1 ottobre 2011, n. 12

 

Indice


CONFERENZA “ ‘Dialogo sulla democrazia’ con Massimo Cacciari e Angelo Panebianco”, sintesi di Cecilia La Monaca LINK

INSTALLAZIONE “ ‘Rebel’ di James Franco alla 54ma Biennale dell’Arte di Venezia”,

di Ilaria Rebecchi

MOSTRA “Vulpes pilum mutare”, articolo di Paolo Meneghetti

CONFERENZA

“ ‘Dialogo sulla democrazia’ con Massimo Cacciari e Angelo Panebianco”, sintesi di Cecilia La Monaca



Il secondo appuntamento culturale sotto la torre di Mestre (il primo è nel numero 11 di VeniceCulture), introdotto sempre da Nicola Pellicani, alle ore 21 dell'otto settembre, ha visto dialogare il filosofo Massimo Cacciari e il politologo Angelo Panebianco, in un appuntamento dal titolo "Dialogo sulla democrazia".

Dopo una breve presentazione di Pellicani, ha iniziato Cacciari esprimendo la necessità, a parer suo, di ridefinire il concetto di democrazia, dato che l'originaria definizione sembra non essere più efficace.

Il problema nascerebbe dal fatto, banale, che oggi praticamente tutti si definiscono democratici, ma ovviamente un termine che ingloba tutto non riesce più a distinguere alcunché.

Ma vediamo nello specifico i punti controversi.

Il primo è che la "globalizzazione" agisce su scala mondiale, ed è invece propugnata da Stati democratici: ciò implica una discrasia tra una logica locale, di queste nazioni, e le realtà sempre diverse, anche politicamente, che essa incontra (tale questione sarà ripresa anche da Panebianco al termine del suo intervento, n.d.r.).

Poi c'è una sorta di asimmetria tra l'evoluzione delle forze che di fatto guidano l'assetto sociale, come Finanza e Scienza, e la staticità dei sistemi politici connessi, che vi arrancano dietro non essendo in grado di rispondere adeguatamente, in tempi e strategie, con i cambiamenti che le prime due apportano alla società.

Egualmente importanti poi i fattori che inficiano la validità del sistema democratico così come è stato concepito: il primo è che si credeva che esso avrebbe garantito qualità nel governo, ma tale idea è stata smentita dai fatti; il secondo era che la democrazia avrebbe dovuto garantire "mobilità sociale" ovviamente verso l'alto, ma anche questa non ha trovato riscontro, soprattutto nel nostro Paese.

Infine l'idea che la democrazia, anche tramite le politiche statali, garantisse la ridistribuzione del reddito, ma in Italia ciò è avvenuto fino agli anni settanta, non oltre.

Alla luce di tutto questi fallimenti, secondo Cacciari, tale sistema politico è destinato a collassare e a scomparire.

Panebianco interviene dicendosi d'accordo, anche se a parere suo c'è un problema che è strutturale nella democrazia.

Questa nasce dall'incontro di tre istanze: l'idea di "potere popolare", il principio di rappresentanza e il costituzionalismo, che però entrano in conflitto tra loro (Panebianco usa spesso il termine democrazia rappresentativa in cui il popolo elegge propri rappresentanti al Governo, e che di fatto è argomento dell’intero discorso, n.d.r.).

Ad esempio: il primo deriverebbe dal secondo, ma questo meccanismo è inficiato dal fatto che il sistema elettorale costringe sovente a votare per un candidato che è solo il capo di un programma a cui di fatto l'elettore fa riferimento; programma spesso non rispettato dall’eletto; inoltre l'uguaglianza formale dei cittadini è annullata da fattori socio-economico-culturali che rendono poco omogeneo il tessuto sociale, creando gruppi sociali.

Panebianco sottolinea che tali disuguaglianze non sono create solo dal "mercato", come a prima analisi potrebbe sembrare, ma anche da altri fattori: si creano così delle elite, le quali detengono un potere che non è certo trascurabile (si pensi all'apparato burocratico, a quello scolastico, a quello dei Sindacati, n.d.r.); ma la questione delle elite sarà ripresa nel discorso sotto altri aspetti.

Politicamente, per così dire, la democrazia diventa un insieme di oligarchie, cioè gruppi politici che di fatto detengono il potere.

Da qui traiamo due considerazioni.

La prima è che la possibilità, formale (sia ben chiaro) di scelta del gruppo sociale, e politico, a cui appartenere ha reso la democrazia un sistema di successo, poiché implicitamente ha garantito una certa libertà; la seconda è il riflesso negativo, in termini di governabilità, di tale assetto: i conflitti e le sovrapposizioni tra le oligarchie, liberamente createsi, creano sconquasso nel sistema politico.

Abbiamo così un doppio incrocio di poteri forti: quello dei gruppi politici (partiti) e quello delle elite di cui sopra.

Il risultato finale è un cattivo governo.

Come Panebianco ci ricorda, anche il sociologo Max Weber ai primi del novecento spiegava come l'apparato burocratico di fatto controllasse gli "eletti", i rappresentanti degli elettori.

Alla luce di queste storpiature è stato coniato il termine "post-democrazia", che Panebianco non approva, poiché di fatto non descrive nulla… secondo lui è solo un modo per descrivere un "oggetto misterioso", ovvero una forma di governo che esprime la capacità della democrazia di adattarsi ai contesti in cui è applicata producendo innumerevoli varianti.

Un altro aspetto interessante è che essa propugna un valore che la rende sulla carta fragile, cioè il permettere il rispetto dei diritti delle "minoranze", quando però governa una "maggioranza".

Tale situazione permette il dissenso, potenziale fonte di contrasto e disintegrazione, eppure la democrazia riesce ad assorbire tale tensione; questa sorta di elasticità è il motivo per cui nel mondo essa si diffonda, per quanto diversa nella sua "forma".

Comunque tale sistema di governo ha un vantaggio rispetto alle altre, e che la rende più appetibile: il miglior livello di vita che essa consente, in termini di libertà, istruzione e mobilità sociale.

Ma veniamo ad un altro aspetto particolare, che riguarda il contesto in cui si è formato tale sistema di governo.

L'idea di democrazia rappresentativa è nata e si è sviluppata nella moderna società occidentale (quindi dal XVI secolo in poi, n.d.r.)  quando il grado di potere popolare era inesistente e le gerarchie sociali erano molto più definite e forti.

Chi deteneva il potere aveva un maggiore controllo, effettivo, sulla popolazione, con una governabilità garantita proprio dall'assenza di istanze democratiche.

In altre parole: il concetto di democrazia nasce in un contesto in cui la democrazia di fatto non c'è.

Ci si trova di fronte ad una dicotomia: un sistema in cui la libertà è in una certa misura limitata, ma in cui la governabilità è garantita (quello pre-democratico); oppure un sistema in cui la libertà è maggiore ma la governabilità è meno garantita (quello democratico, appunto).

Il nostro politologo non approfondisce la questione, che comunque già così formulata apre scenari e considerazioni quantomeno vasti…

Veniamo ad un altro punto: il rapporto tra la democrazia e "reddito".

Studi scientifici risalenti agli anni '60 dimostrarono che maggiore è il reddito pro-capite della popolazione di una Nazione, maggiore è la probabilità che la forma di governo di essa sia democratica.

C'è dunque una correlazione positiva tra i due elementi: "ricchezza della popolazione" e "possibilità che il governo sia democratico": in sintesi: quando aumenta il primo, lo fa anche il secondo (si ricorda che una correlazione è un mero legame tra due fenomeni: essa non spiega i motivi del perché vi sia il legame, n.d.r.).

Limitandosi a tale assunto, "più ricchezza uguale più democrazia", lui afferma che c'è quindi la possibilità che se la ricchezza delle nazioni ora democratiche cali, allora si potrebbero instaurare regimi non democratici in queste.

Ed è questo lo scenario che l'attuale crisi economica mondiale sta prospettando, ovvero una diminuzione della ricchezza.

Quindi, provocatoriamente, conclude il suo intervento affermando che spera vivamente che i nostri eredi siano ancora nella possibilità, come noi, di interrogarsi sui problemi della democrazia…!

Il termine della conferenza ha visto alcune questioni sollevate dal pubblico. 

                                                                            da sinistra Cacciari, Pellicani, Panebianco a Mestre

                                                                                                                                                                foto Marco Zavagno


La prima, a onor del vero, è di Nicola Pellicani dell'omonima Fondazione e presentatore dell'evento.

Questi chiede come affrontare il problema della coesistenza di "mercati" internazionali e "regimi di governo" invece nazionali, situazione che mette in crisi il modello democratico (anche Cacciari vi aveva accennato, n.d.r.).

Panebianco risponde intanto accennando al fatto che i "mercati" sono per loro natura transnazionali, mentre i governi sono nazionali seppure alcuni di questi abbiano influenze oltreconfine.

Da una parte ciò crea dinamismo, dall'altra squilibrio, vediamo perché.

Innanzitutto: nell'era premoderna, dal 17° secolo in poi, gli imperi coloniali occidentali inglobavano le aree occupate imponendovi anche un "mercato", ma stiamo parlando di epoche in cui i cambiamenti sociali erano pressoché inesistenti, quindi la mancanza di dinamismo era compensata da un equilibrio che garantiva prevedibilità ma anche sicurezza, e questo faceva sì che governo e "mercato" coincidessero.

Ma se rivediamo tutti i punti precedentemente trattati, ci rendiamo conto che questa situazione ideale non è oggi replicabile, per il fatto che i governi premoderni non erano democratici, quindi non erano afflitti dalle problematiche fin qui espresse, che di fatto si trasferiscono anche nella gestione dei meccanismi economici sottesi ai mercati.

Dal pubblico giunge una domanda rivolta ad entrambi, ovvero se esistono "ricette" per migliorare l'attuale situazione politica italiana.

Il filosofo risponde rimarcando la capacità della democrazia di adattarsi alle specificità delle situazioni, con il vantaggio di poter stipulare accordi fusioni ed anche, perché no, compromessi tra le parti in contraddizione tra loro.

Tuttavia il problema è capire come arginare gli effetti nefasti di questa libertà, questione già esposta da Panebianco.

Poi: è impensabile che non si studino, a livello politico quindi decisionale, soluzioni che affrontino il processo di "globalizzazione" in cui siamo ormai totalmente immersi e di cui stiamo sperimentando gli amari effetti.

E qui ritorna la questione delle elite, già precedentemente chiamate in causa.

Se l'elettore vota, si aspetta che chi poi governi abbia le capacità, le risorse e la volontà per risolvere le sfide che tale complessità richiede: in questo senso si parla di un elite di persone.

Ma al giorno d'oggi il cittadino non crede più di essere governato da tali figure, anzi ha continua riprova di incapacità da parte loro.

Sembra semplicistico ma non lo è: bisogna tornare in una situazione in cui tali elite lo siano per davvero, ovvero persone con capacità e competenze superiori e che quindi sappiano guidare la nazione con le scelte appropriate.

Poi ci sono temi che sono troppo importanti e specifici per essere affrontati in modo superficiale, da "semplici" politici.

Si pensi a tematiche come l'energia, l'inquinamento: in questi casi devono intervenire dei veri esperti, per ogni settore e questione, non possono essere affidati all'occasionalismo.

Panebianco più prosaicamente afferma che a latere del dibattito politico, dovrebbe esserci un coinvolgimento totale che individui e affronti i problemi specifici uno alla volta; la realtà è che un singolo individuo non ha tale possibilità, nemmeno il presidente Obama data la complessità e vastità di tali questioni che ormai coinvolge l'intero globo; quindi è bene non farsi illusioni al riguardo: o c'è un accordo globale, oppure certe questioni resteranno irrisolte.

Un'altra domanda verte sulla questione dei politici che una volta eletti passano, con disinvoltura, da uno schieramento all'altro.

Le risposte di entrambi sono articolate e complesse, e possono essere di fatto accomunate (e sintetizzate) dalla richiesta da parte della popolazione di avere una riforma del sistema elettorale, che così com'è concepito, complice soprattutto un'impostazione tutta… all'italiana… della politica che, ad esempio, in Gran Bretagna non sarebbe nemmeno concepibile (Panebianco), permette appunto tali comportamenti.


LINK CONFERENZA “Dialogo su democrazia e ‘primavera araba’ con Khaled Fouad Allam e Gianfranco Bettin”, sintesi di Cecilia La Monaca


                                                                                                                                                                             

 

INSTALLAZIONE

“ ‘Rebel’ di James Franco alla 54ma Biennale dell’Arte di Venezia”, di Ilaria Rebecchi



Un progetto di video-istallazioni sul cinema di Nicholas Ray e sulla cultura della gioventù bruciata: James Franco, l’attore che si plasma alla storia dell’arte.
E la ricrea.

Presente al Festival del Cinema di Venezia 2011 come regista della biopic “Sal”, che ripercorre l’ultima parte della vita del compianto attore Sal Mineo, protagonista al fianco di James Dean del film icona degli anni ’50 “Gioventù Bruciata”, l’eclettico James Franco ha contemporaneamente presentato alla Biennale d’Arte veneziana il progetto “Rebel”.
Una serie di video-istallazioni ispirate proprio al capolavoro del maestro Nicholas Ray e nate dalla collaborazione con gli artisti Douglas Gordon, Harmony Korine, Damon McCarthy, Paul McCarthy, Ed Rusha, Aaron Young e curato da Dominic Sidhu in associazione con il MOCA di Los Angeles e con il supporto di Gucci.
Sal” è stato largamente apprezzato al Festival per la delicata ed incisiva fedeltà narrativa e per le soluzioni registiche ottenute grazie alle inquadrature dei dettagli fisici del protagonista (Val Lauren) a rappresentare la solitudine di Mineo,  “Rebel” ha colpito altrettanto la critica.

Il progetto, che resterà all’Isola della Certosa fino al prossimo novembre, permette di rivivere l’iconografia tipica del cinema e della cultura giovanile degli anni ’50 nella presentazione di “lunghi” e “cortometraggi” come “Henry Rebel Drawing and Burning”, istallazione di Gordon con Henry Hopper in una performance d’improvvisazione incentrata sull’idea del machismo dell’epoca, a metà tra il sublime e lo spaventoso.

In “Brad Renfro Forever” Franco dirige se stesso nella ripresa in real-time del leggendario artista-tatuatore Mark Mahoney intento ad incidere con un coltello sulla pelle dell’attore il nome dell’amico attore scomparso a soli 25 anni per un overdose.

Arte, memoria e dolore si incrociano in un esempio contemporaneo di realismo cinematografico ad eco della recente performance dell’attore in “127 Ore” di Danny Boyle.
L’intero progetto è il trionfo dell’autodistruzione e della recitazione, in lodevoli esempi di mascolinità di ieri e oggi (come la reinterpretazione di Korine della celebre scena della lotta con i coltelli di “Gioventù Bruciata”), auto e moto incidentate (“Rebel Walk” di Young), e nel video / making-of dedicato al film originale da parte di Damon e Paul McCarthy, con Franco che interpreta Dean (come nella serie tv del 2001), in un irrisolto amalgama concettuale dei temi del film-iconico di un’intera generazione.
Rebel” inoltre presenta al pubblico anche il film “Sal”.
James Franco si riconferma così una delle personalità più creative dell’arte contemporanea, capace di spaziare in vari campi per realizzare progetti geniali omaggianti al cinema passato e presente.

Tra collaborazioni ed approfondimenti, Franco trascina se stesso e il pubblico in un vortice doveroso e splendido di creatività, fascinazioni e storia.
Da vedere.


“Rebel” info LINK VETRINA

 

MOSTRA

“Vulpes pilum mutare”, articolo di Paolo Meneghetti


Requiem for the evolution

Al Museo civico di Bassano del Grappa (VI), dal 2 al 10 Settembre s’è svolta la mostra collettiva d’arte contemporanea Vulpes pilum mutare, sotto la curatela di Carolina Lio, e per conto dello Infart collective. Vi prevalevano fondamentalmente i dipinti, ma non mancavano né le fotografie né le installazioni. I promotori bassanesi dello Infart collective da tempo s’interessano alla “street-art”, ovvero i “murales” urbani.

La mostra Vulpes pilum mutare ha coinvolto quaranta artisti italiani, professionisti o comunque già conosciuti dalla critica nazionale.

La titolazione “favolistica” scelta da Carolina Lio pare interessante. Molti fra i quaranta artisti vanno cercando l’estetica della mutazione evolutiva.

Si prenda ad esempio il dipinto chiamato  “Kukl”, di Marco Carli Rossi. Il titolo rinvia ad una parola islandese, che traduciamo in stregoneria. Subito ricordiamo la pittura di Hieronymus Bosch, che alla fine del Quattrocento aveva negato le “sicurezze” rinascimentali dell’antropocentrismo, caricandola di figure e scene “visionarie”. Modernamente, ci piace accompagnarla alla cinematografia di Werner Herzog. Marco Carli Rossi dipingerà l’evoluzione infernale della civiltà umana. Nel quadro  “Kukl”, la “conquista delle terre” da parte degli animali acquatici (i primi a comparire, per il darwinismo) va contraddicendone la percezione “infernale”. La vitalità resta; anzi tende (paradossalmente) a “sublimarsi”. Gli animali abbandoneranno la “nera” melma infernale (dove l’acqua “stringerebbe” i corpi, nella densità della putrefazione), e, conquistata la terra, essi si tramuterebbero in “pinguini”. Le classiche “scogliere di ghiaccio”, per Marco Carli Rossi, diventeranno di colore rosa. La percezione naturalmente “fredda” del pinguino si confonderà con l’immaginazione simbolicamente “razionalistica” dell’umanità: la rappresentazione figurativa del primo sarebbe uguale (o quasi) a quella del secondo, in prevalenza “nell’aggressività” delle mani e nel “nascondimento” del fondoschiena! Parrebbe che noi evolviamo verso l’edificazione d’una civiltà “friabile” perché decorativa. Simbolicamente, sarà questo il senso delle scogliere rosa. Ora la freddezza del razionalismo porterà ad agire… goffamente (come accade nella natura d’ogni pinguino), coinvolgendo sia chi “si nasconde” sia chi “aggredisce”. La risalita verso la trascendenza (che contraddice la percezione “irrazionale” del quadro) perdura a rivendicare la scialba beatitudine… del kitsch. I pinguini (per natura incapaci di volare!) giungeranno a  fluttuare  in aria, avendo la forma della “medusa”. Un animale che vive attaccandosi (con le sue spire) all’esteriorità, lungi dal potersi davvero sublimare.

                                                                                                                  “Kukl”, Marco Carli Rossi                                                                                                                


Per il cineasta L’Herbier, la vastità dell’acqua marina non restava mai oggetto di percezione comune. Quest’ultima avrebbe una qualità autonoma, diversamente dalla più “usuale” ambientazione in terra. Per L’’Herbier, l’acqua marina rappresentava una dimensione alquanto strana da “percepire”, facendo accadere il movimento… della medesima mobilità. Essa “insegnerebbe” che tutta la realtà sia essenzialmente “vibrante” . Se il nostro Universo si desse in chiave espressamente relativa (a rievocare la “formula” di Einstein), solo la vastità della superficie marina ci permetterebbe di capirlo. Immersi nella sua acqua, ogni mobilità d’azione s’identifica pienamente  col centro di gravità. Quest’ultimo letteralmente si percepirebbe nella… “fluidità” di se stesso. Nell’immersione marina, accade che qualunque forza motrice accompagni il centro di gravità.

Nel dipinto “Kukl”, di Marco Carli Rossi, s’intuisce la putrefazione pseudo-infernale. Essa per gli animali acquatici sarebbe talmente densa da percepire, fino a “sommergerli”. Ma la rappresentazione “vira”, con la metafora antropologica, verso sia la terra (prima) sia l’aria (dopo). Noi immagineremo un centro “evolutivo” di gravitazione universale, dove la “fluidità” della putrefazione annichilente “contagerebbe” anche la sublimazione più “paradisiaca” della vitalità.

L’artista Lamberto Teotino ha esposto la stampa su carta “My favourite labor”, incorniciandola su un “altare ligneo” che, in via sinestetica, andrebbe “risuonando” come l’organo d’una chiesa. Subito noi pensiamo al “necrologio”, comparendo il mezzobusto d’un uomo. Ne deriva l’involuzione naturale dalla vita alla morte. Lamberto Teotino esporrebbe il requiem… del “dandismo” nell’arte.

Roland Barthes sa che, anticamente, il tipo d’abbigliamento concorreva a distinguere le classi sociali. Il dandy voleva evitare il volgare. Allora lui doveva dettagliare i suoi abiti, il più possibile. Con la nascita della boutique, però, persino la “raffinatezza” subì una meccanizzazione. Ciò determinò la fine del dandismo, almeno nella storia dell’abbigliamento. Roland Barthes s’accorge che l’imporsi della moda  eliminerà ogni dettaglio singolare del vestito, ma (paradossalmente!) riproducendolo il più possibile. Il dandismo continuerebbe a piacere: l’importante è che esso valga per tutti (o quasi). La moda non commercializzerebbe tanto il vestito X, bensì il vestito X avente i dettagli Y, W o Z , per così dire.

                                                                                   
   ”My favourite labor”, Lamberto Teotino


Lamberto Teotino porta la stampa d’un volto dalla pettinatura abbastanza “ricercata”, che addirittura lo avvolgerebbe, sostituita la più tradizionale aureola. Per il filosofo Adorno, l’arte del Novecento pare perdutamente contro se stessa (dissonante). Ma bisognerebbe sempre prenderla seriamente. Adorno cita l’esempio della più nota “canzonetta pop”, che sarebbe “dettagliata” dalla moda. Per lui, l’arte più autentica si pone “sopra” il suo fruitore, inabilitato a conoscerla interamente (contro il rischio di “banalizzarne” l’estetica). Nel caso della musica, servirebbe un ascolto “aulico”.

Forse, Lamberto Teotino ci visualizza il “lamento” sopra la perdita d’una percezione “dandystica” dell’arte, tramite la sinestesia del suo requiem… for a labor (not for a dream!). Qui la cornice di legno si pone solo a prima vista nella creatività della maestranza. L’immagine virtuale del necrologio è già più “meccanizzata”, sia perché distribuita dai giornali, sia entro la “ritualità civile” del successivo funerale. Lamberto Teotino, per esporre l’arte, qui letteralmente ha dovuto lavorare, perso il “romanticismo” di poterla sognare. L’organo sovrastante il necrologio suonerebbe in via “aulica”, ma solo malinconicamente.

Infine, citiamo il dipinto di Marco Fantini che si chiama “Stop motion”. Là, si riconosce il “debito intellettuale” verso i promotori dello Infart collective, da sempre interessati alla “street-art”. Il dipinto ironizza sopra l’involuzione “lunatica”  dell’anima umana. Un animale “mostruoso”, di tono nero, ha il muso che “pericolosamente” arriva a mangiarsi la pelle d’un volto. Torna l’estetica visionaria, ma non disdegnando il concettualismo.

Il quadro rappresenta una sorta di fermo-immagine. Qui ci colpisce visivamente la congiunzione fra la bocca del “mostro” ed il possibile naso umano. A sinistra, pare che la digestione del carattere lunatico sia già cominciata. La pancia dell’animale ci svela una testa, dal fermo-immagine d’una visione “chirurgica”, per così dire. Forse Marco Fantini invita a “calmare” l’involuzione viziosa  dell’uomo contemporaneo, che “mangerebbe” la sua stessa vita.

                                                                                                                    

                                                                                     ”Stop motion”, Marco Fantini

                                                                                      

                                                                                                                                   photos courtesy to Paolo Meneghetti