“Il prossimo caso è quello in cui ci abbiamo capito di meno, Doc.”

Come al solito, l’atteggiamento informale di Marco provocò un misto di ammirazione e dissenso nel nutrito codazzo di aspiranti luminari del reparto di Psichiatria Clinica.

Giovanni Vernazzini, clinico di stirpe giunto in tarda età ai vertici della carriera, sorrise con indulgenza ai modi del suo migliore specializzando, e lo seguì nella cameretta singola in fondo al corridoio.

Ascoltò  il giovane medico mentre riferiva una breve anamnesi, e si concentrò sul nuovo caso. Era arrivato nel fine settimana, assieme al consueto drappello di pazienti che ogni lunedì mattina  assicuravano a tutto il personale un’altra settimana faticosa. 


Disteso sul letto al centro della stanza contemplò un ometto calvo e tarchiato sulla cinquantina, il viso rubicondo incorniciato da una folta barba, gli occhi azzurri e sottili dall’espressione vivida. Stava tranquillo e ascoltava con calma la presentazione di sé stesso di cui non comprendeva un accidente.

“Ho capito” disse Vernazzini, avendo effettivamente appurato che non c’era niente da capire nella scarna introduzione del suo giovane collega.

Si rivolse quindi direttamente al paziente, domandandogli cortesemente il proprio nome,  se fosse a conoscenza del luogo in cui si trovava, e perché.

“Mi chiamo Giuseppe” rispose l’uomo a bassa voce, fissando con serietà il vecchio professore.

“Giuseppe Bentinelli. Stiamo in ospedale, nel reparto dei matti. E a dirgliela tutta professore, non ho capito perché me c’hanno spedito. Qui dentro non ci manca niente.” L’ultima frase la disse picchiettandosi la tempia con l’indice.


Il medico sorrise alla schiettezza del signor Giuseppe, e gli posò la mano sulla spalla con fare amichevole.

“Se dovessimo curare solo i matti chiuderemmo in un mese. L’hanno già visitata?”

“Ho fatto l’esame obiettivo e preso la routine.” rispose per lui il dottore più giovane “Dal punto di vista somatico non c’è niente di anormale.”

“Obbiettività neurologica?”

“Deambulazione nella norma, riflessi buoni, sensibilità conservata, sensorio integro… tutto normale per la sua età.”

“E sul versante stocastico?”


Era quella la parolina convenzionale per chiedere di fronte ad un paziente ben orientato per quale motivo fosse stato mandato dagli strizzacervelli.

“Delirio lucido persistente, con tematiche…. curiose”

Il primario scoccò al suo allievo un’eloquente occhiata, che voleva dire: “Ho capito come sta la faccenda, quando usciamo di qui mi racconti tutto.”

Marco capì al volo, come sempre, e aspettò.


“Questo come se l’è fatto?”

Vernazzini da buon vecchio clinico stava guardando la punta delle dita del signor Giuseppe, e aveva scoperto un taglietto sull’indice, piccolo ma molto arrossato.

“Quella stronza…. Oh mi scusi dottore. Quella… donnina mi ha morso.”

“L’ha morsa una donna?”

“Non era una donna. Era una di quelle lì. Cioè, era come una donna, ma grande così” aggiunse indicando con pollice e medio la lunghezza di un ditale da cucito. “Piccina, ma bastarda. Mi ha fatto un male cane.”

“Potrebbe essere infetto. Diamogli un grammo di amoxicillina ogni 8 ore e fammi sapere com’è la formula leucocitaria.”

Ne aveva sentite di tutti i colori nella sua carriera, e non si scomponeva certo per una donnina di due centimetri. Con consumata esperienza prese la palla al balzo, domandando:

“Come è successo?”

“Lei mi crede?”

Altro sorriso, stavolta di soddisfazione. Non erano molti i pazienti che lo domandavano: di solito erano così sicuri delle loro strampalate convinzioni da non contemplare l’idea di non essere creduti, oppure vivevano in un tale distacco dal mondo reale che la questione non aveva alcuna importanza.

Il fatto che l’avesse chiesto in ogni caso era un buon segno.

“Mi racconti la sua storia, così potrò decidere.”

“E va bene. C’ho un pezzo di bosco in Casentino, vicino Poppi, che il comune m’ha dato il permesso per il taglio della querceta. Non lo so se è pratico, taglio le piante e tengo la legna, e me danno qualche soldo per il lavoro.”

Vernazzini fece un educato segno di assenso comunicando con efficacia di essere interessato più alla clinica che alla manutenzione delle foreste casentinesi.

“Sì. Insomma ero lì colla motosega che tagliavo le piante, e me so fermato un momento per bere un goccio che avevo caldo. Spengo la sega, e sento una musichina strana, come una festa, lontana. Siccome in quel bosco non c’è case per parecchi chilometri, lì per lì ho pensato che c’era qualcuno co la radiolina. Ma vie lì non ce sono, e intorno non c’era un cristiano che se vedesse. Insomma me so incuriosito e me so messo ad ascoltà meglio.”

Il paziente si fermò per qualche secondo per assicurarsi che l’attenzione del medico fosse ancora concentrata su di lui, preannunciando l’arrivo della parte migliore.

“Ascolto un pochino, e me sembra che sta musichina venga dal basso, dove ce sono gli alberi da tagliare. E allora m’avvicino, e quando sto proprio sul bordo della macchia vedo un sasso grosso e pieno de borracina, e me sembrava come che canzone veniva da lì.”

“Che canzone era? Qualcosa che aveva già sentito?”

“Macchè. Ha presente quelle musiche de na volta, co la fisarmonica, i tamburelli? Come de na festa de paese insomma, ma più bella, proprio bella.”


Gli occhi azzurri di Giuseppe andavano qua e là per la camera, incrociando gli sguardi distaccati dei dottori e quelli curiosi degli studenti. Anziché ansioso di comunicare la propria esperienza, sembrava piuttosto spaventato e timoroso di esser preso per matto.

“Continui, la prego. Da dove veniva quella musica? L’ha scoperto?”

Il paziente annuì e prese un profondo respiro.

“Sotto il sasso, piccino che non si vedeva da un metro, c’era un buco in terra. M’accosto piano piano e me sembra che viene da lì dentro la musichina, e allora dico: sta a vedere che hanno perso una radiolina o uno de quei cosi che i ragazzi c’ascoltano la musica co le cuffie.”

“Ora, siccome c’ho una nipote de vent’anni ho pensato che se lo trovavo glielo regalavo, no?  E allora m’accovo lì e guardo dentro sto buco. E che me pigliasse un bene, per tutti i Santi del Paradiso, che te vedo?”

A questo punto l’attenzione di tutti era davvero concentrata sul contadino, e la nuova pausa fu accompagnata da un profondo silenzio.

“Non lo so mica ridire per bene, ma insomma accosto l’occhio dentro a stò buco in terra e da la parte de là c’era come una osteria, ma piccina, sottoterra. Era illuminata che ce se vedeva a giorno anche lì sotto, però era piccina, ora non lo so perché ce so stato poco a guardare, sarà stata una spanna de larghezza.”

“Una taverna sottoterra?” Chiese Vernazzini, ripulendo accuratamente la voce da ogni forma di scetticismo, e assunse il tono neutro di chi si assicura di aver capito bene un numero di telefono o un nome.

“Preciso. Ma il bello è che era tutta ammobiliata a dovere, con i tavolini, il bancone, i divani, le seggiole… tutto piccino come la casa delle bambole. Eh ma questo non è niente!”

Il contadino fece una pausa e si schiarì la voce: non era abituato a parlare molto, e gli si asciugava la bocca. Prese un po’ d’acqua dalla sua caraffa e bevve qualche sorso.

I medici aspettarono pazientemente che riprendesse il suo strano racconto, e il primario pensò bene di ricordargli il punto a cui era giunto.

“Che cosa altro c’era di straordinario in quella taverna sottoterra?”

“Eh, doveva vederle come le ho viste io. Saranno state una dozzina, sedute ai tavoli, un paio al bancone. Mi ricordo che c’erano anche una cameriera, e due che suonavano quella strana musichina che sentivo da prima. Tutte piccine come un grillo, non di più, e bionde.”

“Erano donne?”

“Sembravano donnine, con la testa, le braccia e le gambe e il corpicino come le donne, ma piccine. Tutte con un vestitino corto come le ragazze d’estate, ora non lo so perché le ho guardate nemmeno un minuto.”

“Poi che è successo?”

“Prima ero stupito e non ho fatto niente, poi siccome agli occhi non ce credevo e alle orecchie nemmeno, ho pensato de toccà con mano. E allora ho infilato un dito dentro al buco da dove guardavo, ed è venuto giù il mondo. La musica ha smesso, e le donnine hanno cominciato a urlare come matte. Sentivo un gran tramestio dei tavoli e de cocci per terra, e all’improvviso me so sentito morde il dito come se m’avesse preso un topo.”

“Quindi è così che si è ferito.”

“Sì. Ho levato la mano di corsa, facendo cascare il tetto della taverna, e le donnine sono corse via scappando da tutte le parti. Dopo sul dito c’erano quei segni che ha visto anche lei. Un taglio piccino, ma faceva un male cane.”

“Ho capito.” Vernazzini era piuttosto perplesso. Un delirio lucido poteva anche andare bene, ma quel tipo non aveva nessun segno evidente di anomalia di comportamento, né difettava nella capacità di giudizio. Decise di violare un po’ le sue stesse regole, e al contrario di quello che raccomandava sempre pensò di criticare il delirio insieme al paziente.

“Senta signor Giuseppe, io non voglio mettere in dubbio quello che ricorda, ma è sicuro di poter escludere che sia stato davvero un topo a morderla?”

“E tutto il resto me lo so sognato, eh?”

“Non dico questo. Ma chiunque, passando tutto il giorno sotto a lavorare sotto il sole, anche se è perfettamente normale può avere delle allucinazioni. Si chiama disidratazione, e succede quando si beve troppo poco.”

“Sì, ho capito professore. Lei non pensa che sono matto, ma che ho bevuto poca acqua e troppo vino.”

Disse questa frase con il sorriso sulle labbra e tono bonario, facendo capire di non essere offeso. “Qualcosa del genere” ammise il primario sorridendo a sua volta.

Tuttavia Giuseppe per sostenere la sua storia aveva un asso nella manica, anzi nel cassetto del comodino.

“Ho aspettato a far vedere questa roba a qualcuno perché avevo paura mi pigliassero per matto o per briaco, ma visto che il rischio lo corro comunque…” e mentre parlava aveva aperto il cassetto e tirato fuori un sacchettino di pelle, come quelli che si usavano una volta per tenerci i soldi, e che erano tornati di moda con l’euro.

Lo aprì e ne fece scivolare il contenuto sul palmo della mano. Mostrò ai dottori una seggiolina, grande come un fagiolo ma perfettamente rifinita e dall’aspetto robusto, e un tavolino della stessa misura, anche quello molto ben costruito. C’era persino una tovaglina della grandezza giusta che penzolava da un lato del tavolo, dove era fissata con una minuscola mollettina. Quando mosse la mano per far vedere in giro i mobili, un cassetto sul lato del tavolino si aprì e si rovesciò, lasciando cadere una collezione di posate di ferro talmente piccine da essere quasi invisibili ad occhio nudo.

“Che ve ne pare?” chiese dopo che tutti i dottori ebbero ammirato quegli oggetti. “Non son certo quelli di plastica che si vendono con le bambole.”

“E questi li ha presi lì dove c’era… quel bar sottoterra?” Intervenne un giovane specializzando che aveva preso delicatamente la seggiolina con un paio di pinzette chirurgiche, e se la rimirava incredulo contro la luce della finestra, come se fosse stata una radiografia.

“Eh sì dottore. Ho rivoltato un po’ la terra  - perché anche io lì per lì ero mezzo convinto che avevo sognato – e ho trovato sti due cosini.”



La visita era finita da un pezzo, e i medici del reparto giravano avanti e indietro per il corridoio affrontando le incombenze mattutine con la rapidità necessaria a trovare il tempo per un pranzo decente. Il lunedì era sempre una bolgia, fra i nuovi ricoveri e i postumi del pranzo domenicale non del tutto svaniti, e alle undici Vernazzini si ritirò nel suo studio con un mucchietto di cartelle da rivedere.

Ebbe quasi dieci minuti di silenzio prima che un rispettoso ma deciso colpetto alla porta sancisse la fine del suo isolamento.

“Avanti.” mormorò rassegnato, più una affermazione che un ordine.

Per fortuna era Marco, il che voleva dire che probabilmente non c’erano grane.

“Le analisi della mattina, professore.”

“Le hai già guardate?” chiese prendendole in mano e iniziando a scorrerle.

“Il paziente del letto 3 ha di nuovo la creatinina ai limiti. Dovremo ridurre il litio.”


Per qualche minuto i due medici discussero insieme i risultati e modificarono un po’ di terapia, mentre il giovane appuntava sul suo notes le cose più importanti.

Il primario siglò diligentemente tutti i fogli e li restituì al suo assistente, mentre questi con un cenno di saluto si accingeva ad allontanarsi.

“Senti Marco” lo fermò sulla porta. “Come sta il tuo paziente?”

“Quello che vede le fate?”

Vernazzini annuì sorridendo. Lo divertiva la fantasia con cui i giovani attribuivano i nomi agli insoliti elementi che i pazienti proponevano. “Le fate mordono?” scherzò.

“Le sue sì, a quanto pare. La ferita non mi piace, penso sia meglio fare un tampone e l’antibiogramma.”

“Ha febbre?”

“No, in effetti, ma è molto infiammata.”

“D’accordo, fa pure. E della storia che ha raccontato, che ne pensi?”

“Dal punto di vista psichiatrico” continuò il giovane “non saprei che dire, professore. Vorrei sottoporlo ai reattivi di base e farmi un’idea più chiara delle capacità cognitive.”
”Insomma anche a te non sembra matto.”

“Nemmeno un po’, prof. Per me, quel tizio ha avuto una allucinazione e qualche animale l’ha morso.”

“Dobbiamo escludere una causa organica. Fagli un doppler alle carotidi e chiedi una TAC, e prenotalo per l’elettroencefalogramma.”

“Va bene. Certo che qui mobili…”

“Notevoli, vero? Mai visto niente del genere. Chissà come se li è procurati.”

“E’ la prima volta che vedo un paziente giustificare un delirio con degli elementi oggettivi. So che è possibile, ma non mi era mai capitato.”

“Sì, in effetti è insolito. Probabilmente ha talmente paura di esser preso per matto che si è preoccupato di trovare le prove per sostenere la sua allucinazione.”

“Eh sì. Vado a chiedere gli esami.”

“Buon lavoro Marco.”

“Grazie prof anche a lei.”


Il resto della settimana per Marco era trascorso con poche variazioni dalla routine di reparto. Due turni di guardia tranquilli e addirittura un letto in camera sette che era rimasto vuoto per due giorni.

Il signor Giuseppe aveva avuto la febbre, dando soddisfazione al giovane medico, e le analisi avevano messo il luce una infezione diffusa e aggressiva, che aveva richiesto la consulenza di un infettivologo e una robusta terapia antibiotica. Qualunque cosa l'avesse morso, doveva avere la bocca piena di schifezze.

Si era sottoposto alle cure e agli esami richiesti con la paziente rassegnazione della gente della montagna, un misto di guardinga fiducia e reverenziale rispetto per la figura del medico; non capiva un accidente di quello che gli dicevano, ma il ragazzo che lo seguiva gli stava simpatico.

Prima di allora, era stato in ospedale solo una volta da bambino, per la pleurite: si ricordava un posto austero e freddo. Lì erano tutti gentili; nessuno credeva alla sua storia, ma anche se lo pensavano non gli dicevano in faccia che era un caso da rinchiudere in manicomio.

Più passava il tempo comunque e più i ricordi dello straordinario episodio perdevano vivacità, e ogni tanto qualche dubbio veniva anche a lui.

Allora apriva il cassetto e tirava fuori i suoi mobiletti in miniatura, se li gingillava delicatamente fra le dita callose, stando ben attento a non romperli. Non era riuscito a rimettere a posto il cassettino e le posatine grandi ognuna come una capocchia di spillo, e allora aveva chiesto al suo nipotino appassionato di filatelia di mettere tutto in una bustina per francobolli. Il pacchettino, chiuso con lo scotch, gli ricordava una reliquia che aveva visto una volta alla fiera antiquaria ad Arezzo, dove un tizio aveva cercato di rifilargli per cinquantamila lire un grammo della polvere del legno della Santa Croce.


L’infermiera di turno quel pomeriggio entrò per controllare la flebo proprio mentre Giuseppe stava rimirando il suo minuscolo tesoro tenendolo sospeso davanti al volto. La ragazza gli fece un sorriso che esprimeva a metà tenerezza e divertimento, e se ne andò scribacchiando qualcosa su un foglio.

“Che fa?” chiese Marco alla giovane quando passò davanti alla stanza dei medici.

“Il tuo tagliaboschi? Sta rimirando quei cosini di legno, come sempre. Quando ha visto che lo guardavo li ha messi via.”

“Sono notevoli, vero? Li ho visti da vicino il giorno del ricovero, sono praticamente perfetti.”

“Dovranno costare un mucchio di soldi.”

La frase lo colpì: la famiglia del signor Giuseppe non aveva certo denaro da spendere per simili gingilli, e comunque non gli erano parsi il genere di persone che raccolgono collezioni originalmente inutili. 

Aveva conosciuto la moglie del suo paziente, una signora robusta dai modi schietti e gentili. Gli aveva fatto i soliti complimenti che le signore di mezza età fanno ai giovani medici che incontrano; nel colloquio lo aveva sommerso di informazioni sul marito e su tutti gli ascendenti della famiglia.

“Non gli era mai successo niente del genere. Sano come un pesce, di corpo e di mente. Niente grilli per il capo, non beve troppo, non hai mai dato di matto nemmeno per scherzo.”

Alle domande successive, la signora aveva escluso forme di epilessia o disturbi mentali in famiglia.

“E quei mobili? Ha idea di dove possa averli presi?” gli aveva domandato Marco, e lei si era stretta nelle spalle, spiegando che nel paese dove vivevano non esiste niente del genere, e il signor Giuseppe tempo per andare in giro non ce ne aveva molto. Nessuno dei loro conoscenti o parenti aveva passatempi del genere. E per casa lei quei cosini non li aveva mai visti.


Il suono del campanello in una stanza vicino interruppe i pensieri di Marco. Il giovane si alzò e si diresse verso la camera affidata alle sue cure; quando lo vide entrare, il contadino gli sorrise e lo salutò amichevolmente.

“Come si sente signor Giuseppe? La febbre è tornata?”

“Non me la sento. Ieri ho avuto solo qualche linea.”

Marco annuì “L’antibiotico fa il suo lavoro. Ancora qualche giorno e sarà guarito. Ah, domattina farà la TAC verso le 10, ma può fare colazione lo stesso.”

“Va bene dottore.”

“Ascolti Giuseppe, le volevo chiedere una cosa su quei mobilini.”

“Che vuole sapere?” era sorpreso di quella domanda.

“Me li presterebbe per qualche ora? Glieli ridarò subito, e non li sciuperò per niente.”

“Ah..” fece lui, molto perplesso.

“Senta Giuseppe” cominciò Marco, sedendosi sulla poltrona accanto al letto e sbottonandosi il camice. “L’elettroencefalogramma era negativo, e le analisi normali. La TAC la farà domani, ma se vuole scommettere qualcosa per me sarà tutto a posto anche lì. Insomma, io non so che pensare di questa cosa che lei racconta.”

“Non ci crede nemmeno lei, vero?”

“E come faccio a credere a una cosa del genere?” Marco era sorpreso di sé stesso. Non gli era mai capitato di essere così esplicito con un malato, e se ne pentì subito. Ma il paziente non sembrava turbato dai suoi modi.

“Ha ragione. A volte non ci credo nemmeno io, penso quasi  che ho sognato.  Quei cosini lì invece, insomma… quando li tocco e li guardo mi dicono che non sono matto, ecco.”

“Sì, la capisco Giuseppe. Non voglio portarglieli via, non si preoccupi. Posso vederli di nuovo?”

Marco se li rivoltò fra le dita con delicatezza, stupendosi una volta di più della incredibile perfezione degli oggetti. Aveva portato dallo studio una lente di ingrandimento e attraverso di essa i dettagli erano ancora più sconvolgenti.

Dopo qualche minuto, il giovane ebbe un’idea.

“Signor Giuseppe, se la sente di fare due passi?”




“Mai visto niente del genere. Che mi venga un colpo.”

La giovane biologa era china sul suo microscopio, i lunghi capelli biondi trattenuti da una simpatica molletta a forma di rana.

Giuseppe non era uno scienziato, aveva fatto la quinta elementare, ma capiva benissimo che il motivo per cui si trovava in quel laboratorio era legato alla biondina più che alla necessità di dare un’occhiata agli straordinari mobili sotto le lenti dello strumento.

Il suo dottorino aveva trovato il modo di stupirla, e sebbene questo lo facesse sentire un po’ a disagio, il boscaiolo non riusciva a togliersi dal viso un  sorriso di ammirazione.

“Forte vero? Chi può averli fatti?” chiese Marco

“Stai scherzando?” alzò gli occhi dalle lenti e li piantò in quelli di lui, tenendoceli un po’ troppo a lungo. “Questa è roba di precisione, impressionante. Alcuni dettagli sono paragonabili a quelli dell’industria dei microprocessori. Dove li ha trovati?”

L’ultima domanda era rivolta a Giuseppe, che guardò Marco e non disse niente.

“E’ una storia un po’ strana, Chiara.” fece il dottore improvvisamente preoccupato per le conseguenze della sua idea. “Non è il caso…”

“No, no” intervenne Giuseppe “Non si preoccupi dottore, la dottoressa sarà certo interessata.”

E con  naturalezza riferì alla ragazza tutti i particolari dello straordinario ritrovamento. Lei lo ascoltò molto seriamente, senza fare domande, fino alla fine.

Poi ci fu una pausa di silenzio che Marco si sentì obbligato ad interrompere.

“Bè, che ne pensi?”

E allora lei disse l’unica cosa sensata che c’era da dire:

“Qualcuno è tornato lì a dare un’occhiata?”




Il professor Vernazzini alzò lo sguardo dalla scrivania, solo quello. Il viso era sempre rivolto alle molte carte sparse sul piano di lavoro e gli occhi scrutavano il suo specializzando dallo stretto spazio fra la montatura e le sopracciglia. Questo accentuava il fatto che il professore era molto perplesso.

“Marco, non è che ti faccio lavorare troppo?” Il tono non era quello di una battuta, tuttavia il ragazzo fece una risatina prima di rispondere.

“Pensa che mi sia rincoglionito vero prof?”

“Per dirla francamente, sì, del tutto. Forse è il caso che te ne vai un po’ in ferie.”

“Ascolti prof, non sono ammattito e nemmeno stanco. Ho fatto il colloquio semestrale da una settimana, è tutto a posto.”

“Lo so che hai fatto il colloquio, e non me ne importa un fico secco. Resta il fatto che questa è la cosa più assurda che io abbia mai sentito, e guarda che ne ho sentite parecchie in trent’anni.”

“Immagino. Ma mi lasci ricapitolare i fatti, poi deciderà cosa pensarne, va bene?”


Vernazzini si rilassò sullo schienale della poltrona, poi fece una cosa che non succedeva mai e a Marco venne un brividino lungo la schiena. Con calma, quasi solennemente, alzò la cornetta del telefono e la posò sulla scrivania. Poi guardò in faccia il giovane e disse:

“Va bene.”

Il giovane si rese conto che stava mettendo in gioco la sua professionalità davanti al proprio mentore. Si sorprese nello scoprire che in fondo la cosa gli piaceva.

Iniziò a parlare con foga, e aggiornò il professore sulle proprie osservazioni dei giorni precedenti, e raccontò con dovizia di particolari l'osservazione condotta in laboratorio, con il microscopio.

“Hai guardato i mobili con il microscopio?” chiese Vernazzini come per conferma.

“Sì, e sono davvero incredibili. Anche Chiara... la mia amica biologa, persino lei è rimasta sconvolta. E non creda che possa trattarsi di roba comprata, non da una famiglia di contadini. Dovrebbe guardarli anche lei!”.

“Marco...” iniziò, ma il giovane continuò a parlare eccitato.

“Particolari incredibilmente rifiniti, roba a livello dei processori dei computer, anche più sofisticata; niente che possa essere stato fatto da...”

Si fermò, improvvisamente consapevole di quello che stava dicendo. Vernazzini concluse per lui:

“Da un essere umano? E' questo che stavi dicendo ragazzo, vero?”


Senza attendere risposta, il primario si alzò dalla scrivania, ci girò intorno e si avvicinò alla finestra. Rimase lì in piedi a guardar fuori il parcheggio mezzo vuoto a quell'ora della sera, mentre Marco continuava a fissare senza vederla la sua sagoma riflessa sui vetri.

Era successo. Non sapeva esattamente come, ma era successo. Aveva letto questa cosa talmente spesso nei libri che ora che accadeva davvero gli sembrava una specie di déjà-veçu. Aveva perso il controllo della propria razionalità, e si era proiettato nell'allucinazione del suo paziente. Com'era la frase che dicevano sempre ai seminari? Non sei mai tanto vulnerabile a un pericolo come quando credi di conoscerlo bene. Cavoli se era vera.

Si sentiva improvvisamente stanco e svuotato, come se l'appassionata arringa di poco prima avesse aperto un tappo dentro la sua mente, e insieme alle parole fosse fuoriuscita ogni energia.

All'improvviso Vernazzini ruppe il silenzio.

“Lo sapevi che quando venni a lavorare qui la prima volta, in questa stanza c'era un cesso?”

Marco lo guardò con stupore, e lui rise.

“Ci venivano le infermiere, e guai a entrarci noi borsisti! Sono trent'anni che lavoro in questo posto, e ne ho viste talmente tante che  racconto i casi clinici al posto delle barzellette: alcune volte nemmeno i colleghi lo capiscono.”

Gli si avvicinò e rimase in piedi al suo fianco, mettendogli una mano su una spalla.

“A me è successo l'anno dopo la fine della specializzazione.”

Lui finse di non capire “Successo cosa?”

“Oh andiamo ragazzo. Quello che sta succedendo a te, che altro? Era una ragazza poco più grande di me, una biondina da ridare la vista a un cieco. Aveva tendenze compulsive e un delirio lucido che a tratti sfociava in manifestazioni psicotiche. Anche lei aveva una storia curiosa. Aveva trovato un albero nel bosco dietro casa che le parlava: si era convinta che fosse la nuova incarnazione di Dio, il Verbo sceso in terra per portare un'era di pace fra gli uomini.”

“Avresti dovuto ascoltarla: se la lasciavi parlare, era capace di convincerti che una maledetta quercia potesse parlarti come un cristiano. Era molto convincente.”


Fece una lunga pausa, tanto che Marco domandò:

“Com'è andata professore?”

“Mi appassionai al caso, come te ora. Io però fui meno responsabile, e più sciocco. Non ne parlai con nessuno. Aspettai che venisse dimessa, mi tenni in contatto: uscivamo insieme, siamo andati anche al cinema un paio di volte. Credo... oh, al diavolo, sono sicuro di esserne stato innamorato. Ero giovane, pieno di sicurezza e fresco di studi. Credevo davvero di poterla aiutare, e accecato da quello che provavo ignorai molti segnali allarmanti nel suo comportamento.”

“Successe una sera d'estate. Mi aveva dato appuntamento a casa sua. Nei giorni prima aveva accennato molte volte a quel suo albero, ma in modo leggero, quasi scherzoso. Povero ragazzo imbecille: pensai che fosse un buon segno.”

“A casa non c'era. L'aspettai quasi un'ora. Ero talmente coinvolto emotivamente da negarmi l'evidenza, e pensai volesse farmi uno scherzo, o che fosse andata a comprare un dolce.”

Le mani del professore smisero di intrecciarsi nervosamente, e si posarono lungo i fianchi. Poi aggiunse in un sussurro:

“Fui fortunato, Marco: non la trovai io, ma la polizia.”


“Cosa... cosa accadde?”

“Si era impiccata, ragazzo. Al suo maledetto albero parlante.”

“Mio Dio, mi dispiace professore.”

Vernazzini fece un gesto con la mano e sorrise.

“Non preoccuparti, è passato tanto tempo, e sarei davvero un cattivo psichiatra se non l'avessi superata oramai. Ora, prima che tu lo dica, non ti ho raccontato questa storia solo per il motivo ovvio. Volevo che tu sapessi anche che questo terribile errore è stato probabilmente l'evento più formativo della mia esistenza.”

“Professore, io....”

“Stai zitto Marco. Pensa dentro di te ora, trai le tue conclusioni. Se puoi evita di sbagliare. Ma se proprio devi fare degli sbagli, approfittane.”

Poi all'improvviso si allontanò da lui, e si rimise a sedere sulla sua poltrona.

“Sei in ferie, per due settimane. Da subito.”

“Sì professore.”

“Non è un premio, sia chiaro. Quest'estate il mese all'Elba te lo scordi, hai capito?”

“Va bene. Professore?”

“Non ringraziarmi.”

“Grazie.”




“Sei sicuro che sia qui?”

“E come faccio a saperlo? Questi dannati boschi sono tutti uguali.”

“Andiamo bene.”

Chiara seguiva il suo amico psichiatra su per l'erta scoscesa che, secondo le vaghe indicazioni ricevute, avrebbe dovuto portarli fino alla boscaglia mezza tagliata dal signor Giuseppe; ansimando malediceva il momento in cui si era lasciata convincere a quella follia.

Aveva sperato che assecondare l'assurda gita in Casentino le avrebbe dato l'occasione per qualche momento di intimità: nel suo inguaribile cuore romantico si era immaginata una passeggiata a braccetto nel bosco autunnale, fra foglie multicolori ondeggianti al vento. L'atmosfera magica, lui che le parlava, e poi all'improvviso la prendeva fra le braccia e...

“Ahio! Dannati spini, a momenti mi ammazzavo.” Chiara incespicò su un grosso rovo tornando bruscamente alla realtà.

Si era graffiata la caviglia nonostante portasse un paio di jeans  sportivi.

“Marco! Aspettami.”

Lui attese con impazienza che l'amica lo raggiungesse.

“Dai sbrigati, siamo quasi in cima.”

“In cima a cosa, per tutti i santi! Questi dirupi non finiscono mai.”

“Questo è il punto giusto.”

“L'hai già detto dieci chilometri fa.”

“Esagerata. La macchina non è a più di tre chilometri da qui.”

“In linea d'aria, magari. Ma su e giù per questa spinaia le distanze si allungano.”


Così dicendo erano giunti sul ciglio della balza; il terreno ora si appianava nella sommità di una altura che dando ragione a Marco sovrastava il terreno circostante, e dando ragione a Chiara si continuava da un lato in una serie interminabile di avvallamenti e collinette.

Lui si mise a guardare il bosco su cui già a quell'ora del primo pomeriggio aleggiava un sottile strato di foschia.

“C'è un cartello.” Disse indicando un puntino giallo a malapena visibile a metà della collina di fronte.

“Ma che vuoi andare fino lì?” C'era disperazione nella voce della ragazza.

“Saranno nemmeno un chilometro.” La voce di lui era già lontana, e non le rimase che rassegnarsi a seguirlo. D'altro canto, non aveva idea di come fare per tornare indietro.


Fu il chilometro più brutto della sua vita. Il terreno era tutto un susseguirsi di buche, sassi sconnessi, pozzanghere e rovi talmente ingrovigliati da sembrare dotati di vita propria.

Ci misero quasi un'ora a raggiungere il cartello giallo, e quando arrivarono avevano le scarpe da buttar via e le caviglie cosparse di una miriade di dolorosi taglietti.


Lui camminava avanti di quasi cento metri, senza dire niente, e raggiunse il cartello molto prima dell'amica.

“Eccola!” Gridò all'improvviso con una voce resa stridula dall'eccitazione. Poi lesse in fretta ad alta voce “Comune di Poppi, demanio forestale, autorizzazione al taglio... Sì, sì, anche il cognome è quello!”

Chiara guardò il sole non più alto nel cielo, e cominciò a preoccuparsi. Marco sembrava completamente assorbito nella sua idea di ispezionare la boscaglia, e non sembrava accorgersi del tempo che passava.

La ragazza si sedette su un sasso, e per un po' lo guardò andare su è giù carponi per il terreno scosceso.

Poi si stancò e lo raggiunse.

“Marco, non si sta facendo tardi?”

“Cosa? No, non vedi che c'è ancora luce?”

“Dobbiamo tornare alla macchina, e con il buio non si cammina in questi posti.”

“C'è tempo, poi la strada è facile.”

“No che non è facile: non c'è proprio, la strada!”


Lui avvertì la nota di paura nella sua voce; si fermò e la guardò.

“Che ti prende, Chiara?”

“Dio mio, Marco. Ma ti sei visto? Fai paura. Sei esaltato, non ragioni...”

Poi la stanchezza e la delusione per quell'assurda giornata ebbero il sopravvento; si nascose la faccia fra le mani e cominciò a piangere con forti singhiozzi.

“Ehi!” fece lui. Esitò un attimo, poi le cinse le spalle. Lei si lasciò abbracciare e tenere stretta. Una parte della sua mente pensava che almeno tutta quella schifosa giornata era servita a qualcosa. Stranamente, questo pensiero la fece piangere ancora di più.


“Dai, non fare così. Mi dispiace che ti sei spaventata... Ora torniamo indietro.”

Pian piano Chiara si calmò. Tirò fuori dalla giacca a vento il pacchetto di fazzolettini in dotazione ad ogni donna di questo mondo e si soffiò il naso, guardando Marco con un misto di affetto e vergogna.

“Scusa” mormorò.

“No, scusami tu. Ho esagerato. Aveva ragione Vernazzini. Questa storia mi ha dato alla testa.”

Si guardarono negli occhi un brevissimo interminabile attimo, e finalmente Chiara ebbe il suo momento romantico.

Quindo le loro labbra si allontanarono e gli occhi tornarono a guardarsi, finché il silenzio fu troppo imbarazzante.

“Alla fine una fata l'ho trovata.”

Chiara pensò che questa fosse la cosa più stupida che un ragazzo le avesse mai detto, e lo baciò di nuovo.


Ad un tratto, il rumore violento di una motosega si impose nella tranquillità della foresta, e i due ragazzi si allontanarono istintivamente l'uno dall'altra.

“Non era il bosco del tuo paziente, questo?”

“Così credevo. Andiamo a vedere”.

Marco si avviò verso il punto da cui giungeva il rumore, ma questa volta il suo passo era lento e teneva per mano la sua Chiara.


I due giovani giunsero ben presto in una radura nascosta da folti cespugli, dove terminava una rudimentale strada. Al lavoro accanto ad un trattore c'era un signore di mezza età, e Marco riconobbe  il fratello del suo assistito, che aveva conosciuto in reparto.

Prima che il taglialegna si accorgesse dei due visitatori questi dovettero giungergli a pochi metri di distanza; lui riconobbe subito il giovane medico, e spense la sega con un gesto brusco. Aveva un'aria preoccupata e si informò subito sulle condizioni del fratello.

“Va tutto bene, non si preoccupi. Suo fratello tornerà a casa fra uno o due giorni per quanto ne so.”

“Ah... sa dottore, quando l'ho vista arrivare... Ma che ci fate in questi boschi?”

“Veramente sono in ferie. Volevamo fare una passeggiata, e il signor Giuseppe parla sempre di queste montagne come di un paradiso. Insomma, ero curioso.”


L'uomo sorrise, e conversò ancora per qualche minuto con i due ragazzi, poi Chiara si informò sulla strada più veloce per tornare alla macchina.

“Mi saluti suo fratello quando tornerà a casa, mi raccomando.”

Disse Marco stringendo con la sua mano curata quella ruvida e calda del boscaiolo.

“Ci conti”. L'uomo fissò il giovane medico con i sui profondi occhi azzurri, tanto simili a quelli del fratello: Marco vi lesse qualcosa che a cui non seppe dare un nome, che gli scaldò il cuore. Un misto di sincerità, fiducia, affetto.

Era bella quella gente, si trovò a pensare. Assomigliava alle loro montagne.

“Senta..” cominciò a dire, mentre il contadino gli lasciava andare la mano, quasi come se temesse di sporcargliela.

“Dica dottore.”

“Come.. com'è lavorare qui? Voglio dire, è tutto... ehm... normale?”

“Normale, normale.” rispose, ma senza guardarlo negli occhi.

“Non ha visto niente di strano, che ne so, qualcosa che potrebbe aver confuso suo fratello, averlo disorientato?”

“No, no.”

“E' sicuro?”

“Qui ci sono solo le volpi e le querce dottore.”

“Meglio così. Allora buon lavoro.”

“Arrivederla dottore.”


Marco si incamminò, raggiunse la sua compagna che si era avviata lungo il sentiero, e la prese a braccetto  per aiutarla a scavalcare un groviglio di radici.

Il taglialegna li guardò allontanarsi abbracciati finché scomparvero dietro la prima curva, e lui rimase a fissare quel punto per un po', mentre la sua mano si infilava nella tasca della tuta da lavoro, e ne tirava fuori qualcosa.

Aprendo la mano davanti a sé, abbassò lo sguardo su ciò che teneva nel palmo con una delicatezza insospettabile per quelle mani callose.

Era un minuscolo, fragile e perfetto tavolino, tutto di legno. Lui non l'aveva fatto, ma a scuoterlo un po' ne sarebbe uscito un cassettino, pieno zeppo di posatine talmente piccole da essere quasi invisibili.

Lo guardò per un poco, poi scosse il capo e con un gesto rassegnato lo buttò via.

“Un matto basta in famiglia” bofonchiò.

Un attimo dopo una dolce musichina gli giunse all'orecchio. Era un suono quasi impercettibile, ma lui aveva buon udito; gli ricordava le musiche che sentiva da ragazzo nelle feste da ballo, con le fisarmoniche e tamburelli.

Scosse di nuovo la testa, stavolta con rabbia, e afferrò la motosega tirando rabbiosamente la corda. Il rumore  gli sembrò un segno rassicurante di normalità, e lo ascoltò con piacere, mentre si accingeva a fare a pezzi un grosso tronco di quercia.

Ancora tre giorni di lavoro, pensò, e in quel maledetto posto non ci sarebbe mai più tornato. E al diavolo quel cretino di suo fratello: certe cose, era meglio tenersele per sé.

Sputò per terra e cambiò la presa sull'attrezzo, rinnovando i suoi sforzi per tagliare il grosso tronco.

Alle sue spalle le ombre del pomeriggio disegnavano strani ricami sull'erba, mentre il sole si abbassava lentamente sull'orizzonte fino a lambire le cime degli alberi.