1 luglio 2011, n. 6
1 luglio 2011, n. 6
LIBRO
“ ‘Stanze della mente’ di Tommaso Cevese”,
articolo di Paolo Meneghetti
L’anima è una stanza in marcia
Tommaso Cevese realizza un libro, “Stanze della Mente” (Tassotti editore, 2011), dove la poesia s’accompagna all’immagine fotografica. Penseremo che esista una sinestesia tautologica. Noi vediamo sia le immagini cui i versi rimandano sia naturalmente i soggetti delle fotografie. Di frequente, le prime si creano nella nostra mente con un ritmo di tipo alternato, che l’inserzione grafica della barra ci anticipa, al momento della lettura. L’importante è cogliere che nelle fotografie si vede un binomio di soggetti. Così il tempio riceve la tenue illuminazione della luna, la Stella di David pare “dolorosamente annebbiata” dal temporale, una persona prega sotto l’ulivo (riconoscendo l’episodio di Cristo sul Getsemani), l’albero “nero” ha la chioma che idealmente continuerebbe sui cumuli bianchi in cielo (scelto l’effetto del chiaroscuro) ecc… La ritmica alternata della lettura rientra nel binomio dei soggetti, il quale fonda l’inquadratura. Noi possiamo vedere le immagini che il testo lirico ci suggestiona, ma usando soprattutto l’udito, in via sinestetica. Tommaso Cevese preferisce la fotografia dei soggetti naturalmente portati a rumoreggiare mediante un ritmo alternato. Consideriamo l’acqua nella fontana di città (nel suo “saliscendi”), le fronde dell’albero (distese dal vento, e ritratte se questo diminuisce), il dialogo fra i due cocchieri, le mani degli scacchisti che sposteranno i pezzi, l’onda del mare (che s’infrange a riva per poi “rinsaldarsi” all’indietro), il padiglione della tromba (dove azioniamo dei tasti) ecc… L’udito è forse il senso più “tautologico” che esista, dandoci l’impressione percettiva che la fonte esterna coincida perfettamente con noi. Ricordiamo che “Stanze della mente” è il titolo assegnato da Tommaso Cevese alla sua raccolta di poesie e fotografie. Il pensiero trova l’inquadratura dell’immaginazione, laddove questa va per la maggiore vissuta. Dentro una stanza, è più immediato sentirsi “raccolti in se stessi”. Torna dunque la percezione “tautologica” del pensiero personale, mediante la sinestesia col suo “vissuto” corporeo. L’autore scrive che la stanza è un luogo/non luogo, dove la mente varrebbe per così dire allo stato iniziale (in via di formazione). Ciascun pensiero ha una vena alla lunga inquadrante, dandosi nell’articolazione di se stesso. Tommaso Cevese andrebbe a “sfumare” la struttura visivamente architettonica della mente. La stanza sembra un luogo/non luogo percependone la dimensione finita, mancante la profondità irraggiungibile della terra e del cielo. L’autore cercherebbe di “aprire” in via visiva l’inquadratura articolante del pensiero, verso la sua assolutezza spaziale. La musica è retta da un codice che “parla” nell’immediatezza di se stessa, a livello sensoriale. Il pensiero si dà in via giocoforza associativa, costruito sulla dialettica fra il significato ed il senso. Per questo motivo, Tommaso Cevese ha “sfumato” la più iniziale “parete” articolante della mente, col ritmo binario della sinestesia, coinvolta sia per l’immaginazione poetica sia dal soggetto fotografico.
Il filosofo Bachelard ricorda la letteratura di Henri Bosco, che assegnava un valore al simbolismo del cassetto. Una dichiarazione in controtendenza: per Bergson, anni prima, ogni concetto speculativo va a “classificare” le varie conoscenze (epistemologiche, estetiche, politiche ecc…), così da confezionare il loro fondamento vissuto (quando ne abbiamo esperienza), sotto un vero e proprio “abito” razionalistico. Henri Bosco invece non immagina che l’intelligenza si potenzi “rinchiudendo” la nostra relazione col mondo mediante la vena strutturale dei concetti. All’inverso, curiosamente, ad essere “perspicace” sarebbe solo il mobile fatto di più cassetti, l’armadio, il comodino… Noi percepiamo la loro “vena meticolosa”. Tutto ciò che si ripone entro l’armadio, il comodino o la cassapanca è pur sempre agevole da recuperare. Pare che il mobile coi cassetti ricordi in via quasi automatica. La sua “mente strutturale” starebbe nel tipo d’ordine con cui riponiamo le nostre cose, specialmente i vestiti, la cartoleria, le pentole ecc… Un concetto è in se stesso molto rapido da capire: avendo una qualità sempre universalizzante, manca di quelle limitazioni che lo metterebbero in dubbio. Aperto un cassetto, subito ci riprendiamo le cose che contiene ordinando. Bachelard scrive che per Bosco l’armadio, il comodino o la cassapanca sanno preservare il “piano del vissuto”, contro l’idea di Bergson. Pensando che la mente abbia i “cassetti” dei concetti, s’usa il simbolismo solo in apparenza, perché questo si giustifica col razionalismo. Bachelard e Bosco lo respingono. Ove sia il cassetto ad avere i concetti, il simbolismo resta saldamente ancorato a se stesso, in chiave solo estetica. La mente umana diventerebbe razionale potendo ricordare in modo automatico. Propriamente, noi non dovremmo cercare un concetto. Il cassetto però è tale laddove lo apriamo rovistandolo: sfruttiamo la sua dimensione ordinata per poterla decostruire. Bachelard pensa che l’armadio, il comodino o la cassapanca non racchiudano le nostre cose, bensì il modo in cui noi le recuperiamo. Una conclusione che preserva largamente il piano del “vissuto”, se il cassetto è tale perché cerca la sua “intelligenza”. L’armadio, la cassapanca ed il comodino hanno dei concetti che si devono letteralmente disordinare, peraltro in modo molto rapido.
Lo stesso Tommaso Cevese preserva il piano del “vissuto”, trasfigurando in poesia i suoi “cassetti” della mente. Contro la “freddezza” della brina invernale, che metterebbe in stallo il dinamismo “fluente” d’ogni organismo, l’autore usa la possibilità del ricordo (p. 120). La consapevolezza di portare un vissuto è data dagli spruzzi di faville. Qui conterebbe la percezione del calore (fuor di metafora, quando accendiamo il caminetto). La memoria consente che affiorino immagini vive. D’altro canto, la dimensione essenzialmente fluida dell’organismo (ove questo “continui ad esistere”) vale perché la temporalità del presente ha un suo passato. Tommaso Cevese immagina che le varie “stanze” del ricordo possano colorarsi (p. 121). L’anima dell’autore rovista in se stessa, coi soggetti fotografici che “affiorano” quasi marciando entro la scrittura del verso. Se consideriamo una tappezzeria di colori, questa si percepisce nella sinestesia d’un ritmo binario (siccome “pulsa” verso di noi). L’autore è molto ordinato al momento di ricordare: sembra che lui passi in rassegna ogni immagine, anche rapidamente. Ad esempio, la visione del pescatore gli “aprirà” quella delle donne velate, apparentemente senza la contiguità discorsiva. Diviso forse fra il vitalismo filosofico caro a Bergson (per cui l’immanenza della situazione nel presente rientra nella rammemorazione del passato, con la percezione solo “intuitiva” dell’organismo) ed il flusso di coscienza romanzato da Joyce (rinunciando alla discontinuità del senso, offerta dalla punteggiatura), Tommaso Cevese alla fine ne troverebbe la sintesi con la metafora estetica del cassetto, colta da Bachelard o Henri Bosco. Consideriamo ancora sia il ritmo alternato delle poesie sia la fotografia dei soggetti binari. Ogni cassetto s’apre e poi si richiude, e funziona sul serio ordinando il suo contenuto. Le schegge della memoria (p. 121) che l’autore descrive avrebbero persino una loro “intelligenza”! Tommaso Cevese cerca le immagini che si percepiscono in via chiaroscurale. Il ricordo di qualcosa ci consente di riportarla in vita, ma solo virtualmente. Allora è interessante cogliere che il dinamismo esistenziale dell’uomo (destinato a camminare dalla nascita alla morte, nella “fluidità” del suo organismo) rientra sulla visione dell’ombra. Ricordiamo che il contenuto d’un cassetto ha una vena nascosta. L’uomo vive tendendo continuamente alla scomparsa di se stesso. Nella suggestione dell’autore, sembra che lo sguardo sull’ombra sia il più indicato a simboleggiare quello sul proprio passato (mentre si ricorda). Entrambi si percepiscono entro una dimensione esistenziale sospesa ed immota (p. 57). Forse Dio ha creato più le “ombre” degli uomini che loro stessi, nella misura in cui siamo destinati a morire. Conosciamo il mito platonico della “caverna”. Là bisogna che abbandoniamo le catene del calore “puramente esistenziale” (col fuoco) per raggiungere quello più trascendentale della Luce (del Bene). Tommaso Cevese rivive il mito platonico in via intimistica, lungi dal conferirgli un’idea universalizzante. Le sue ombre vagano nel fondo segreto d’un animo inquieto (p. 59). Qui la metafora del nascondimento appartiene alla dimensione più “piccola” del cassetto, senza la profondità indefinita della caverna. Le ombre sono tacite figlie della luce e del tempo, quasi ricevendo l’intelligenza divina. La loro vitalità svelerebbe la segretezza di mondi paralleli al nostro, i quali si percepiscono da una vista rarefatta. Naturalmente, le ombre ordineranno il “cammino esistenziale” dall’apertura della vita alla chiusura della morte. L’autore crede che solo una Luce Infinita le potrebbe annullare.
Nell’opera d’arte, Heidegger rinvia la “delimitazione intellettuale (la concettualità) del suo linguaggio” sul piano del Mondo. Nello stesso tempo, la Terra spiega la necessità per l’uomo di porsi anche nei confronti del fenomeno estetico attraverso le pre-comprensioni (l’intenzionalità) del pensiero. Heidegger lo sviluppa nel libro intitolato Sentieri interrotti, che Tommaso Cevese ama leggere. Noi avremmo sempre coscienza “di” qualcosa, dovendo per così dire tendere a questa. Trattasi della caratteristica intenzionalità. Nell’opera d’arte, noi la troveremo nella Terra. Quando l’uomo si convince che può giustificare la sua coscienza “del” fenomeno estetico, subentra invece la dimensione correlata del Mondo. Questo va “ripetendo” la Terra, tramite le sue delimitazioni concettuali. Considerato il libro di Tommaso Cevese, gli riconosciamo una forte propensione alla descrizione della natura, sia poetando sia fotografando. L’autore ha affermato che la percezione del bello deve condurre lui od il lettore a sublimare il proprio piano del “vissuto”. In via strettamente teoretica, noi potremmo solo danzare “ai margini” di verità nascoste (p. 181). La poesia nasce restando nell’intenzione di se stessa. Se la coscienza è sempre “di” qualcosa, allora la possiamo descrivere solamente “ai margini” del suo concetto. Nelle poesie fenomenologiche di Tommaso Cevese, l’immagine di qualcosa “danzerà” intorno a se stessa, dentro il dinamismo “fluente” del sogno (dove i pensieri non si distinguono fra di loro). L’anima, che chiama la dimensione del vissuto, avrebbe la forma d’una spirale. Il desiderio di conoscere la Verità va a consumare perdutamente la “profondità” di se stesso, compiendo il destino della morte. La qualità fluida della vita naturale sembra estendersi solo col dinamismo della spirale. Chi danza cerca la coordinazione del corpo, restando di continuo all’interno di se stesso (ai “propri margini”), giacché esponendosi troppo rischierebbe di perdere la percezione dell’equilibrio. La poesia fenomenologica di Tommaso Cevese si vincola alla terra nel senso più heideggeriano del termine. Le immagini della natura letteralmente palpiteranno nel testo, rispondendo al ritmo alternato (binario) che porta dalla vita alla morte (p. 181). Il loro accompagnamento fotografico ci consentirebbe di vederle senza che le giustifichiamo in via concettuale, nel silenzio del pensiero. Tommaso Cevese cerca la parola lirica della Terra, anziché del Mondo (ripresa la filosofia di Heidegger). L’immagine naturale non è semplicemente descritta (o da comprendere), e conta piuttosto come la viviamo.
EVENTO
“Premio Campiello Letteratura”: la cinquina dei finalisti, sintesi di Cecilia La Monaca
Lo scorso 21 giugno, a Venezia, presso Telecom Italia Future Centre, alle 19 si è svolto l’incontro col pubblico dei cinque scrittori finalisti della 49° edizione del Premio Campiello 2011.
La prima, questa, di una serie di serate, che vedrà il gruppo di autori girare l’Italia per presentare ai lettori le proprie opere.
I finalisti, che vengono segnalati esclusivamente dalla giuria dei letterati composta da eminenti personalità della cultura italiana, sono quest’anno:
Maria Pia Ammirati con il romanzo “Se tu fossi qui”( Cairo Editore),
Ernesto Ferrero con il romanzo “Disegnare il vento”( Einaud editore),
Giuseppe Lupo con il romanzo “L’ultima sposa di Palmira”( Marsilio editore),
Federica Manzon con il romanzo “Di fama e di sventura”( Mondadori editore),
Andrea Molesini con il romanzo “Non tutti i bastardi sono di Vienna”( Sellerio editore).
Il giornalista Stefano Salis (de "Il sole 24 0re") ha presentato l'evento di fronte ad un nutrito e attentissimo pubblico, annunciando che i libri sono piuttosto diversi tra loro come genere letterario e come stile, ma il comune denominatore tra gli autori è l’esperienza professionale nell’editorìa.
Il primo autore a intervenire è Maria Pia Ammirati che fa notare come sia difficile parlare delle proprie opere.
La scrittrice è al suo terzo romanzo e racconta che “Se tu fossi qui” è nato quasi di getto: le prime 50 pagine le ha scritte in un pomeriggio estivo, mentre era in vacanza in campagna. E’ quasi un’ossessione, dice, quella che la spinge a scrivere, in quanto lei nasce come giornalista e critica letteraria, per cui da sempre confronta i propri pensieri con la scrittura...
Il tema del romanzo è quello del dolore, poiché parla della morte di una donna che lascia un marito di 40 anni con due bimbe piccole. Improvvisamente l’irrazionale irrompe nella vita di quest’uomo che si trova a dover affrontare la morte in senso fisico e metafisico. I due, spiega l’autrice, avevano già spezzato la felicità prima che succedesse la tragedia; si erano, in un certo senso, già allontanati.
Il tema del lutto però non è quello principale; nel romanzo si parla del "dolore". Per Maria Pia Ammirati è fondamentale indagare questo sentimento e capire fino a che punto può arrivare, qual è il fondo insomma e, dopo averlo toccato, osservare la risalita, il superamento del dolore e vedere cosa lascia nell’animo umano.
La figura della donna viene ri-costruita attraverso la sua assenza e così, a poco a poco, si svela anche la sua interiorità. Il marito invece, dopo questo percorso al centro del dolore, diviene più autentico, si toglie la maschera, e riesce finalmente a comunicare con gli altri.
Il secondo a prendere la parola è Ernesto Ferrero che presenta “ Disegnare il vento” ed esordisce dicendo: ” Il romanzo è divertentissimo!”
Poi l'autore ha intrattenuto con delle brevi parentesi di lontani ricordi, come il suo incontro con Primo Levi nel ’63, con Rosetta Loy.
Il libro di Ferrero parla del capitano Salgari che, con Collodi e De Amicis, l’autore considera uno dei “facitori dell’Italia” (sic).
Ferrero racconta: ”Ho avuto la fortuna di essere suo condomino a Torino e volevo indagare su quest’uomo geniale che si è dato una morte truculenta (sic); quest’uomo che pur vivendo in famiglia e con molti animali viveva isolato dal mondo ed era amatissimo dai suoi lettori...
Volevo indagare questa sua passione, quest’amore profondo per la scrittura, questa ossessione...un’ossessione che gli ha consentito di creare interi mondi virtuali (non certo come quelli di oggi) e centinaia di personaggi. Lui non viaggiò mai e costruì questi mondi in biblioteca...
La morale è: noi abbiamo espunto dal nostro vocabolario la parola fatica...e senza questa e l’impegno, non si arriva da nessuna parte, questa è la tragedia odierna, la tragedia dei nostri giovani!”
E’ ora la volta di Giuseppe Lupo, autore di “ L’ultima sposa di Palmira”. Lo scrittore racconta che il 23 novembre 1980 era in Lucania al momento del famoso terremoto e racconta che in 90 secondi, la vita cosiddetta normale è scomparsa, che un intero mondo è morto.
E’ scomparso il mondo degli artigiani, dei racconti epici in forma orale, e un altro mondo è nato. Aggiunge: ”Non sta a me dire qual è il migliore”...
E aggiunge che fino a quel momento non aveva mai pensato di fare lo scrittore, ma da quell’inverno in poi, passando moltissimo tempo in biblioteca, dice di aver capito che il mondo del libro è un mondo fantastico, un mondo di viaggio e di fantasia.
Ha già scritto quattro libri e a questo confessa di “star dietro” da trent’anni.
Il romanzo narra di un’antropologa milanese che va in Irpinia dopo il terremoto, a Palmira, un paesino non segnato sulla carta geografica, in cui incontra Mastro Gerusalemme, un ebanista molto particolare e strano che sta preparando i mobili per l’ultima sposa del paese e, proprio sulle superfici di questi mobili, sulle ante, il falegname incide la storia di Palmira e così, fra i due nasce un dialogo ...
Giuseppe Lupo confessa di essere attratto dall'idea de "il sogno che si fa storia", ovvero ciò che in un dato periodo sembra impossibile da realizzarsi in seguito diviene realtà.
E fa l'esempio del presidente americano Obama, sottolineando che fino a qualche anno fa l'idea che un afroamericano ricoprisse tale alta carica, era considerata pura follia.
E’ la volta poi dell’esordiente Federica Manzon che presenta il romanzo “Di fama e di sventura”. Del suo lavoro dice che è stato ispirato dalla poesia di Ugo Foscolo, che solo nel momento e nella pratica del "racconto" si riesce a dare un ordine e una temporalità alle vicende che ci accadono. Dice anche di essere partita dalle storie della sua famiglia e che il titolo lo ha deciso a metà del romanzo, mentre si svolgono le vicende del protagonista.
Poi prosegue affermando che “tutte le nostre vite tendono alla fine verso la fama e la sventura...tutti tendiamo ad un destino e alle sue conseguenze. Ogni uomo non viene al mondo come tabula rasa, ma determinato dal luogo in cui nasce. (Trieste per il suo romanzo), dalla famiglia, dagli eventi accaduti prima del suo arrivo."
Ci dice che il protagonista nasce sotto alcuni presagi di sventura, ma anche con il grande dono di capire il cuore degli altri.
Inizia così la ricerca del suo destino, cioè di sé stesso.
Una volta adulto farà carriera nella finanza e l’autrice dice di aver scelto questo scenario perché rispecchia perfettamente il nostro tempo attuale.
Il quinto finalista a parlare del suo romanzo, “Non tutti i bastardi sono di Vienna”, è il veneziano Andrea Molesini. LINK (cfr. VIDEO “Non tutti i bastardi sono di Vienna” di Andrea Molesini, intervista all’autore)
Definisce il suo scritto un romanzo storico, ambientato nel pieno della prima guerra mondiale. Così ce ne parla: ”Il romanzo nasce dal diario di mia zia, Maria Spada. Tra il 1917 e il 1918, le truppe austriache requisiscono Villa Spada; sulle prime l’occupazione è brutale verso i contadini e i lavoranti, mai verso i proprietari che, pur se depredati dei loro averi, vengono anche invitati a cena dagli occupanti.
Quest'ultimi vivono in un momento di debolezza, poiché si rendono conto che perderanno la guerra e, di conseguenza, divengono ancora più brutali...
Ma nonostante il dramma la gente continua a ridere e scherzare e tra tutti spicca un uomo, uno spirito irriverente, caustico e ironico (…)
E’ anche un libro di donne: in questo romanzo gli uomini portano i pantaloni, ma le donne prendono le decisioni!
Ed è anche un romanzo di “formazione” perché il protagonista diciassettenne si invaghisce di una ragazza di venticinque...”.
In chiusura ad ogni autore vengono poste due domande: “ Cosa rappresenta per uno scrittore un premio letterario?”, e “Cos’è la scrittura per te?”.
Queste le risposte:
Maria Pia Ammirati : “I premi letterari sono importantissimi, rappresentano un’occasione per mostrarsi, per scendere in agone. Lo scrittore di solito è un essere non comunitario, che non avrebbe molte occasioni per farsi conoscere, i premi fanno pubblicità.(…) Io sono diventata scrittrice presto, fin da giovanissima scrivere è stata per me un’attività produttiva, fa parte della storia della mia famiglia. Sono partita dall’analisi del romanzo, come critica letteraria, poi sono passata alla saggistica e in seguito sono arrivata anche alla scrittura creativa. I saggisti non creano lettori, i romanzieri sì...”
Ernesto Ferrero: “Di solito i premi letterari servono a questo: i premiati premiano i premianti. I soldi che vengono stanziati per un premio, circa 50.000 euro, non producono niente. Non credo sia questa la soluzione, la ritengo una cerimonia fine a sé stessa e autoreferenziale...A Torino abbiamo portato Amos Oz a dialogare per una settimana con i ragazzi. Questo è servito a entrambi.
Gli unici premi importanti e incidenti sono lo Strega e il Campiello...i nomi dei giurati del primo sono pubblici, con tutte le conseguenze del caso!… per il Campiello, fortunatamente, non è così(…). La scrittura è forse il desiderio di capire noi stessi e gli altri. Sarebbe importante per tutti tenere un diario. Andrea Zanzotto ci ricorda che la parola 'invenzione', derivante dal latino, implica il concetto di 'ricerca'. Come ha detto qualcuno, l’importante non è l’arrivare, ma il viaggiare!”
Giuseppe Lupo: “Per quanto riguarda i premi letterari sono completamente d’accordo con Ernesto Ferrero che è un maestro! La televisione è stata l’assassina del romanzo e apprezzo molto l’attenzione per la lettura.
Vengo dal mondo della civiltà del racconto orale; raccontare storie significa rappresentare un mondo, conservare la vita e tenersi lontano dalla morte. Ho due tipi di scrittura: quella che dedico all’università e quella “festiva” che dedico al romanzo.”
Federica Manzon: “Secondo me la più importante funzione di un premio è quella di segnalare alcuni libri. Anche per me la scrittura nasce dalla vita familiare, dal non volermi raccontare completamente ai familiari, ma usando la scrittura per farlo. La scrittura è per me un esercizio spirituale.”
Andrea Molesini: “ Non ho mai riflettuto sui premi letterari, comunque sono molto felice di essere qui, anche perché sono veneziano...poi è bello ricevere dei soldi dopo che hai finito il lavoro e...bisogna anche stare attenti alla vanità che è sempre in agguato(…). Ha ragione Thomas Mann quando dice che per uno scrittore è più difficile scrivere che per un altra persona...Solo chi ha sentito in un certo modo ha l’impellenza di scrivere... per scrivere è fondamentale l’ importanza del silenzio, il silenzio fa sentire in modo imponente.”
Con questa frase di rilkiana memoria si chiude l’incontro con i cinque scrittori, pronti a proseguire per la prossima tappa di presentazione.
Nel chiostro viene offerto un buffet e si brinda in allegria con gli autori mescolati al loro pubblico.
CINEMA
“Corpo celeste” di Alice Rohrwacher,
recensione di Andrea Giacometti
Marta è una ragazzina di 13 anni che torna dalla Svizzera a Reggio Calabria. Iscritta al catechismo, viene immersa fino al collo in una società squallida, dove il prete è il primo anello di una catena di ipocriti, preoccupati solo di fare bella figura con il Vescovo, senza preoccuparsi troppo di quanto siano fuori luogo i “balletti delle vergini” sulle note del Ballo della casalinga in una sagrestia.
Alice Rohrwacher firma un film d’esordio che crea sentimenti contrastanti, anche sulla sua estetica. Da un lato è inevitabile simpatizzare con Marta, timida e introversa, sola nella sua crescita adolescenziale, forse il periodo più complesso e difficile per una ragazzina. Dall’altro lato esiste un mondo che non ha nulla di buono, un mondo senza qualità e pieno di incongruenze e difetti, di cattiveria che viene abilmente descritta dalla sceneggiatura assai spoglia di dialoghi e da un cast di attori che evocano la memoria di Pasolini.
La ferocia di questo film è aggressiva e lancinante, non risparmia nessuno dei personaggi che ruotano attorno a Marta: la sorella la tratta male, ma ogni tanto si lascia andare a gesti affettuosi; la madre è giovane e sola e non si prende troppa cura dei figli, sembra più essere un’amica; i ragazzi del catechismo sono disinteressati, ma timorosi della catechista, che da parte sua è una donna misera: innamorata del parroco, predica l’amore cristiano, ma non si risparmia di far affogare dei gattini che Marta trova nel ripostiglio dell’oratorio; il parroco è un arrivista che raccoglie firme per “il politico giusto”.
Tutto il film è girato secondo i dettami della docu-fiction: non c’è colonna sonora (la musica che si sente è sempre diegetica), macchina a mano, tante panoramiche su una città di cemento, degradata e sporca. Non c’è una vera e propria trama, la vicenda ruota attorno alla preparazione dei ragazzi del catechismo alla cresima. Questi elementi rendono il film assolutamente fastidioso, e credo che proprio questa fosse l’intenzione della regista: descrivere l’evoluzione spirituale di una ragazzina adolescente e sola, che deve confrontarsi con un mondo adulto che non fa che confonderla e rifiutarla. Il tutto avvolto in una società vuota, senza morale, che al contempo però ha la facoltà di insegnamento della morale e la impone: è addirittura ripugnante quando i ragazzini intonano per il disinteressato parroco “Mi sintonizzo con Dio/è la frequenza giusta”, o quando, all’inizio, la piccola cugina di Marta si guarda e riguarda al televisore, mentre balla come un prototipo di velina cristiana.
(cfr. INSTALLAZIONE “My social generation” di Anna “Utopia” Giordano, articolo di Paolo Meneghetti LINK 15 luglio 2011, n. 7)
Non ci è risparmiato forse un briciolo di retorica, perché in questa critica così spinta nei confronti di una società anche un po’ stereotipata esiste una costruzione abbastanza forzata dei personaggi; il pregio di questa analisi tanto feroce è che le colpe dei personaggi non sono attribuite a loro stessi, ma pare che la regista abbia voluto far aleggiare durante tutto il film una presenza funesta sulle teste dei protagonisti. Tant’è vero che l’incontro principale e più importante che Marta avrà durante il film sarà quello col vecchio prete nella chiesa abbandonata: è lui che parla a Marta di un Gesù arrabbiato con i suoi apostoli, un Gesù matto di rabbia contro i suoi aguzzini. In questo la piccola protagonista capirà il comportamento di chi la circonda, della cerchia di ammattiti e abbruttiti dalla vita, che come lei non sanno girarsi nel mondo. Il finale è tutto fuorché didascalico e lascia aperti molti interrogativi, ma quasi sicuramente sancisce una crescita della giovane protagonista: Marta riesce infatti a guadare il piccolo fiume che crea la risacca in un sottopassaggio, arrivando così alla spiaggia che a metà del film non era riuscita a raggiungere; qui incontra un ragazzo che le corre incontro e, porgendole una coda di lucertola le dice: «è ancora viva».
Questa scena ha rappresentato ancora una volta la ferocia di questo film, e il suo pessimismo: Marta sorride, e quello che sembrava un superamento della sua paura e della sua illusione diventa qui una ricaduta nelle regole dell’infanzia.
Se si vede Marta in quella coda, si pensa inevitabilmente all’ineluttabilità del suo destino.
Ma forse il pessimismo e la ferocia, esattamente come la malizia, stanno negli occhi di chi guarda.
Indice
LIBRO “ ‘Stanze della mente’ di Tommaso Cevese”, articolo di Paolo Meneghetti
EVENTO “Premio Campiello Letteratura”, la cinquina dei finalisti, sintesi di Cecilia La Monaca
LINK
CINEMA “Corpo celeste” di Alice Rohrwacher, recensione di Andrea Giacometti LINK