1 maggio 2011, n. 2

 

CINEMA

“Habemus Papam” di Nanni Moretti,

recensione di Andrea Giacometti


Dopo i funerali del Papa, il conclave si riunisce per eleggerne il successore. Come spesso accade, le fumate nere si ripetono varie volte, finché l’assemblea cardinalizia non sceglie, a sorpresa, il Cardinale Melville come nuovo Papa. Poco dopo la recita della formula di presentazione (nuntio vobis gaudium magnum…) e, dunque, poco prima di annunciarsi ai fedeli, il neo Papa ha una forte crisi e non se la sente di affacciarsi dalla balconata di San Pietro.

Habemus Papam è un film che parla di responsabilità, e non solo di quelle che non vuole prendere il neoeletto pontefice: parla delle responsabilità che una società intera rifiuta di assumersi, ma le descrive in un microcosmo (se così si può chiamare), quello ecclesiastico, dove questo rifiuto risulta marcatamente inaccettabile. Durante l’assemblea cardinalizia, in una scena particolarmente intensa, i porporati elevano tutti insieme una preghiera interiore rivolta a Dio per pregarlo di non essere chiamati a coprire un ruolo così importante: questa scena potrebbe racchiudere in sé il significato del film. Questo esempio per dire che la cifra stilistica dell’intero lungometraggio è elevata, mai accusatoria ma al contempo analitica in ciò che vuole descrivere. Non per niente il ruolo secondario del film è affidato a uno psicologo, chiamato dal portavoce del Papa per poter capire da dove arriva questo blocco, questa paura: ovviamente lo scetticismo religioso nei confronti della psicanalisi fa sì che vengano imposti mille divieti al Moretti psicologo, che però ricopre un ruolo che trovo necessario, ossia far scattare, all’interno dell’austero mondo vaticano, la normalità (sicuramente stramba) di cardinali che giocano a scopa, o a pallavolo, mentre il Papa (che in realtà è una guardia svizzera che risiede negli alloggi papali, dato che il Papa è scappato da San Pietro) saluta muovendo le tende: il fatto che potrebbe non essere il loro superiore non li sfiora minimamente, ancora una volta loro non si assumono responsabilità. Una critica che molti hanno mosso al film è che Moretti ha rovinato un ottimo lavoro, rendendolo mediocre con la sua volontà di apparire a tutti i costi. E’ vero, il ruolo lo avrebbe potuto ricoprire qualcun altro, ma è anche vero che il pubblico italiano si aspetta, da un film di Moretti, di vedere recitare Moretti, e in fin dei conti la parte era indispensabile (a differenza della parte affidata a Margherita Buy, quella sì completamente inutile): che la ricoprisse lui o un altro attore non avrebbe cambiato la sostanza del film. Inoltre il ruolo dello psicologo non soffoca minimamente quello ben più importante (e giustamente ben più in risalto) del Papa (interpretato da uno straordinario Michel Piccoli) che compie un viaggio a ritroso nella sua psiche quasi per caso e soprattutto grazie a Checov e a un matto che lo recita: quest’ultimo, seppur sia un ruolo marginale, rispecchia l’eccesso di responsabilità: recita tutto il libretto dell’opera, compreso delle indicazioni di dialogo. E’ proprio grazie a lui che Melville uomo, e non Papa, riesce a riallacciare la sua memoria agli avvenimenti passati. Ma è un problema che risolve Melville uomo, perché alla fine Melville Papa non si prenderà le sue responsabilità, o meglio: le prende annunciando alla folla ormai incredula di riconoscere i suoi limiti e di non poter fare il pontefice, con un discorso intenso quanto breve.

Che la critica di Moretti voglia essere politica? Forse può anche esserlo, ma sicuramente non si ferma a quello. Guardare al messaggio di questo film come fosse “assumiti le tue responsabilità” o, al contrario, “non assumerti responsabilità che tu per primo sai di non poter assolvere” mi pare riduttivo, per fare questo Moretti avrebbe potuto girare un cortometraggio, e di scarso valore. Trovo invece che ci inviti a fare un percorso interiore che escluda in primo luogo chi ci sta intorno e in secondo luogo gli “addetti” al mestiere, gli psicologi, per non incappare in errori, per non nascondersi nulla, addirittura, forse, per rinunciare alle responsabilità.




CINEMA

“Vandali. L’assalto alle bellezze d’Italia”

di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo

presentazione del libro, di Roberto De Rosa


Domenica 17 aprile, Gian Antonio Stella ha presentato il suo ultimo libro, scritto con Sergio Rizzo, in centro a Mestre nel locale "Il Palco".

Presentiamo quindi una sintesi della serata.

"Vandali. L'assalto alle bellezze d'Italia" (Rizzoli, 2011) tratta dello scempio perpetrato ai danni del paesaggio naturale ed artistico italiano, in un elenco sterminato di esempi che vanno, e Stella ci tiene a rimarcarlo, indifferentemente dal nord al sud del Paese.

Nel presentare il libro Stella sceglie un approccio dal forte impatto, ovvero una lunga sequela di immagini proiettate al pubblico, così da visualizzare ciò che la descrizione scritta del testo non può trasmettere.

La presentazione diviene così una sorta di compendio del libro.

C'è da dire che la scelta di tale formula è appropriata: difficile rimanere impassibili di fronte ad immagini di così chiara rappresentatività.

Sullo schermo scorrono immagini di palazzi storici circondati da rifiuti e invasi da vegetazione, utilizzati come rimesse o depositi; spiagge e scogliere deturpate da obbrobriose ville o alberghi…

Un caso eclatante è quello del palazzo Teti Maffuccini a Santa Maria Capua Vetere (CE) dove di fatto, tramite la sottoscrizione de "la resa di Capua", fu sancita l'unità d'Italia (nel 1860).

Tale edificio, che dovrebbe essere assunto a simbolo della stessa "Patria", è invece abbandonato e fatiscente.

A questo punto Stella si domanda che tipo di identità, coesione e spirito possa avere una popolazione che tratta questi simboli in tal modo; e lo sfregio del territorio, nei suoi aspetti naturalistici ed artistici, per lui è un riflesso della mancata adesione ad un concetto di Nazione, Patria.

Il discorso dell'autore si snoda tra citazioni di letterati e poeti (Goethe, De Sade, Croce, Zanzotto) perché tra le pieghe del discorso si intuisce il richiamo ad una qualità intangibile dell'essere umano, la sensibilità.

La stessa sensibilità che spinge questi "artisti della penna" a descrivere rapiti ed attoniti la bellezza del paesaggio italiano, spinge Stella ad indignarsi profondamente nel descrivere i fatti che denuncia; risultano così simpatici e condivisi i suoi sbotti con qualche termine poco raffinato, di cui sempre si scusa col pubblico, a testimonianza di una sentita partecipazione verso i temi che affronta.

In una breve sintesi degli argomenti trattati, il fenomeno del degrado, così come esposto nella conferenza, ha essenzialmente tre facce:

l'inazione;

l'azione inefficace;

l'azione lesiva;

Facciamone degli esempi.

Inazione: il caso del palazzo Teti Maffuccini di cui sopra; abbandono totale, incuria.

Azione inefficace: negli scavi archeologici a Pompei, c'è un solo archeologo a sovrintendere.

Azione lesiva: il teatro all'aperto degli stessi scavi di Pompei, "recuperato" col cemento armato (!).

C'è poi un ulteriore aspetto, che merita uno spazio a sé: l'azione strampalata, assurda, "inconcepibile".

Un esempio è il progetto di una banchina di attracco davanti alla spiaggia di Taormina (progetto non approvato);

poi il censimento dei cani randagi scorrazzanti negli scavi di Pompei, un centinaio di esemplari: operazione da circa centomila euro (!);

la permanenza di una concessionaria automobilistica giapponese nell'area archeologica presso Roma;

impianto di "pale eoliche" nello scenario naturale di Salemi, dall'impatto ambientale catastrofico…

Tutti tipi di azione che per Stella meriterebbero la radiazione da qualsiasi albo di appartenenza, e l'autore ne ha per tutti: i progettisti che li concepiscono, e i decisori che li approvano.

A tal riguardo chiariamo che, contrariamente al libro, nel discorso di Stella sono pochi i nomi, le cifre e i dati; elementi che invece abbondano, con cura e precisione, nel testo, dove c'è una sezione finale di tabelle esaustive.

A concludere, l'autore spiega come l'attuale legislazione renda di fatto impunito chi commette alcuni tipi di reato verso il patrimonio archeologico. Stella compie poi una rapida analisi della grossa perdita economica che tale scenario di mala gestione fa registrare all'intera collettività.

Nel complesso, uno scenario disarmante.

Solo un aspetto, comunque marginale, non convince appieno chi scrive, dei contenuti esposti in conferenza.

Stella sostiene che i nostri "nonni" avevano il culto e il rispetto per il "bello", cosa che noi non avremmo ereditato e che permette tali scempi.

Ma così dicendo non tiene conto che lo stesso De Sade, da lui citato, già nel 18° secolo denunciava il degrado in cui, già allora (!) versava il patrimonio artistico italiano e si stupiva di questo; quindi tutto sembra essere iniziato ben prima.

Inoltre c'è da chiedersi come sia possibile che tale valore di rispetto sia stato così rapidamente dissolto nel passaggio generazionale, dato che proprio i "figli" di tali "nonni" hanno di fatto s-venduto il territorio a partire dal secondo dopoguerra, con l'epitome negli anni sessanta.

E poi: perché basta varcare le nostre frontiere verso il nord e percepire, già dopo pochi chilometri in un'altra realtà, un diverso approccio verso il patrimonio del territorio?

Chi scrive pensa che l'ipotesi di Stella sia più una considerazione di sapore romantico, che una vera ponderata riflessione sociologica.

Per concludere, alla fine emerge la figura, comunque mai espressa da Stella, di "italiano medio" come purtroppo siamo soliti descriverci ed essere descritti: incolto, imbroglione, corrotto e menefreghista.

Triste, ma non può essere altrimenti.

Al termine l'autore propone una sua personale ricetta per sanare la situazione: sensibilizzare la popolazione tutta sugli svantaggi economici che tale degrado comporta, come la perdita dei flussi turistici e l'indotto relativo.

Solleticare così la brama di denaro anche degli "attori" di questa tragedia, per spingerli a migliorare lo stato di fatto al fine di beneficiarne economicamente.

Per un certo aspetto può rappresentare una resa, ma il tempo dell'utopia è finito da un pezzo.




MOSTRA

VINCENZO EULISSE:

LA SCATOLA DEL TEMPO SLEGA I MALI DEL MONDO, di Paolo Meneghetti


Vincenzo Eulisse è nato nel 1936 a Venezia. L’artista esordisce seguendo l’estetica del neorealismo, dove la percezione della figura guadagna d’un simbolismo sociale. I dipinti di Eulisse ritraggono il mondo degli operai, dei contadini, dei pescatori. Nel 1958, l’artista è invitato per la sua prima mostra personale, a Venezia, presso la Fondazione Bevilacqua La Masa. Con gli anni, Eulisse conosce e rivisita l’estetica dell’astrattismo informale. Emilio Vedova lo tiene come suo assistente, insegnando pittura presso l’Accademia di Belle Arti a Salisburgo. Nel 1972 e nel 1976, Eulisse è invitato alla Biennale d’Arte Contemporanea di Venezia. Ora lui pratica anche la scultura, dove la “carica sociale” resta più immediata da percepire. Nel 1986, Eulisse passa ad allestire un padiglione d’arte contemporanea (come se fosse un normale curatore), riservato al Sudafrica, sensibilizzando sul problema dell’apartheid. Nel 1989 è chiamato ad affrescare un’aula di 195 mq, nel Palazzo della Giustizia a Milano. Nel 1994 Eulisse espone alla Galleria d’Arte Moderna Ca’ Pesaro di Venezia; un evento che ora, nel 2011, si ripete, con una quarantina di pezzi inediti (di pittura o di scultura). Fra i più vecchi c’è Abitare, contro l’inutilità dell’architettura “sofisticata”. Soprattutto, Eulisse realizza la Macchina da Tempo: per studiarla esteticamente, conta il suo allestimento. In questa, 29 opere scultoree e 12 tele formano un’unica installazione. L’allestimento ora è idealmente demandato al visitatore, per la sua interazione percettiva. La dimensione sociale, che entro il simbolismo si dà in via solo astratta, arriva a “materializzarsi” nel coinvolgimento diretto del pubblico. Eulisse nel corso degli anni ha conferito al primo neorealismo una qualità sempre più espressionista. Le nature morte che rinviano al mondo dei pescatori o dei contadini (con le ceste, i pesci, le pannocchie) si costruiscono per linee decise e vuoti chiaroscurali, davanti a sfondi dai toni accesi (cari a Matisse). In chiave più sociale, prende campo la metafora della tecnica, alienante l’uomo che la usa per vivere. Nei quadri di Eulisse, sembra che le linee curve o squadrate in qualche modo rievochino le forme degli arnesi. Questi, inseriti nel contesto d’una percezione espressionistica dei toni e ravvicinati al corpo umano (quasi a funzionare paradossalmente contro di noi), portano l’artista verso un surrealismo più “impegnato”, in ottica sociale. Eulisse apprezza l’eclettismo estetico: probabilmente, la concomitanza d’una struttura neorealistica entro una “fuga astrattamente informale” delle linee si sintetizza verso una sorta di murales intelaiato. Il pittore agisce nei suoi quadri parimenti al writer metropolitano. I toni sono accesi, s’intuiscono gli “scarabocchi” dei segni linguistici. La figura umana ci sembra “spiazzata” (con la testa che perde il dettaglio del volto), così da vedersi in chiave “architettonica”: qualcosa di simile accade nei “manichini” di De Chirico. Bacon ritraeva qualcuno facendolo idealmente “ingabbiare”. Dal canto suo, Eulisse crea installazioni astratte che paiono tagliare il “manichino” dell’uomo contemporaneo, certo alienato dalla capacità tecnica. Le sculture non cercano mai la forma geometrizzante del monumentale: invece l’artista le decostruisce, slacciandone le catene e spinti gli “assi portanti” a perdere la stabilità, mentre il nostro sguardo può finalmente cogliere i mali che “reggono con la forza” la società contemporanea. Nella sua mostra di Venezia, Eulisse punta l’indice contro le alleanze politiche nel mondo fra i guerrafondai od i finanzieri, né rinuncia ad ironizzare sul “caso italiano”, dove esistono dei poteri occulti in grado di manipolare a piacimento l’opinione pubblica. La Macchina da Tempo è un’installazione che virtualmente sarebbe composta da “scatole cinesi” (da qui il titolo di questo articolo), per così dire: ne apriamo una con lo sguardo, e subito veniamo “catapultati” alla seconda, che approfondisce la poetica della prima mentre riconosciamo sempre più la nostra responsabilità innanzi ai mali sociali. Se gli “assi portanti” delle sculture rimandano ai pensieri paradigmatici che regolano la vita pubblica, questi, percepiti nell’abbandono di se stessi, ci permetteranno di resistere ancora, almeno in chiave estetica. In passato, Eulisse ha esposto quadri in cui l’eclettismo s’accontentava d’ironizzare sui mali sociali, con la figura per cubi che “si slegasse” attraverso il più leggero “scarabocchio” di Dubuffet. L’artista ricorreva al surrealismo per “metterci in guardia” soprattutto da noi stessi, chiedendo il risveglio da uno “stato di torpore intellettuale”. Nei lavori di Eulisse, spesso riconosciamo sullo sfondo gli elementi “notturni” della mezzaluna e delle stelle. Forse, noi siamo indirettamente complici dei mali che cercano i “poteri occulti”, addormentati dalla loro influenza manipolante. Soprattutto con le sculture, Eulisse porta la figura umana a “svegliarsi” in modo quasi “traumatico”. Gli “assi portanti” e le catene vanno a stritolare il manichino… della mente autocritica. La testa si percepisce come “spiazzata” sopra il realismo della vita quotidiana, ma si rinsalderebbe (aumentando la volontà di se stessa, di contro a quella dei poteri occulti) con l’immaginazione estetica.






Indice


CINEMA “Habemus Papam” di Nanni Moretti, recensione di Andrea Giacometti  

CONFERENZA “ ‘Vandali. L’assalto alle bellezze d’Italia’ di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, presentazione del libro”, di Roberto De Rosa  

MOSTRA Vincenzo Eulisse. La scatola del tempo slega i mali del mondo, di Paolo Meneghetti