguardo, che non subito la vidi. Ma quando finalmente aprii gli occhi e li fissai su quelli dorati e senza tempo dell'aquila bianca, fermai i miei passi e la mia mente.
L'enorme creatura mi guardò a sua volta, e lì compresi che stava per volare via, verso cieli che né io, né voi, potremmo guadagnare.
Spiegò le ali bianche e maestose, distendendo una per una le sue piume candide e frementi nell'aria cristallina. Drizzò il lungo collo affusolato, contrasse le possenti zampe e si lanciò in un balzo. Rimase per qualche infinito istante così perfettamente sospesa fra terra e aria che compresi bene ciò che si dice di lei, che non appartenga a nessun luogo, né in terra e né in cielo.
Ma poi sbatté le ali, una, due volte, e si librò ad un altezza indefinibile fra il cielo e le cime degli alberi.
E mentre la guardavo salire, io vidi e compresi come quell'essere fosse libero, e perché si trovasse in quella radura, quel giorno. Perché v'era nelle sue movenze qualcosa che parlò al mio animo di infinita sicurezza, e immensa fiducia. Di ali tese che fanno da vela al vento, senza opporre resistenza; di spazi sconfinati in cui la presenza dell'invisibile è ciò che consente di volare, e non esiste né dubbio, né paura di cadere.
Di contemplazione senza risposta, di lunghissimi voli senza timore di non trovare un percorso o una meta. E infine di amore, talmente immenso che neppure l'aquila più grande potrà trovarne un confine.
Non andai oltre in quel sentiero, perché non c'era altro che volessi sapere. Scendendo a valle compresi che il suo volo non era altro che un canto d'amore per quel cielo che l'accoglieva e la inondava di luce. E questo fu abbastanza, per quel giorno e tutti gli altri, fu la meta di ogni altro viaggio, e nel contempo il viaggio più lungo.
Tacque infine il viandante. Il fuoco nel camino da tempo rosseggiava di sole braci.
I tre amici seduti al suo tavolo non si mossero ancora, contemplando in silenzio il fondo dei propri bicchieri. Poi uno di loro parlò:
"Dunque non hai udito nulla dall'aquila. Niente che indicasse la strada, non leggi immutabili, o risposte alle nostre domande."
Il viandante sorrise, e parve d'un tratto più vecchio di quel che avreste detto.
L'altro insisteva, ma più di un sorriso non c'era da dire, e infine i tre amici si alzarono delusi e salutarono.
"Andiamo" disse uno di loro. " Costui vive di un sogno, e quel che ha visto non è reale".
La porta della locanda si aprì su una notte gelida di stelle chiare. Il viandante le intravide prima che l'uscio si richiudesse, e sollevò il suo bicchiere in segno di saluto.
Qualcosa sorse dentro il suo animo. Salì come una musica perfetta, poi dolcemente sfumò, onde di un mare dolcissimo che si stende in pace alla luce della luna.
Dalla tasca del vecchio giaccone, quasi invisibile, gli spuntava una lunga piuma bianca, come se fosse l'ultimo petalo di un fiore.