La pesante porta di legno di quercia si spalancò cigolando, e un turbine di neve ghiacciata entrò nella grande sala sospinto dal freddo vento dell'oceano.

Nella taverna qualcuno si voltò verso l'ingresso dove una massiccia figura avvolta di pelliccia richiuse rapidamente i battenti contro il buio della notte.

Le folate cessarono e nel grande camino la  fiamma riprese indisturbata la sua pigra danza, mentre tutti tornavano a stringersi nelle pelli.


Nel silenzio ovattato il nuovo entrato si fermò per strappare la crosta di ghiaccio che aveva sui vestiti e sulla folta barba, poi avanzò verso il bancone fiocamente illuminato dalla luce delle torce.

Salutò e ordinò con un cenno, e quando strinse fra le mani la sua coppa di vino caldo speziato assaporò la sensazione di calore che si diffondeva lentamente nel suo corpo infreddolito. Rimase lì, ben deciso ad assorbire ogni scintilla del benefico tepore prima di bere, e prima di tornare al suo posto sul Muro.


Si voltò lentamente a guardare l'unica larga stanza di cui si componeva la taverna. Pochi uomini  che il freddo aveva strappato dai loro letti si affollavano sul lato del camino, curvi su boccali pieni di cattivo vino che

non avevano voglia di assaggiare.

Ricordò il cartello appeso sulla porta. "Fuoco gratis. Consumazione obbligatoria". In città nessuno accettava più poveracci a scaldarsi di notte.


Sorseggiò il vino ancora molto caldo, con una smorfia che non era di piacere. La qualità delle bevande era di molto peggiorata, ma era sempre meglio che togliersi la sete con la neve.

Colse un movimento dal fondo della sala, e riconobbe una delle sentinelle del turno del pomeriggio, suo vicino di casa  da vent'anni.

Con un mezzo sorriso prese il bicchiere e si diresse verso l'amico. La sedia gemette sotto il peso dell'uomo, che si chinò in avanti porgendo il suo boccale. Il brindisi produsse un sono sordo e per nulla allegro: pensò che

fosse adatto all'occasione.

"Pausa?" domandò l'altro.

Il gigante impellicciato annuì, poi si sentì obbligato a rispondere qualcosa.

"Un quarto d'ora. Serata tranquilla, Jacky ci sta mandando a scaldarci a

turno".

"Con chi sei di guardia?"

"Con Marco Rostok."

"Una rogna". Commentò l'amico. "Ero con lui due giorni fa, durante l'ultimo attacco. Vennero su lungo il fiume gelato, dalla sua parte. Arrivarono a cinquanta metri prima che lui li individuasse... poteva finire male."

"Pessima storia, vero?"

"Puoi dirlo. E non migliora."

"Non per quest'anno, a quel che dicono i grandi saggi."

L'amico sorrise all'accenno di sarcasmo del gigantesco soldato.

"Bella battuta Dag. Se ti sentissero parlare così finiresti per avere più turni di guardia che pulci su quegli stracci".


Dag si strinse sulle spalle, e bevve una lunga sorsata di vino ormai

tiepido.

"Non che abbia più molto da perdere."

L'altro cambiò espressione e non disse niente, limitandosi a posargli una mano sul braccio. La moglie e il figlio di Dag erano stati sbranati l'inverno scorso, e lui non si era ripreso del tutto.

Come tutti i Cittadini, ricordava quell'ultimo inverno con un brivido lungo la schiena. Incursioni continue, quasi tutte le notti: il fiume si era gelato fin sotto il Muro, e l'odore di carne li aveva attirati a frotte dai boschi del nord.

In città erano morte famiglie intere, e al mattino i roghi erano sempre più numerosi. Bruciarli era la parte peggiore.

Per un po' i due uomini rimasero assorti nei pensieri, poi il  gigante sorrise e si alzò, vuotando il suo bicchiere.

"Sarà meglio che al sarcasmo non aggiunga anche la mancanza di puntualità. Jacky è maledettamente pignolo su certe cose".

L'amico sorrise comprensivo.

"Fa buona guardia Dag"

"Dormi tranquillo."

La tradizionale risposta al consueto augurio.


"Buona guardia" aveva sostituito il vecchio "In bocca al lupo" da quando quell'innocua espressione era diventata disgustosamente orribile.


Stavolta nessuno si voltò quando il vento spinse la neve attraverso la porta. Dag uscì in fretta chinandosi più che poteva per offrire meno resistenza al vento gelido.

Camminò ingobbito alla luce delle torce antivento, diretto verso nord, verso il fiume. La luna era piena quella notte, e questo era un bene. Le mantelle bianche dei Lupi scintillavano e li rendevano più riconoscibili. Le poche casupole di legno sorgevano rade lungo l'antica strada dal selciato ormai sconnesso. La manutenzione in città lasciava piuttosto a desiderare, pensò amaramente. Diede un calcio ad un barattolo che ruzzolò lontano saltellando con un rumore che, in un altro tempo, avrebbe definito allegro.

Ora gli sembrò stonato e fuori luogo.


Dag giunse al fiume mentre la nebbia cominciava a salire dall'oceano. La vide e si innervosì: non ci voleva. Saliva dalla foce del fiume che il ghiaccio aveva respinto quasi dieci miglia più a nord del suo sbocco

naturale. Sarebbe salita per tutta la notte, calando  sulla baia, fin dove il ghiaccio si assottigliava e iniziava il permafrost Atlantico. I Lupi avrebbero aspettato che arrivasse a lambire il Muro e poi si sarebbero

avvicinati strisciando. Avevano imparato a non ringhiare, e si muovevano silenziosi come spettri, macchie biancastre nella foschia color latte.


Guardò davanti a sé, verso il Muro. La vecchia struttura era ancora lì dopo quanto, cinquant'anni? Cento? Nessuno si ricordava con esattezza. Era stato di sicuro prima della nascita di Dag.


La Sentinella di Terra lo individuò a più di cento metri, mandando un lungo e basso segnale di riconoscimento criptato che fece ronzare il com-link appeso alla cintura del soldato.

Lui rispose con il proprio codice. Grazie a Dio i Lupi non avevano ancora decifrato quei segnali.

La Generazione di mutanti di quell'inverno era particolarmente pericolosa.

Più intelligenti e intraprendenti, comunicavano con bassi brontolii a

infrasuoni, impossibili da udire e difficili da intercettare. Sotto il

ventre avevano una selva di tentacoli, e si arrampicavano sul cemento armato

come ragni.


Dalla sua postazione sul Muro Dag guardò ancora verso nord, verso la baia dell'Hudson e oltre. Le punte più alte dei grattaceli in rovina di Manhattan, le sole che spuntavano dal ghiaccio, erano avvolte dalla nebbia come scheletri in un sudario. Rabbrividendo per le raffiche di vento, il soldato strinse il suo fucile al plasma e si preparò ad affrontare un'altra notte di guardia per difendere quel che restava dell'ultima città del pianeta.