1 settembre 2011, n. 10

 

Indice


MOSTRA “Glasstress”, articolo di Paolo Meneghetti LINK

MOSTRA “aikoon”, articolo di Saverio Simi de Burgis

CONFERENZA “12th Circuito Off, Venice International Short Film Festival”, sintesi di Andrea Giacometti LINK

MOSTRA “Cracked culture?”, articolo di Paolo Meneghetti

MOSTRA

Glasstress”, articolo di Paolo Meneghetti



Il soffio vetrato dell’anima

La mostra collettiva "Glasstress" è ospitata a Palazzo Cavalli Franchetti di Venezia, e costituisce un evento collaterale per la 54ma Biennale d’Arte Contemporanea. Come suggerito dal titolo anglofono, essa riguarda il vetro, materiale che ha trovato nella Serenissima una possibilità espressiva unica al mondo e che qui la conferma all'insegna della contemporaneità.

“Glasstress” ha la valenza di evidenziare questa continuità.

Il vetro porta la dimensione della trascendenza paradossalmente a materializzarsi, e data questa sua natura, esso si presta ad esprimere una ricerca concettuale che qui tenterò d’esplicare.

L’arte da sempre ha significati che non vogliono "dire", bensì "dire di dirsi". Conta semplicemente la loro esposizione. Il linguaggio quotidiano si dà per inquadramenti: un certo "ente" (materiale o astratto) rinvia all’universalizzazione concettuale di se stesso. L’arte invece ha una finalità trasparente, all’interno della sua costruzione materiale. Il significato estetico non rinvia a nulla di particolare.

Il vetro è un materiale trasparente, avendo due margini che non impediscono al primo di passare virtualmente al secondo. Potremmo dire che noi "lo guardiamo nel suo guardarsi". Mettere qualcosa in mostra è invitare ad entrare in quella.

L’opera d’arte non va soltanto (semplicemente) vista. Il suo fondamento materiale (dovendola costruire) alla fine deve farsi trasparente. L’opera d’arte vale "se vista d’essere vista".

Come spiegava Paul Scheerbart (1863 - 1915), l’architettura di vetri colorati conferisce alla luce solare una percezione più tranquillizzante. Chi costruisce una casa od un palazzo cerca di materializzare l’intimità della vita. Le mura non possono illuminare del tutto. La casa od il palazzo custodiscono una parte di chi le abita. Noi ammettiamo che la parete di vetro colorato rappresenti l’intimità che s’apre alla natura. Il cielo è azzurro, l’erba è verde, la vitalità è rossa (col sangue), la luce è gialla (quando la vediamo senza che ci abbagli). Il vetro colorato, nella costruzione architettonica, simboleggia la trasparenza personale (dell’anima), che si materializza nella natura. Esso non s’illumina totalmente, mentre la parete che lo espone ha significati che "si dicono nel dirsi (dentro una precisa situazione spazio temporale)". Il vetro verde è tale nel verdeggiare dell’erba; quello blu è tale nell’imbrunire del cielo ecc… La casa sta sempre in opposizione alla natura esterna. Il vetro colorato permette che la dimensione più trasparente dell’anima si materializzi, nel blu della notte o nel verde dell’erba.

Gli artisti che partecipano alla collettiva "Glasstress" hanno scelto "di far vedere qualcosa che si faccia vedere". Il vetro acquista un tono estetico perché il suo fondamento materiale si realizza nella trasparenza di sé. Non "vediamo" subito tali opere; piuttosto "le vedremo un po’ alla volta".

La nostra interpretazione del significato nasce dalla trasparenza dell’uomo che ricostru
isce se stesso, secondo le vicende storiche (contro la continuità della sua materia corporea).

Fra gli artisti in mostra (circa sessanta), segnaliamo ad esempio Khudyakov. La sua "Ultima Cena"  (Last supper) consta di tredici teste: ciascuna di queste è rinchiusa da un sacchetto di plastica. La trasparenza spiritualizzante del sacrificio cristiano si trova compromessa in laboratorio, per così dire. Probabilmente l’artista accusa ogni “glaciazione asettica” della vitalità umana. Il cadavere su cui noi facciamo l’autopsia si rivela nella massima trasparenza di se stesso. E’ straordinario quanto alla fine il medico legale conosca bene quel corpo, mentre la vitalità d’una volta pareva così banale da poterla percepire con leggerezza.

Forse Khudyakov accusa la trasparenza della guerra, che al giorno d’oggi purtroppo accade in modo sempre più scientifico (quasi nella routine dei telegiornali).

Marya Kazoun esibisce l’installazione "They where there", dove assistiamo al crollo d’una grande città capitalistica. I pozzi per trivellare il petrolio sono più importanti del tessuto urbanistico: l’altezza dei primi sembra sproporzionata rispetto alla larghezza del secondo. Il vetro che si frantuma visivamente assomiglia alla forma delle strade. Ma per l'artista ad espandersi su “macchie… d’olio nero” è la distruzione del capitalismo. La trasparenza dell’anima pare arricchita da un materialismo fin troppo denso, sino ad implodere drammaticamente. Marya Kazoun esibisce sul serio un’urbanistica del “capitale che frantuma”, accrescendo la forbice

sociale tra chi può e chi non può vivere negli agi.


L’artista Fabre realizza un’installazione con fondi di bottiglia, lasciati sul pavimento. Essa si chiama "Greek gods in a body landscape". Ai fondi di bottiglia s’accompagnano alcune tartarughe. Appesa al soffitto,
c’è persino la figura più inquietante dell’intestino umano. La colorazione biancoblu del vetro torna politicamente nella bandiera greca. Sembra che la trasparenza della divinità perda la dimensione più colorata di se stessa. Noi ne percepiamo solo il consumo, tra i fondi della bottiglia e le spire dell’intestino. La divinità greca, anziché colorarsi di tutta la natura (dal cielo alla terra, senza disdegnare l’antropomorfismo), là si rende freddamente bianca o tranquillamente blu. La compresenza della tartaruga aumenta la nostra percezione “lenta” dei percorsi visivi. I fondi di bottiglia, ravvicinati l’uno all’altro, raffigurano una sorta di voluta, che naturalmente torna nell’intestino. La colorazione biancoblu del vetro rappresenta la mera passività dell’uomo che si sostituisce a Dio, con l’artificio del consumo. Questo impedisce all’anima di avere una trasparenza completa (assoluta), senza lo sfondo del materialismo.

Da questo mio excursus sulla "poetica" espressa dalla mostra si evince come il "semplice" materiale vetro possa trasmettere l'idea che l'Arte, con i suoi linguaggi, sia media in grado di unificare concetti quali "antico" e "moderno", "classico" e "contemporaneo", Storia e Arte… tutti termini che in qualche misura identificano la complessità di Venezia.

"Glasstress" rappresenta così il vetro in un rapporto dialogico e metaforico con la stessa città che lo ha da sempre valorizzato.

(cfr. ARTICOLO “Il ponte di Calatrava e l’idea di ‘opera architettonica’ “, di Roberto De Rosa

LINK 1 agosto 2011, anno 1°, num. 8)


                                                                               

“Glasstress” info: LINK VETRINA                                                           photos credits: Francesco Allegretto


 

MOSTRA

“aikoon” opere di Viviana Pascucci,

articolo di Saverio Simi de Burgis


Uteri e seni

L’eterno femminino nelle sue valenze ancestrali archetipiche non può che simbolicamente innescare semplici e immediati riferimenti a una generale idea di fertilità, fecondità e di conseguente continuità della specie e in questo senso, come ribadisce in più occasioni  Culianu nello straordinario “Eros e magia nel Rinascimento”, ha alimentato l’autentico valore  pagano, ma sempre sacro, della valenza creativa  legata al fare arte.  La ricerca di Viviana Pascucci verte da tempo sull’anatomia del corpo femminile nudo che ancora oggi, nella cosiddetta contemporaneità nella quale siamo quasi costretti a uniformarci e a omologarci con il rischio di cadere negli inevitabili adeguamenti a slogan e luoghi comuni vari,  corrisponde, soprattutto in certi settori più trendy, come la moda, alla condivisione di un ruolo trainante, per molti fondamentalmente finalizzato ad alimentare un’idea consumistica di una certa immagine stereotipata della femminilità. E’ anche vero che per quanto concerne un’idea originaria, dalla preistorica Venere di Willendorf a quelle rinascimentali riconducibili pure alla tradizione classica greca che ne ha istituito l’imprescindibile mito, dalla Venere di Milo all’Afrodite Efesia dalle cento mammelle, rimane sempre e comunque ricollegabile a un’idea della bellezza che ha alimentato di linfa vitale la ricerca soprattutto nel settore artistico. Oggi nei settori della moda come anche della medicina, forse si è troppo spinto verso una concezione artefatta, debordando in una degenerazione dei principi originari con considerevoli prese di distanza dai normali processi generativi, in nome di un fittizio ricorso alla chirurgia estetica per tentare di conservare e magari di migliorare a oltranza un corpo che è comunque soggetto a un inarrestabile processo di deterioramento, stato che invece può essere vissuto nel migliore dei modi solo accettando tale inesorabile condizione magari con il sostegno di un sano supporto spirituale che può agire con effetti benefici pure a livello qualitativo. Su tale lunghezza d’onda e attraverso vari tipi di riscontro si possono tentare alcune lettu
re dei ricorrenti riferimenti a certe ripetitive  performance della Beecroft o, in presa diretta, della Orlan con interventi sul suo stesso corpo,  che sembrano dover implicare nel sociale un necessario ricorso alle più accreditate teorie psicanalitiche che si rivelano, in ogni caso,  terapeuticamente  surrogati inefficaci rispetto, per esempio, agli antichi riti pagani o legati ad altre religioni, più in sintonia, anche a livello antropologico, con le semplici e normali decodificazioni delle effettive funzioni dei vari apparati fisici umani. Su tali  basi si muove per di più la ricerca sempre più affinata condotta da Viviana Pascucci che, però, del corpo femminile evidenzia proprio le sue parti più caratterizzanti dell’utero e dei seni, entrambi da lei riutilizzati come sineddoche metaforica di una condizione femminile che proprio nell’arte dovrebbe ripartire per riappropriarsi di quella particolare forza creatrice originaria e ispiratrice, naturalmente insita  nell’artista e racchiusa nello stesso principio dell’eterno femminino di goethiana memoria appunto. Su sfondi preparati accuratamente con stesure di colori puri riemergono, nelle sue tele, seni turgidi e velati, incorniciati, in alcuni casi, da una sottile garza medicamentosa, come se fossero appena usciti ex novo da una sala operatoria, ma freddi ed eroticamente assopiti; lo stesso vale per gli uteri indagati freddamente come avviene nei testi di medicina ma allo stesso tempo, all’interno delle sue opere, di non facile riconoscibilità, studiati meticolosamente quasi per ridare loro quella forza energetica e propulsiva alla vita che sembravano avere rimosso dalle loro funzioni non esiziali.  Ne deriva uno studio su tali forme che alla fine insiste a coniugare una visione formale, asettica ma variabile ed eterna nella sua classicità,  a un’adesione più emozionale legata quasi a un recupero di una dimensione sacra, e perciò sentimentalmente romantica che da sempre accompagna l’artista di ogni tempo e che in questo caso specifico, soprattutto nella rappresentazione degli uteri, rivela un omaggio, ovviamente risolto in piena autonomia, alla grande lezione di Francis Bacon. E’ su tale ambivalenza tra classico e romantico quindi, ancora necessaria alla genesi dell’arte seppur vissuta con un oscillante distacco, che continua a muoversi la produzione sentitamente e volutamente pittorica di Viviana Pascucci che in tal senso rivela tutta la sua naturale fede nei confronti dei basilari valori della vita ma anche soprattutto dell’arte.














                                                                                                                                                                                                                                                        

                                                                                                                                                                                    

“aikoon” info LINK VETRINA                                                            photos courtesy to Simi de Burgis

 

KONSTANTIN KHUDYAKOV

LAST SUPPER” (2011)

MARYA KAZOUNTHEY WERE THERE” 
INSTALLATION/ PERFORMANCE (2011)

JAN FABREGREEK GODS

IN A BODY LANDSCAPE” (2011)

CONFERENZA

“12 th Circuito Off, Venice International Short Film Festival”, sintesi di Andrea Giacometti



Il 31 Agosto, allo stand della regione Veneto dell’Hotel Excelsior, Lido di Venezia, si è tenuta la conferenza stampa per l’apertura della 12^ edizione del “ ‘Circuito Off’ - Venice International Short Film Festival ”. Celebre ormai per il suo importante ruolo di controparte alla Mostra del Cinema di Venezia, presenta quest'anno un'importante novità, sottolineata a più riprese dalla direttrice Mara Sartore.  Per la prima volta il Circuito Off è ospitato al Lido di Venezia, al monastero di San Nicolò del Lido, grazie anche alla partecipazione del comune di Venezia e del sindaco Giorgio Orsoni in prima persona, che hanno reso possibile lo svolgimento dell’evento in una location così importante. Lo spazio è curato da P4 Design, che ha realizzato mobili a forma di pixel. Le proiezioni saranno all’aperto.

La collaborazione con Ca’ Foscari, riuscitissima la scorsa edizione, ma saltata quest’anno per via di un festival del cortometraggio curato direttamente dall’università, è secondo Mara Sartore la prova dell’incisività del fenomeno Off e del suo successo.

Le novità di quest’anno sono anche a livello organizzativo: “As short as the name Lido” (corto quanto il nome Lido) è la tagline del festival, scelta proprio per la durata: una tre giorni (1-2-3 Settembre) che vede una concentrazione incredibile di eventi.

Si inizia Giovedì 1 Settembre, ore 18.30, con “Building Bridges”, evento promosso dall’EIUC che include la proiezione di cortometraggi dai temi relativi ai diritti umani. Dopo il cocktail d’apertura, il solito tributo di Circuito Off, quest’anno dedicato a due artisti/autori poliedrici e geniali: Simon Cahn e Can Evgni. A seguire, la proiezione dei film in concorso al festival: quest’anno sono trenta, selezionati da un comitato di esperti, amici di Circuito Off: Kaleem Aftab, giornalista e scrittore inglese; Agustí Argelich, della spagnola TV3; dal Portogallo Joao Garcao Borges, di RTP2; Nicola Giuliano dell’italiana Indigo, produttrice dei film di Matteo Garrone; Jacky Ido, attore, regista e musicista francese; Jukka Pekka Laasko, di Tampere SFF, Finlandia; Tamaki Okamoto del sito giapponese c-a-r-t-e-blanche.com; Karel Spesny del Prague Short Film Festival; Pelin Turgut di !f Instanbul IIFF. La giuria sarà formata da Karel Och (Karlovy Vary IFF), Géraldine Gomez (Hors Pistes) e Valentina Barzaghi (PIG Magazine). Quest’anno, tra i premi, una collaborazione con corrieredellasera.it.

Il 2 Settembre si inizierà alle ore 17.00 con la proiezione dei corti in concorso, per poi passare alla proiezione di "Freaks!", web series a low budget trasmessa unicamente via youtube, già vincitrice del premio come “Miglior serie tv dell’anno” senza mai essere trasmessa in tv. Saranno proiettate tutte le puntate finora girate più del montato nuovo di zecca. Qui si concretizza la collaborazione tra Circuito Off e “100Autori”, associazione che ha permesso la trasferta veneziana della serie web e che dalla Pagoda del Lungomare Marconi parlerà di web series il 5 Settembre alle 15.00.

(cfr.“Circuito Off e 100 autori”, conferenza LINK VIDEO)

Solito happy hour delle 20.00 seguito da altre proiezioni in concorso dalle ore 21.00.

Il Sabato finale è la giornata più impegnativa: si inizia alle 16.00 nello stand della regione Veneto all’Hotel Excelsior con il lancio ufficiale del Sony Ericsson Mobile Festival: realizzare short movies e videoclip musicali con un telefonino. Il concorso inizia il 3 settembre e finisce il  30 Aprile 2012, i vincitori saranno annunciati alla 13^ edizione di Circuito Off e riceveranno un premio in denaro; in giuria anche due registi italiani: Leandro Manuel Emede e Alberto D’Onofrio.

Alle 17.00 ultima serie di corti in concorso, poi, dopo l’immancabile cocktail, la premiazione con la proiezione dei vincitori. Dopo la premiazione, il focus su Gabriel Abrantes, in collaborazione con Centre Georges Pompidou: quattro corti del regista ventisettenne, che incontrerà il pubblico.

Infine, dalle 23.30 al Pachuca Beach l’attesissimo closing party, organizzato da Eclectic Collective con la musica hyperdub made in Uk di Ikonika.

Il festival è gratuito, ma su invito. Per scaricarlo questo è il link:  HYPERLINK "http://www.circuitooff.com/wp-content/uploads/2011/08/InvitoWeb.jpg" http://www.circuitooff.com/wp-content/uploads/2011/08/InvitoWeb.jpg

Il closing party è a ingresso libero, ma è uno degli eventi più attesi a Venezia. Meglio arrivare puntuali.
Per programma, orari, news e aggiornamenti:  HYPERLINK "http://www.circuitooff.com"

“Diana”

“Ofelia”

MOSTRA

“Cracked Culture?” articolo di Paolo Meneghetti


A Venezia, presso il < Palazzo Giustinian Recanati > ed il < Convento del Santo Spirito >, s’ospita fino al 15 settembre 2011 la mostra collettiva < Cracked Culture? The quest for identity in contemporary chinese art >. Possiamo camminare in sale e giardini, fra sculture, installazioni, fotografie o dipinti. La mostra è dislocata nelle due sedi del < Liceo Artistico > a Venezia. Soprattutto il < Palazzo Giustinian Recanati > merita < una visita… nella visita >, aprendosi per una volta al pubblico (entro la pausa estiva delle lezioni), con piani, scalette, androni ecc… risalenti al Seicento. La mostra < Cracked Culture > è stata pensata dal < Guangdong Museum of Art >, in Cina, tramite il critico e curatore Wang Lin. Per l’allestimento finale, ha contato il forte interessamento d’una collega veneziana: Gloria Vallese. Complessivamente, i due curatori portano in mostra sedici artisti: fra questi, i cinesi sono ben quattordici.

Nell’intenzione generale, il visitatore deve percepire esteticamente la < cultura spezzata > cui rimanda il titolo. Siamo soliti pensare che l’arte possa curare i “mali materialistici” dell’uomo, sviluppandone la spiritualità in chiave positivamente “critica”. La Cina s’avvia a divenire la nazione economicamente più potente del mondo. Un obiettivo che si raggiunge sposando definitivamente la società del consumismo. Gli artisti cinesi ne sentono la contraddizione con la propria cultura, che avrebbe conservato l’eco del < materialismo senza individualismo > (caro al < tao >, per cui la dimensione spirituale dell’uomo va a < rientrare > in quella puramente esistenziale: e l’una non prevarica l’altra!) persino nell’utopia di Mao. Le soluzioni estetiche cercano una < nuova dialettica >, dove l’ostentazione vanesia del lusso velatamente < consumerà > la nostra anima. La < cultura spezzata > degli artisti cinesi cerca di ricomporsi almeno < nella domanda del dubbio >, quando s’avverte il rischio di < vivere nella contraddizione di se stessi >. Storicamente, la città di Venezia ha conosciuto l’estetismo della decorazione: coi vetri di Murano, dal colorismo nei quadri “di maniera”, per il “piacere” dei balli in maschera ecc… In Cina esiste un gusto molto raffinato < per il sensibile che si rende sensuale >, rientrante perfettamente nel più universale (e pure politico!) < materialismo senza individualismo >. La cinematografia degli ultimi vent’anni ne ha favorito la rivendicazione, polemicamente, contro gli “eccessi” della nuova < occidentalizzazione >. Si pensi a film come < Lanterne rosse > oppure < In the mood for love >. Con < Cracked Culture >, gli artisti hanno recepito l’estetismo veneziano della decorazione, ma < consumandolo > attraverso tutta la paradossalità d’un < rinforzo concettuale >.

Un’installazione fra le più importanti è certo quella che si chiama < Vanas – Omnia vincit vanitas >, dell’italiana Resi Girardello. L’artista ha scolpito due donne, a misura reale, utilizzando per ripeterne i lineamenti i soli intrecci ad uncinetto in filo di rame. Oltre alla corporeità, però, spariscono pure i volti. Il filo di rame non ricostruisce né gli organi (partendo dalla più superficiale pelle), né simbolicamente la < mente >. Resi Girardello spiega che la prima donna ha un < look > ispirato al tempo della < dinastia Tang >. Questa assicurò alla Cina (tra il 600 ed il 900 d.C.) uno “splendore artistico”: specialmente nella pittura, nella scultura, nella ceramica. La seconda donna invece si percepisce in tutta la “fuggevolezza” del < rococò francese > sui quadri di Fragonard. Nel pavimento, troviamo un “tappeto” di conchiglie. Esso inizialmente doveva supportare, oltre alle sculture femminili, pure cento scarpe di vetro soffiato. Resi Girardello ha dichiarato che l’intera installazione rappresenta < lo sguardo della sua “esistenza da occidentale” verso lo stereotipo della “cineseria” >. Effettivamente la < corazza > dei pregiudizi socio-culturali parrebbe abbattuta: le due donne, pur provenendo da < mondi diversi >, riuscirebbero anche a “parlarsi”. Il filo di
rame non intreccia né gli organi né la mente. Forse nei primi percepiamo con favore che scompaia < la “corazza”… dell’ingordigia > (dove la < pienezza di sé > farebbe sentire il proprio < peso > sull’Alterità), mentre la seconda perderà finalmente il “paraocchi” degli stereotipi xenofobi? Le due donne sono rivestite in via solamente… “ecologica”. I fili di rame s’intrecciano pure di alveari, nidi, piume ecc… La < vanità > cui precisamente rinvia il titolo dell’opera è legata tanto alla < banalità dell’apparenza > quanto alla più “seria” < necessità del trapassare vitale >. Comprendiamo lo “sfarzo” della donna occidentale, che < spedisce a se stessa (con l’egocentrismo) la “cartolina della cineseria” >. Lei “si specchia” in una femminilità che culturalmente non le apparterebbe. Nel contempo, rivestire gli organi vitali in maniera “naturalistica” (con le piume, i nidi, gli alveari ecc…) significa caricarli d’una concettualità che metta in crisi la percezione banalmente consumistica della cineseria. L’artista spoglia la corporeità femminile della sua < universalizzazione… “materialistica” >. L’idea della < donna >, in specie nella cultura occidentale, si costruisce pure tramite le “immagini” tendenzialmente consumistiche dell’eleganza nel vestire, del seno rigoglioso, delle gambe sinuose ecc… Resi Girardello esibisce invece una sorta di < universalizzazione… “ecologistica” >, dove l’impossibilità di fermare il corso del tempo (contro la vanità della bellezza, che si vorrebbe non sparisse mai!) è simboleggiata dalle piume, dai nidi, dagli alveari ecc… Elementi dove riconosciamo una vitalità destinata comunque a farsi abbandonare. L’artista assegna all’installazione dei < rinforzi concettuali > che paradossalmente ne < consumano > il mero < materialismo percettivo >.

Il filosofo Maurizio Ferraris scrive che < l’immaginazione > è < la ritenzione dell’assente > (quindi la sua conservazione per non dimenticarlo), mentre < la fantasia > servirebbe a < rielaborare > la prima. Quest’ultima propende maggiormente alla dimensione dell’irrealtà. Tuttavia per Platone la < phantasia > si specifica ambiguamente. Essa indicherebbe sia una < rappresentazione veridica > (avvicinandosi subito alla tipica < immaginazione >), sia la mera < apparenza illusoria > (che naturalmente è irreale). La < phantasia > non si darà solo con “l’inganno”. Essa starebbe a “fondamento” sia delle immagini reali sia di quelle inventate. Il < phantasma > per Platone indicherà semplicemente < ciò che “appare” >. Una dimensione che percepiamo < nella “neutralità” di se stessa >, senza il “filtro” dell’adeguazione < all’idea di verità >. Maurizio Ferraris scrive che la < phantasia > per Platone sarebbe una < mera presentazione >, non una < più “immaginata” rappresentazione > (presa dagli “schemi” mnemonici, o cercata dalla “creatività” intellettuale). Senza il “filtraggio” < dall’idea di verità >, la penseremmo meno passivamente. Tramite la < phantasia >, non siamo noi < a rappresentarci qualcosa >, perché di contro è < qualcosa che ci si presenta >. Essa letteralmente < attiverebbe > qualunque immaginazione, tanto nella “veglia” (innanzi al mondo reale) quanto nel “sonno” (con l’invenzione).

Maurizio Ferraris aggiunge che in noi la facoltà della visione presuppone sempre < una “ritenzione” del pensiero >. L’occhio dapprima < mette a fuoco > (mediante la retina) più immagini, che in seguito va ad < universalizzare > (percepite da precise aree cerebrali, richiamanti la dimensione della < verità >). Ne deriva che l’attività della visione ha una fase < di rammemorazione >. Le immagini si mettono a fuoco (sia nella retina sia rispetto alla loro < essenza ideale >), per cui ci troveremmo < a conservarle in modo creativo >. Maurizio Ferraris conclude che almeno la visione è strettamente “imparentata” con il ricordare < e > col rielaborare. Le tradizionali illusioni ottiche in fondo lo suggerirebbero. Dunque < l’immaginazione > è una < percezione… della memoria > (col primo momento della < visione >, ed il secondo < dell’adeguamento all’essenza ideale >), che la < fantasia > andrebbe quasi < a scomporre o ricomporre >, curiosamente allo stesso modo della più “seriosa” riflessione concettuale.

Resi Girardello espone un’installazione dove la < vanità > sembra tanto < reale > (col materialismo della cineseria) quanto < inventata > (giacché la figura femminile ha una corporeità solo “in superficie”, senza gli organi interni). Noi la immaginiamo dentro la < ritenzione del… mero consumismo > (pure simbolicamente, se la donna occidentale sente la mancanza del “lusso” altrui), che alla fine si trova < rielaborata con la fantasia >, aprendosi ad una concettualità più < idealizzante >, certo da preferire. Il trascorrere del tempo naturale annulla la pretesa di possedere qualsiasi cosa, ivi compresa la bellezza.

Fra gli artisti cinesi di < Cracked Culture >, segnaliamo Maleonn. Il suo trittico fotografico mostra < un ameno paesaggio lacustre >, dove il gusto tipicamente cinese per la < raffinatezza naturale > è dato dall’intrecciarsi dei rami, dallo specchiarsi delle immagini nell’acqua, dalla situazione di riposo in cui sta la persona. La titolazione dell’opera ci rimanda di nuovo ai “fasti socioculturali” del passato: < Second hand Tang poem >. La nostra immaginazione per così dire < solitaria > del paesaggio lacustre (calmo ed incontaminato da abitare!) trova immediatamente una < rielaborazione fantastica >. La figura del pescatore sembra < fatta di pongo >, avendo una testa che s’attacca al busto quasi perdendo il collo. In una fotografia, vediamo che a riposare sulla riva è persino uno scheletro umano. Ci troveremmo indotti a percepire una < rammemorazione delle immagini >. L’omino fatto quasi < di pongo > visivamente si stabilizza < per scomposizione e ricomposizione di sé >. Inevitabilmente, poi, lo scheletro s’associa alla corporeità precedente. Maleonn “spezza” simbolicamente la < contemporaneità del mercato > in Cina, permettendo che il < materialismo senza individualismo > torni alla sua dimensione d’origine, quando noi ci rapportiamo col mondo in modo “ameno”. Lui inquadra immagini < da ricordare >, dove forme o colori < si scompongono e ricompongono > essenzialmente da una < concettualità fantastica >.

Un altro artista cinese, Ma Han, ha realizzato un pannello circolare, in cui più < miniature umane > parrebbero “soffocate” da un filo spinato, che s’attorciglia sui loro arti. Il vetro/resina è completamente colorato di marrone. Una scelta visivamente < kitsch >, ma che si giustifica col concettualismo. Sembra che la società contemporanea < s’ingozzi avidamente >. Ma Han mostra degli omini ingrassati, dove i nodi del filo spinato sono gli stessi… della pelle! Un numero imprecisato di chicchi di riso ricopre tutta la base del pannello. Tendiamo a percepirli come se fossero la miniatura delle “formichine”, contro la pesantezza banalmente avida degli omini. Il pannello gioca esteticamente sulla dialettica fra il consumo “naturale” (per nutrirsi) e quello “commerciale” (per il lusso di nutrirsi). Il riso rientra facilmente negli stereotipi socioculturali della Cina. Qui esso riceve un gusto per la decorazione, che sarebbe da vedere fantasticamente < nella mera “apparenza” di se stesso >. Certo l’artista chiede di rivalutarlo, in chiave concettuale, mentre noi < lo scomponiamo e ricomponiamo > nel “filtro” della critica alla < catena del consumismo >.

La mostra < Cracked Culture >, curata dal cinese Wang Lin e dalla veneziana Gloria Vallese, dunque si propone di < spezzare > la nostra immaginazione artistica. Il valore estetico esiste quando si critica il pregiudizio del consumismo. Le curatrici hanno colto l’importanza dell’arte, che < scompone i pensieri per poterli ricomporre >. E’ una critica al mero consumismo, promossa < l’immaginazione fantastica >.


“Cracked culture?” info: LINK VETRINA                                         photo courtesy to Resi Girardello

 

“Vanas - Omnia vincit vanitas” (La vanità vince tutto), opera di Resi Girardello