1 novembre 2011, n. 14

 
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CINEMA

“This must be the place” di Paolo Sorrentino,

recensione di Ilaria Rebecchi


Delicato, maestosamente sofferente, depresso al punto che ironia e malinconia si confondono, incastrato da un passato mai dimenticato e dalla noia quotidiana: è una via di mezzo tra un Peter Pan di oggi e Edward Scissorhands, il Cheyenne di Paolo Sorrentino in “This Must Be The Place”, interpretato (magistralmente, forse ai vertici della carriera) da Sean Penn.
Una rockstar decaduta e con un look “post-dark-goth-wave” alla Robert Smith dei The Cure, un trolley a mo’ di coperta di Linus, l’onnipresente rossetto rosso e un’imponente villa nei pressi della gelida Dublino, dove i rapporti interpersonali sembrano frutto più dell’unione dei silenzi che dell’armonia dei dialoghi.
Cheyenne ha ormai appeso il microfono al chiodo: all’alba dei 50 anni trascorre le sue sempre uguali giornate con la moglie pompiere Jane (l’attrice premio Oscar Frances McDormand), con l’amico “sciupa femmine”, l’amica d’infanzia disperata per la prematura scomparsa del figlio o con la giovane figlia della stessa (Eve Hewson, figlia del leader degli U2, Bono), perfetta icona dell’emo-moda contemporanea.
Cheyenne non trova soddisfazione o ragion d’essere in nulla, pur conservando un aplomb etereo e distaccato nella dolcezza linguistica e fisica dei suoi lenti e corti passi o delle sue spontanee e velocissime risate, puerili e perciò tenere.
Il tutto finché il padre non muore: dopo decenni di silenzio tra i due il nostro protagonista si ritroverà ad attraversare l’America a caccia di un nazista ultra novantenne per vendicare l’umiliazione subita in campo di concentramento dal defunto padre.
This Must Be the Place”, mai titolo fu più giusto, è infatti quello di una delle più note canzoni dei Talking Heads, storica band ‘80s di David Byrne (che del film è autore della colonna sonora – splendida, manco a dirlo – e protagonista di un piccolo cameo), che recita “And you're standing here beside me/I love the passing of time/Never for money/Always for love… Home is where I want to be/But I guess I'm already there…  Guess that this must be the place”.
Ed è la ricerca della casa e dell’identità il tema del nuovo capolavoro di Paolo Sorrentino, che concentra in due ore il fulcro di questa ricerca ricerca come percorso di vita, riprendendo Pirandello e le maschere (trucco, abiti da rockstar), tra ossessioni irrisolte, un passato ingombrante a cui Cheyenne è legato dal look e dal bagaglio a mano che si trascina ovunque, un po’ a nascondersi un po’ ad autoinfliggersi un supplizio da artista pentito.
Tra primi piani e gestualità con capelli ed unghie, viaggi reali ed immaginari, espiazione, solitudini ed isolamenti moderni, il regista (meritevole della candidatura all’Oscar) conferma le peculiarità del proprio stile registico regalando un affresco dettagliato di disillusione e soffici malinconie, così irreali da essere già icone dell’immaginario cinematografico e sonoro (impossibile uscire dalla sala senza canticchiare originale e cover della sopraccitata canzone di Byrne) quanto incredibilmente reali per empatia con l’uomo contemporaneo.
Nel suo genere, un capolavoro.
Italiano.

CINEMA

“Il cinema di Gaspar Noè: ‘Carne’ ”,

articolo di Andrea Giacometti


A chi avesse voglia di un film tranquillo, rilassato e senza scene troppo forti, sconsiglio vivamente questo film.

Il primo cortometraggio di Gaspar Noé, “Carne” (1991), primo di una trilogia, è di una crudezza rara sulla scena cinematografica che per questo lascia spiazzati, ma anche perché ci parla di verità nascoste e scomode, crude.

La storia prende luogo nella periferia di Parigi, dove un macellaio di carne equina è abbandonato dalla compagna, che gli lascia la figlia ritardata, forse autistica.

La vita e il film continuano scanditi dalla voce narrante del macellaio: tanto cresce la bambina quanto i desideri sessuali del padre nei confronti di lei, che lui riesce a reprimere con fermezza.

Finché un giorno arrivano le prime mestruazioni e anche le avances di un ragazzo, sfortunatamente nello stesso momento: il padre, vedendo arrivare la ragazza nella macelleria con la gonna sporca di sangue, senza che lei riesca a spiegare nulla, corre dal ragazzo che insidiava sua figlia (tra l'altro sbagliando persona) e lo uccide con una coltellata in bocca.

Così il padre finirà in carcere, la ragazza in un istituto.

Dopo  anni di reclusione lui esce di galera: non ha una famiglia, non ha una casa, non ha più la macelleria.

Trova una donna, la proprietaria di un bar, con la quale va a vivere; questa rimane incinta e decidono di partire per un'altra città.

Tutto ricomincia.

In questo film tutto è esplicito e il richiamo che lega il titolo alle vicende sembrerebbe essere proprio questo: la carne è carne, e non conta.

Le allusioni e i rimandi sono chiari, diretti: la carne della macelleria, la carne del sesso, la carne della figlia ("carne della mia carne", ripete lui) ma inanimata, piatta e monotona: morta.

E lo si vede nei continui accostamenti tra carne appesa nella macelleria e le  scene di sesso; lo si capisce dalla scena del tentato omicidio nei confronti del ragazzo magrebino, perpetrato con il coltello da macello.

Gaspar Noé è il nichilismo cinematografico, il contrasto al "non detto".

Ma il racconto di Noé ha anche il grande pregio di non avere degli alti e dei bassi: parlo della giusta dose, sapiente direi, di asetticità ed indifferenza che il regista riesce a impartire allo stile narrativo.

La storia è scandita dalla voce del macellaio, in prima persona: un macellaio anonimo che combatte con la vita, un macellaio che potrebbe essere un operaio come un impiegato.

Una figura che incarna chi si fa investire dalla vita, e che quando reagisce per amore della sua creatura combina un guaio e lo paga.

Ma lo sguardo indifferente di Noè è anche nella stanchezza nei confronti della vita che rivela il protagonista, la routine che lo vede in macelleria di giorno e a casa di sera, a mangiare carne di cavallo davanti alla televisione.

Il bagno a sua figlia pare essere il migliore dei passatempi, durante il quale deve reprimere le voglie d'incesto che emergono in concomitanza con lo sviluppo della ragazza.

Ma, oltre alla trama, la grandezza di questo film risiede, forse soprattutto, in come è girato: la raffinatezza delle luci, l'eleganza delle riprese, lo rendono un dramma realizzato secondo una sensibilità diversa, non intenzionata a rafforzare il naturale scandalo insito nella vicenda . La ritmica dei pensieri del macellaio si unisce alle immagini con grande precisione, come se gli avvenimenti fossero legati inevitabilmente a ciò che il protagonista immagine.

Niente è lasciato al caso, nemmeno i titoli di testa.

La recitazione di Philippe Nahon è di una spontaneità da documentario e, unita alle sezioni prettamente cinematografiche (gli sguardi di ghiaccio in macchina, per dirne una), rende questo cortometraggio una perla di stile.

Non è, in definitiva, un film adatto a mentalità perbeniste e facilmente impressionabili, come del resto tutti i film e le creazioni video di Gaspar Noé, fatta eccezione per la pubblicità del profumo di Yves Saint Laurent.

Un'opera che inchioda alla poltrona e che fa capire come il cinema non sia necessariamente finzione o realtà, ma può essere l'intreccio di questi due fattori.

E Gaspar Noé ha il dono di saperli unire come nessun altro.


LINK CINEMA “Il cinema di Gaspar Noè” articolo di Andrea Giacometti

CONFERENZA

“Dialogo su democrazia e ‘primavera araba’ con Khaled Fouad Allam e Gianfranco Bettin”,

sintesi di Cecilia La Monaca



L'ultimo incontro di "Voci fuori campo" di cui ci occupiamo è datato sabato 10 settembre.

I due giornalisti e saggisti, Khaled Fouad Allam, algerino naturalizzato italiano e Gianfranco Bettin, veneziano, hanno parlato della "primavera araba".

Prima di iniziare ricordiamo che la conferenza si è tenuta appunto prima di eventi quali l'uccisione di Gheddafi e le elezioni libere in Tunisia, due eventi, soprattutto il primo, certamente forieri di svolta per l'area del Maghreb.

L'argomento della conferenza è, per alcuni aspetti, correlato a quello del dialogo tra Massimo Cacciari e Angelo Panebianco da noi riportato nella puntata del 1 ottobre, a cui vi rimandiamo con un link al termine di questo articolo.

Il discorso è aperto da Fouad Allam che cita il  "mondo arabo", che geograficamente possiamo definire come un arco che copre tutta la fascia sud-est del Mediterraneo, dall'Asia minore all'Atlantico, dunque un'area vastissima.

Ma è un termine che indica una sfaccettata, multiforme realtà.

Ad esempio tra la Tunisia e l'Algeria vi sono profonde differenze, benché siano state, all'epoca, entrambe colonizzate dalla Francia.

La differenza sostanziale sussiste tra il tessuto sociale del "mondo arabo" e quello occidentale; Fouad Allam afferma che un ventenne che vive a Il Cairo è molto diverso da un coetaneo europeo, nonostante essi fruiscano degli stessi mezzi di comunicazione quali tv, cellulare ed internet.

Quello che però è il tema portante del discorso a Mestre è l'idea di "democrazia" in questo contesto, ovvero che tipo di forma essa possa assumere.

In tale ottica il primo punto della questione è quello della sovrapposizione, nel mondo arabo, tra potere religioso e politico; di fatto il primo copre il ruolo del secondo.

Con l'avvento di internet tale problema si è accentuato creando forti tensioni sociali, ma non si creda che le turbolenze sociali siano solo di questi ultimi anni: in Algeria nel 1988 ci fu la "rivolta del cous cous", in cui la scarsità dei beni alimentari, tra cui la semola che è la base del piatto tipico del Maghreb, sfociò in una rivolta sedata dal governo con la morte di 162 persone e migliaia di feriti (dati ufficiali).

In Occidente questo avvenimento è poco noto, e ciò è dovuto al fatto che non c'è mai stata troppa attenzione mediatica verso quest'area geografica.

Secondo Bettin l'unico tipo di attenzione è stata quella di un "comodo" rapporto politico con i regimi che vi hanno governato per lungo termine; in un equilibrio dettato da accordi politico-economici, senza intromissioni nelle loro questioni interne.

Ma oggi le cose stanno cambiando.

Oltre all'espansione di internet, anche le più diffuse scolarizzazione e modernizzazione aprono lo scenario per nuove possibili forme di governo, anche se a detta di Bettin è arduo capire in che modo esse possano evolvere.

E su questo interviene Fouad Allam, parlando del ruolo di internet nei movimenti di massa.

Si pensi al fenomeno degli indignados, che si sta diffondendo un po' ovunque.

Essendosi diffuso principalmente tramite il web, alla portata di tutti, manca di un riferimento chiaro, preciso, univoco.

Si tratta di un insieme di ideali e concetti portati da chiunque, un sistema poco compatto.

La caratteristica di questo tipo di aggregazioni è che esse non sono strutturate, e forse, per loro intrinseca natura, mai strutturabili.

                                                   Khaled Fouad Allam e Gianfranco Bettin a Mestre (Foto Fondazione Pellicani)


Ecco, questo è ciò che sta accadendo nel mondo arabo, dove le istanze moderniste, tra cui quella democratica, sono la somma di una variegata moltitudine di messaggi, tipica del web.

Poi c'è un altro problema a detta di Fouad Allam; innanzitutto spiega quali sono due paradigmi della democrazia: libertà e uguaglianza dei cittadini.

Ma questo pone una questione: quella delle "minoranze" e quella delle donne; nel mondo arabo le due categorie, se così possiamo definirle, hanno meno diritti della "maggioranza" e degli uomini.

Da un punto di vista "normativo", in accezione democratica, questo è un nodo da sciogliere.

Ed è sintomatico che nella campagna relativa alle elezioni egiziane del giugno scorso non si sia toccato, come punto di discussione, il conflitto tra norma e sharia, proprio perché la prima reca con se istanze culturali che minerebbero anche tali convenzioni, abitudini, schemi e idee fondanti per il mondo arabo (la sharia, tradotto impropriamente in legge coranica, è in sostanza l'applicazione della norma tramite i precetti religiosi, n.d.r.).

Si potrebbe pensare che questi siano problemi che non ci riguardano; secondo Fouad Allam è vero il contrario.

Perché la globalizzazione sta connettendo realtà che prima erano tra loro distanti, come anche l'Occidente e il mondo arabo.

Oggi spostarsi da un continente all'altro è semplicissimo e rapidissimo; si pensi che da Palermo al nord Africa ci sono solo venti minuti di aereo.

Quindi non si tratta solo di una relazione, tramite internet, separata da migliaia di chilometri, bensì di spostamenti fisici fino alla coabitazione.

In realtà la globalizzazione ha reso non solo possibili questi contatti tra popoli diversi tra loro, ma addirittura voluti o necessari.

Se prima si poteva ignorare il resto delle culture distanti, adesso non solo è impossibile, ma in certi casi anche deleterio.

In altre parole: tutti devono imparare a comunicare con le altre realtà.

A tal proposito Bettin cita la Turchia.

La domanda che lui si, e ci, pone è: quale Turchia entra in Europa?

Uno stato gendarme verso lo spettro del terrorismo islamico oppure un filtro verso il mondo arabo, uno strumento per comprenderlo e relazionarcisi?

La Turchia è un paradigma per affrontare un'altra questione, quella dell' "Islam moderato" che è uno dei punti cruciali.

Non dimentichiamo che questa religione copre buona parte del globo, dal nord al sud, dall'est all'ovest.

Poi Bettin apre un'altra questione: quali nuovi equilibri possono instaurarsi tra l'Occidente e il mondo arabo, se in questo avvengono trasformazioni sociopolitiche che ne modificano l'assetto?

E ancora: come fronteggiare le instabili dinamiche che spesso attraversano il mondo arabo, sia internamente che tra i singoli stati?

La realtà è che siamo totalmente impreparati a questo, ed è un potenziale problema perché con questi Paesi abbiamo avuto, abbiamo ed avremo sempre relazioni, anche perché, soprattutto per l'Italia, sono nostri "dirimpettai".

E le annose problematiche sugli sbarchi dei clandestini nel nostro Paese sono un altro aspetto della questione.

La conferenza si chiude con le consuete domande dal pubblico, di cui riportiamo le più significative.

Una  verte sull'annosa tensione tra cristiani e musulmani.

Fouad Allam risponde che è un problema che andrebbe affrontato politicamente; in Stati in cui i cristiani sono una minoranza e ai quali, come detto sopra, i diritti fondamentali vengono spesso negati, solo un'azione dall'alto ed in loco può risolverlo.

Un’altra questione è relativa al ruolo delle guerre nel fiorire della "primavera araba".

Anche qui risponde Fouad Allam: le notizie ci illustrano questi Paesi come teatro di grandi conflitti bellici, epocali.

In realtà, e qui si cita il conflitto libico nel mese di settembre, molti di questi Stati sono già attraversati da scontri etnici e tribali che creano uno scenario fluido e per certi versi imprevedibile.

La chiusura alla conferenza è di Bettin che spiega come l'Occidente dovrebbe decidere come relazionarsi verso il modo arabo: da affaristi-banchieri, da gendarmi oppure ideando nuovi approcci che meglio sappiano interpretare tali realtà in divenire, per trovare un comune vantaggio. 


LINK CONFERENZA “ ‘Dialogo sulla democrazia’ con Massimo Cacciari e Angelo Panebianco”,

sintesi di Cecilia La Monaca



 

Indice


CINEMA “This must be the place” di Paolo Sorrentino, recensione di Ilaria Rebecchi

CINEMA “Il cinema di Gaspar Noè: ‘Carne’ ”, articolo di Andrea Giacometti LINK

CONFERENZA “Dialogo su democrazia e ‘primavera araba’ con Khaled Fouad Allam e Gianfranco Bettin”, sintesi di Cecilia La Monaca LINK

MOSTRA “ ‘Vento dal nulla’ di Ilaria Del Monte”, articolo di Paolo Meneghetti

CONFERENZA “ ‘Venezia Spettacoli’ e Teatro Corso presentano il programma 2011-2012”,

di Roberto De Rosa

MOSTRA

“ ‘Vento dal nulla’ di Ilaria Del Monte”,

articolo di Paolo Meneghetti



Nel cassetto, sogni ad orecchi aperti

Presso la "Galleria d’arte Delle Cornici", al Lido di Venezia, l’artista Ilaria Del Monte (nata a Taranto nel 1985) ha esposto una serie di disegni a grafite su carta, assieme ad un quadro ad olio su tela ,“Uno strano compleanno”, questo visibile nella homepage di VeniceCulture.

Sotto la curatela di Martina Cavallarin, c’è stata un’apertura dal 14 al 29 ottobre.

La "Galleria d’Arte Contemporanea Roberta Lietti" di Como ha promosso la mostra, poi chiamata "Vento dal nulla".

I disegni a grafite su carta di Ilaria Del Monte esteticamente rientrano nel surrealismo che può “riposare”. Un verbo che più “materialmente” s’addice alla fenomenologia del vento e del nulla, dal titolo della mostra.

Fra i filosofi che amano il sogno ad occhi aperti, chiamato a “riposarci”, noi segnaliamo il francese Gaston Bachelard. Per lui, l’armadio è simbolicamente un organo della vita psicologica più segreta, e dunque dell’anima. I suoi ripiani servono per ordinare gli oggetti, ma in tutta l’astrazione della loro profondità (nel “buio” della chiusura).

L’armadio sempre nasconde gli oggetti. Questi arriveranno ad avere un’intimità, che “si mescola” alla loro materialità di partenza. Bachelard ricorda che, nella sua lingua francese, la parola armoire (armadio) è respirata all’inizio nella “rapida pesantezza” dell’apertura (col suono A), salvo poi “chiudersi” nella “dolcezza” dell’evanescenza  (col suono E).

Fra i disegni (a grafite su carta) che Ilaria Del Monte espone a Venezia, ne troviamo uno a tema. Questo si chiama “Infinite volte chiusa nell’armadio”.

Tendenzialmente l’artista cercherebbe il surrealismo “riposante” di Chagall, nel volo delle figure umane od animali. Ma qui s’aggiunge la metafora del cassetto, con cui Dalì “sporcava” il classicismo iconografico di Venere, per la sua “inquietudine”. Conta molto la dialettica visiva fra le due donne. Quella a destra è seduta in modo scomposto, come se avesse dormito: ora lei ha gli occhi aperti, e potrebbe sentire il “soprassalto” del risveglio. La donna a sinistra vola aprendo magicamente un armadio, il quale conterrebbe i sogni più segreti dell’altra. Questi uscirebbero in tutta la rapida… “pesantezza”  dell’acqua ondeggiante.

E’ interessante l’immagine dello “squaletto”, avente un “corno” che sembra indicare una… “risalita” dai sogni.                                

                                                                                                                   “Infinite volte chiusa nell’armadio”                                                                                                                                                                                     

La mostra veneziana di Ilaria Del Monte s’intitola "Vento dal nulla", proprio come il primo romanzo di James Graham Ballard, dove la fantascienza poteva scardinare gli equilibri consolidati , giocando su imprevisti che aprissero una finestra anche verso la speranza. L’immagine dello squaletto è surrealistica. Il suo configurarsi curvilineo ricorda quello dei volti ammassati nel quadro  "Guernica"  di Picasso, e naturalmente vediamo che l’acqua uscirebbe da un armadio. Però il “corno” avrebbe una vena se non razionalistica quantomeno “più risvegliante”, indicando alla “risalita”. Gli squaletti alla fine farebbero “defluire” la loro acqua nell’evanescenza “dolce” (riposante) d’una… speranza. Benché non sia facile decifrare il vero simbolismo del disegno, la percezione della risalita si pone contro il “mero coricarsi” (l’adagiarsi !) della donna a destra.

Lo spazio dei ripiani, o comunque dei cassetti, avrà una profondità “obbligante” . Così avviene per il significato astratto delle parole. L’universalizzazione è sempre “obbligante”, nei confronti delle sue attribuzioni particolari. Qualunque armadio ordina gli oggetti, mediante i ripiani od i cassetti, nell’astrazione della profondità intimistica. Nessuno lo userebbe casualmente. Allora per Bachelard l’armadio ordina in via… “regale”. La dimensione della profondità universalizzante  deriva dall’anima, che evidentemente si autoproclama  per l’esistenza  della persona (prima della sua corporeità).

Nel disegno (a grafite su carta) chiamato "Piccolo mondo aereo", Ilaria Del Monte mostra un’altra coppia di donne. Sembra che loro buttino virtualmente le zavorre d’una zattera, garantendosi lo stesso volo libero delle rondini sovrastanti.

Entro la consueta estetica del surrealismo riposante, forse il grande tronchese (in mano alla donna di destra) “alleggerirebbe” la fenditura fredda del ferro in quella più “solare” dell’aquilone in aria.

Nel disegno chiamato “Infinite volte chiusa nell’armadio”, vediamo un cassetto che subisce la propria  apertura, facendosi “risvegliare” magicamente da una donna pseudo-angelica.

Invece nel "Piccolo mondo aereo" le due protagoniste paiono autoproclamare il loro “riposo”… nella fantasia esistenziale. Rispetto all’ondeggiamento del mare, la zattera sembra il suo cassettino, che s’apre nella “convulsione” della superficie, e tuttavia senza più “richiudersi”. Il “Piccolo mondo aereo” è quello del viaggio fantastico. Almeno in sogno, penseremmo che non lo terminiamo mai. Il piccolo principe di Saint-Exupery viveva nella regalità d’un “pianeta… a cassetto”: ad esempio, per la sua cura “metodica” della rosa.

                                                                                                                            “Piccolo mondo aereo”


Il poeta Paul Celan immaginò un vero e proprio “occhio”… del tempo. Durante la seconda guerra mondiale, il punto di… “fuoco” che purtroppo uccide deve fungere da monito per le generazioni successive. Bisogna poetarlo in modo “sacrificale”. Il tempo è l’occhio… della corolla nella rosa, coi petali sostituti dai sopraccigli, neri e filiformi, dove si favorisce la percezione del bruciato. Bisogna riconoscere il sacrificio dei morti, perché così potremmo farli simbolicamente “rifiorire”. La rosa oculare del tempo che “ci guarda nel fuoco”  ha per Celan sette petali: uno per ogni colore dell’iride.

Si consideri il disegno (a grafite su carta) che Ilaria Del Monte chiama "Concerto nella foresta”; una donna tiene per mano un’altra: la prima riceve tutta la vitalità del suono musicale, che, amplificato dal trombone, dovrebbe consentire alla seconda (sdraiata a terra) di “ridestarsi”.

Il disegno si pone così in via sinestetica. Noi lo vediamo, ed immediatamente lo “ascoltiamo”.

I cigni sulla sinistra avrebbero un “soprassalto” di tipo vitalistico, “pompando” il suono che possa  risvegliare la donna dall’animo che “dorme”. L’inaspettato becco… a “trombone” diviene simbolicamente una sorta di occhio “sacrificale” , recuperato il lirismo di Celan. Esso guarderebbe la donna “dormiente”, donandole il “fuoco”… della rianimazione, per la sua “rifioritura” da un sogno irreale (negativo, perché pensato vanamente) ad uno invece surreale (favorevole, perché vissuto speranzosamente).

                                                                                                                      ”Concerto nella foresta”


Il titolo della mostra è "Vento dal nulla". Nel disegno chiamato "Piccolo mondo aereo", le rondini in volo visualizzano una disposizione virtualmente a trombone.

Ilaria Del Monte cercherebbe di ventilare… sogni “ad orecchio aperto”, con tutta la nullità ricca della percezione musicale.

                                                                                                                                photos courtesy to Ilaria Del Monte


 

CONFERENZA

“ ‘Venezia Spettacoli’ e Teatro Corso presentano il programma 2011-2012”,

di Roberto De Rosa


Venerdì 28 ottobre scorso, al cinema teatro Corso di Mestre, si è svolta la conferenza stampa di presentazione del cartellone teatrale, in programma a partire dal 14 dicembre.

Ne hanno parlato Michele Foffano di "Venezia Spettacoli", associazione organizzatrice del programma, e Gianantonio Furlan per il teatro Corso.

Il primo ha descritto le caratteristiche del calendario, incentrato su “Teatro leggero”, musical e balletto.

Presentato anche l’abbonamento a "formula parziale", che permette di risparmiare scegliendo solo 5 spettacoli dal cartellone.

Tra i nomi spiccano quello di Raffaele Paganini, Lella Costa e Marco Travaglio, quest'ultimo impegnato in uno spettacolo-denuncia con l'attrice Isabella Ferrari dall’emblematico titolo “Anestesia totale”, che è l’ultimo titolo del programma.

Resta fuori abbonamento l'appuntamento per il concerto del 31 dicembre, in cui si esibirà l'Orchestra delle Ferrovie dello Stato ungherese (MAV Orchestra), che, per chi non la conoscesse, ha accompagnato i Tre tenori nelle loro esibizioni e lo stesso Pavarotti in tournée.

Alle domande della platea  Furlan ha risposto descrivendo l'intera operazione come un'aggiunta a ciò che propone il teatro Toniolo di Mestre.

Nessuno spirito di concorrenza, quanto l’idea che una realtà come quella di Mestre possa proporre un’offerta teatrale di qualità e diversificata.

Inoltre, in previsione dell'apertura del multisala in piazzale Candiani, l'unica destinazione prevedibile per il Corso sarebbe proprio come teatro.

Quest'eventualità, tuttavia, necessita di un intervento da parte del "pubblico" in collaborazione con il "privato"; una gestione privatistica del progetto è impensabile.

E, a testimonianza dell'apertura nei confronti della compartecipazione, lo stesso Foffano faceva notare che il duo comico "Carlo e Giorgio" che si esibirà al teatro Toniolo, in questi giorni è ospite al teatro Corso per le prove.


Per informazioni consultare il sito www.veneziaspettacoli.it