1 giugno 2011, num. 4

 

Indice


CONFERENZA “Investire nel nucleare o il nucleare non ha futuro?” di Francesco Gonella, sintesi di Moreno Novello

CONFERENZA “Il cane: una storia darwiniana. L’evoluzione dal peggior nemico al miglior amico.” di Danilo Mainardi, sintesi di Roberto De Rosa

CINEMA “The tree of life” di Terrence Malick, recensione di Andrea Giacometti

ARTICOLO “La cultura è il cibo ‘del’ corpo, non ‘per’ il corpo”, di Paolo Meneghetti LINK

 






CONFERENZA

“Investire nel nucleare o il nucleare non ha futuro?” di Francesco Gonella, di Moreno Novello


Continuano gli incontri al Centro Culturale Candiani di Mestre, iniziati il 19 maggio ospite Danilo Mainardi.

Giovedì 26 è stata la volta di Francesco Gonella, docente di Fisica all’università di Ca’ Foscari di Venezia, che ha toccato un tema particolarmente attuale: la sicurezza dell’energia nucleare.

Molto completa l'opinione  dell'interlocutore che ha voluto rendere pubblica la sua personale ricerca per  far luce su un argomento particolarmente dibattuto,  dove i dati messi a disposizione  sono spesso confusi e contraddittori, trattando l'argomento della scelta del nucleare non da un punto di vista etico ma prettamente ed esclusivamente scientifico. Per far questo si è servito di fonti assolutamente autorevoli, una su tutte il Mit (Massachusetts Institute of Technology) una delle più importanti università di ricerca del mondo.


Il relatore ci tiene a precisare che la sua è una ricerca personale per  formarsi un’opinione sensata e obiettiva sul nucleare. L'opinione popolare in genere  è costituita in gran parte da fonti di informazione, quali i mass-media, che risultano il più delle volte contraddittorie non solo nelle analisi proposte, ma a volte persino nei dati riportati. La motivazione di queste posizioni spesso contrapposte, è dovuta dal fatto che i mezzi d'informazione di facile accesso molto spesso sono a favore o contro l’ipotesi del nucleare sulla base della propria appartenenza a una ideologia politica o a una qualche comunità o corporazione. Altre fonti usano invece riportare dati  parziali o errati come frutto di ignoranza o anche  malafede.

E' per questo che Gonella ha fatto particolare attenzione alle fonti da cui attingere i dati, rivolgendosi a Istituti e fonti attendibili di caratura internazionale di indubbia autorevolezza per fugare pregiudizi politici o di parte cercando di dare un'idea intellettualmente onesta dei dati e delle notizie a disposizione.

La sua analisi  ha considerato svariati aspetti ma si è concentrata infine su due  punti principali:

  1. la (reale) convenienza economica dell'energia nucleare

  2. la sicurezza degli impianti;

a cui ne seguono altri di non minore importanza, come lo smaltimento dei rifiuti nucleari, il controllo sull' uso del nucleare per creare armamenti nucleari, il fattore umano nella sicurezza, la gestione del rischio.


Francesco Gonella inizia con una premessa, di una semplicità quasi disarmante.

Ovvero la situazione mondiale della distribuzione delle centrali  nucleari, argomento che dovrebbe essere conosciuto da tutti e che dovrebbe esser la base di qualsiasi ragionamento. Già da questi primi dati potrebbero emergere dei dubbi in ognuno di noi sulla propria personale conoscenza del nucleare.

Questi i dati:


Al 2008, la situazione del nucleare è la seguente:

• 439 reattori nucleari operativi al mondo (disseminati in 30 nazioni);

• 372 GW di produzione netta (in elettricità);

• 14% di contributo alla fornitura mondiale di elettricità;

• 6% di contributo all'energia totale utilizzata nel mondo;

• 33 reattori in costruzione, dei quali:

  - 21 in Estremo Oriente o nell'Est europeo;

  - 8 in Africa;

  - 2 in Europa occidentale;

  - 1 in Nord America.


Riguardo al primo punto: la convenienza economica.

Quello dei costi  è il nodo più complesso e quello sul quale vengono reperiti i dati più discordanti l'uno dall'altro. Un po' dappertutto sono rintracciabili tabelle con il costo comparativo di un KW di energia elettrica da nucleare e da altre fonti, molto spesso contraddittorie se non proprio antitetiche. A seconda della fonte di informazione, l'elettricità da nucleare costa considerevolmente meno oppure considerevolmente più di quella da solare, eolico, gas, carbone, ecc.. Di fatto, i numeri cambiano, sia per il nucleare che per le altre fonti, a seconda che il calcolo del costo dell’energia sia calcolato in base a diversi fattori quali l'attualità degli impianti, la presenza di politiche incentivanti, la ricerca, la dismissione degli impianti, gli sviluppi futuri dell'economia.


Una prima analisi dei costi fa emergere che, data la complessità della realizzazione di una centrale nucleare, i costi iniziali stimati sino ad ora non sono mai stati veritieri arrivando a lievitare a dismisura come i tempi di realizzazione. Altro punto di fondamentale importanza, spesso dimenticato dai mass-media, è il costo di dismissione di una centrale nucleare, spesso enorme, a volte inestimabile. Ed è per questo che molti governi decidono di continuare  a far funzionare centrali vetuste. Questi i dati  rappresentati da Gonella:


  1. 117 sono i reattori finora spenti nel mondo;

  2. 10 sono completamente smantellati con siti messi a disposizione per uso pubblico;

  3. 18 sono parzialmente smantellati e isolati per immagazzinamento a lungo termine.


Di difficile valutazione anche l'incremento del prezzo dell'uranio dovuto alla domanda  in caso di proliferazioni di centrali nucleari.


Il secondo punto cruciale è la sicurezza.

Utilizzando la definizione di “rischio” come prodotto di due fattori, ovvero frequenza di accadimento  di un evento e gravità delle sue conseguenze, risulta chiaro come sia difficile quantificarlo in una situazione in cui intervengono caratteristiche che possono essere diversissime a seconda dei singoli impianti o siti.

Riguardo alla frequenza di accadimento di un incidente con conseguenze per la popolazione, le stime concordano nel quantificarla come virtualmente nulla, ma solo nel caso che tutto venga messo in opera, manutenuto e gestito in modo ottimale, ciò che il MIT riassume nel concetto di best practices specifiche. In sintesi, non è ammesso alcun tipo di errore, né materiale né umano, nel gestire una centrale nucleare.

Impossibile inoltre quantificare  i rischi di un attacco terroristico; Gonella porta un esempio pratico: cosa sarebbe successo se uno degli aerei che ha colpito le torri gemelle fosse caduto su una centrale nucleare?

Infine  resta da valutare un problema  mai risolto definitivamente: quello dello smaltimento delle scorie. Quasi impossibile, se non proprio impraticabile, trovare un luogo sicuro dove depositare i resti nucleari.


Ed è anche per i motivi sopracitati che Francesco Gonella conclude la sua ricerca con una frase di sicuro effetto: “Per quel che mi riguarda, la mia personale chiave di lettura dei dati di cui sopra mi porta a una sola conclusione: la possibilità che il nucleare rappresenti per il nostro Paese una scelta sicura, economica e lungimirante è semplicemente inesistente”.

A dargli conferma di questa affermazione scende in campo una categoria  autorevole in campo di valutazioni dei rischi: le compagnie di assicurazione. Nessuna di loro è disposta ad assicurare una centrale nucleare, nemmeno i Lloyd’s di Londra.

E questo vorrà pur dire qualcosa.





CONFERENZA

“Il cane: una storia darwiniana. L’evoluzione dal

peggior nemico al miglior amico.” di Danilo Mainardi,

sintesi di Roberto De Rosa


Il ciclo di incontri "I giovedì della scienza" del Centro culturale Candiani" ha visto l'apertura giovedì 19 maggio con il volto noto di Danilo Mainardi, etologo all'ateneo Ca' Foscari in Venezia, che qui ha occasione di presentare il suo libro "Il cane secondo me" (Cairo, 2010).

Il titolo della conferenza è esplicito: in essa lo scienziato intende tracciare una descrizione del rapporto tra uomo e cane, esseri così diversi ma per certi aspetti molto affini.

Gli scavi archeologici hanno permesso di stabilire che il lupo è stato il primo animale addomesticato dall'essere umano, più di diecimila anni fa. Ma come è stato possibile tale avvicinamento a questi predatori, sfociato poi in collaborazione ed infine amicizia?

Innanzitutto il fatto che i loro cuccioli per le loro caratteristiche somatiche, smorzano l'aggressività negli  esseri umani.

D'altro canto il trasporto all'interno della comunità umana non deve essere stato traumatico, dato che il lupo è un animale sociale; questo comporta un importante conseguenza: quella di individuare un capo a cui obbedire, che di fatto diventa l'uomo.

Altro importante aspetto, è che la caccia è effettuata, da lupi e da uomini, in gruppo.

L'essere umano si è trovato così un alleato con le stesse attitudini ed in più un olfatto incredibilmente sviluppato.

Entrambi poi hanno un istinto territoriale, quindi il lupo divenne anche un aiuto per la difesa dello spazio vitale.

Tutte queste caratteristiche le ritroviamo anche nel suo discendente, il cane.

Mainardi ci tiene a sottolineare un aspetto: alla luce di quanto detto, è chiaro che quando un cane entra in una famiglia, di fatto si sente un membro della stessa.

Esso è in grado di comunicare con le persone, ed esperimenti hanno dimostrato che segue lo sguardo del "padrone" per recepirne le intenzioni, oltre al fatto che comprende quando questi è distratto; ad esempio il cane sa che con gli occhi chiusi il padrone non può vederlo.

Ma in che senso, possiamo dire che il cane entra in famiglia?

Non è una questione marginale, e qui Mainardi affronta la parte più complessa ed affascinante, per chi scrive, dell'esposizione.

E introduce il concetto di "mente" che, specifica, è un concetto diverso da "intelligenza".

Nel campo dell'Etologia, fino a circa venti anni fa, si pensava che solo l'uomo possedesse una mente.

Oggi invece la si attribuisce anche a cani, gatti, topi, uccelli, polipi…

Ovviamente se si parla del tipo di mente dei cani, si dà per scontato che non si parli del tipo di mente degli uccelli, e così via.

Nella questione emerge comunque un parametro, cioè stabilire se una specie animale ha un qualche tipo di mente.

E per stabilirlo gli scienziati hanno inventato il test del detour, che Mainardi rappresenta con schematici disegni e che noi spieghiamo invece nei contenuti.

In pratica l'animale è costretto ad accaparrarsi del cibo, che sembra a portata di mano, ma in realtà è oltre una barriera trasparente insormontabile in altezza, ma aggirabile ai lati.

Quindi il soggetto è costretto a trovare una soluzione alternativa, un'altra strada, appunto un detour; solo così può mangiare.

Il cane è in grado di superare il test.

Cosa gli permette di superare il test?

La capacità di creare uno scenario immaginario in cui compiere l'azione risolutiva, una simulazione astratta; e poi agire in base ad essa.

Secondo la Scienza, precisamente il ramo dell'Etologia cognitivista, questo significa avere un qualche tipo di mente.

Un altro aspetto interessante è che il cane, nel test detour, se vede una persona accanto al cibo a cui esso sta puntando, non agisce ma attende… cosa?

Essendo animale sociale aspetta un aiuto, crede che la persona gli porgerà il cibo; è la sua natura che lo porta a questa conclusione, basata sull'idea di collaborazione tra individui. E solo quando realizza che l'aiuto non giunge, allora si attiva.

Definito dunque il parametro generale, cioè la presenza di un qualche tipo di mente, Mainardi spiega anche quali sono le differenze tra mente umana e canina.

Per fare questo utilizza la definizione in quattro punti data da Paolo Legrenzi (esperto di Psicologia cognitiva) della mente umana.

Secondo Legrenzi essa:

  1. sa costruire scenari del mondo in cui il soggetto si muove;

  2. vi ragiona al riguardo e sa agire anche in base ad esperienze fatte;

  3. le sue reazioni sono un intreccio tra cognizioni ed emozioni, ed è sensibile a quest'ultime;

  4. comunica, trasmettendo emozioni ed esperienze.

Quest'ultimo punto separa la mente dell'essere umano da quella canina.

Sinteticamente: un cane non può trasmettere informazioni in qualità e quantità paragonabile ad un essere umano, non è in grado di creare "cultura".

Inoltre la mente del cane è focalizzata al soddisfare esigenze istintive; per l'uomo è diverso: la cultura ha un ruolo importante nel governare il comportamento.

Ciò significa che il primo non può distaccarsi dall'istintualità che lo governa, cosa che fa invece il secondo.

Per certi aspetti la cultura costituisce un allontanarsi dall'istinto.

Ovviamente questo ha le sue implicazioni, vaste e profonde, su cui Mainardi non si sofferma.

A termine dell'esposizione, vengono mostrati filmati di esperimenti aventi oggetto i cani (e gli scimpanzé), in cui si dimostra come questi animali siano in grado di prestazioni intellettive interessanti.

Ad esempio, entrambi sono in grado di espimere concetti della vita ordinaria tramite uno specifico linguaggio simbolico insegnato loro ("usciamo di casa"), di associare ad oggetti un nome ("portami le scarpe").

Ciò è molto importante: si tratta di apprendere un linguaggio, usarlo.

Chiarite queste assonanze tra "noi" e "loro", in che senso possiamo dire che le due menti si assomigliano?

Per chiarire tale concetto Mainardi parla di "impotenza semantica", ovvero il limite delle nostre definizioni nel descrivere le esperienze e situazioni aliene, in questo caso quelle del mondo animale.

In esso, coerentemente con il termine stesso, non vi è certo la risoluzione, ma la presa d'atto che allo stato attuale della ricerca si possono solo tracciare confini e guardare, dal di qua, oltre di essi.

Ovvero: cosa significhi per un cane essere membro di una famiglia, può essere capito solo tramite il nostro concetto di essere membro di una famiglia, il cane sarà membro a modo suo.

Su questa precisazione, Mainardi ha spiegato alcune semplici questioni riguardanti il rapporto tra noi ed il cane.

Non si possono imporre le nostre logiche ad esso, poiché come animale ha alcune peculiarità che vanno rispettate, alcune psicologiche, altre fisiologiche; e se è vero che ormai uomo e cane sono integrati tra loro, non tenere conto della sua specificità, umanizzarlo ad oltranza, significa in definitiva usargli un tipo di violenza che può, in misura maggiore o minore, anche nuocergli.

A tal proposito, nel suo libro, Mainardi ha aggiunto un appendice in cui spiega come stabilire un corretto rapporto tra l'uomo e questo suo particolare amico.




 


CINEMA

“The tree of life” di Terrence Malick,

recensione di Andrea Giacometti


Il nuovo film di Terrence Malick, vincitore della Palma d’Oro al 64° Festival di Cannes, chiarisce la sua intenzione di profondità sin dal titolo: "The Tree of Life", (L’albero della vita). Non è una storia, ma la ricerca dell’infinito che ognuno porta dentro di sé, un viaggio che parte dai primordi del tempo e non si conclude.

Per dare il via a questa interiorizzazione – molto ben realizzata, a dire il vero – Malick fa però un passo falso: parla della morte, del dolore, di due visioni differenti della vita e di come affrontarla e di duri rapporti tra un padre e i suoi figli. Questo meccanismo è estremamente banale, perché non è allegorico. E, ben inteso, banale non sarebbe se il film fosse stato strutturato secondo una concezione diversa (in quel caso sarebbe stato banale il film in sé), ma non è così: questo film è una metafora incantevole dell’introiezione personale dell’uomo e dell’estrinsecazione di ciò che sono le sue paure millenarie, in continuo conflitto interiore.

È decisamente lirico, composto perlopiù da scene mute (la musica è rara e, a parte per La Moldava di Smetana, funge da sottofondo, non è particolarmente significante), con omaggi vari al Kubrick di "2001" e un uso ampio della voce fuori campo; la macchina da presa è resa anch’essa una metafora del sentire umano, non inquadra mai dall’alto e mai in soggettiva, ma sempre o dal basso all’alto o ad altezza d’uomo.

Un film di grande respiro nonostante i suoi 183 minuti di costellazioni, pianeti, lande desolate e profondità oceaniche, scarsi e duri dialoghi, soliloqui della madre che ci raccontano la vicenda e i soliti cameo (è il caso anche di Sean Penn, che si vede sullo schermo si e no venti minuti).

Ciononostante, dopo la prima mezz’ora è iniziato l’ammutinamento: su venti spettatori, almeno sette hanno lasciato la sala, con o senza commenti aggiunti, ma assolutamente annoiati. Questo atteggiamento da un lato lascia spazio a critiche varie sul pubblico italiano (per quanto, Palma d’Oro o no, anche a Cannes è stato fischiato), dall’altro apre a un’altra critica al film e alle decisioni del regista: c’è una scena di più di dieci minuti che parte da un vulcano in eruzione, giunge a un leviatano (mostruosa creatura biblica) arriva al cosmo e ricade negli oceani per dar vita a una creatura, per quanto estrema sintesi, e meravigliosa, della genesi dell’universo; è troppo precoce, per via di ciò che lo spettatore può aver inteso dalle prime sequenze.

A questo proposito: il film, in estrema sintesi, parla della morte di uno dei tre figli di una famiglia americana degli anni ’50: da questo avvenimento parte un flashback che racconta l’infanzia dei tre fratelli e del rapporto in particolare che uno di questi (che in età adulta è Sean Penn) ha col padre (Brad Pitt) e la madre. È un rapporto complesso, contraddittorio, che si riflette nel bambino in un conflitto interiore che non sa risolvere: è caratterialmente simile al padre, ma affezionato alla madre, alla sua gentilezza, alla suo amore nei confronti della vita.

Non si capisce se Malick voglia rendere una positività con questo film, oppure se l’intenzione sia quella di comunicare un estremo nichilismo, la falsità dell’infinito. In una scena che non ho particolarmente apprezzato, la madre si ritrova accerchiata da delle Grazie, alza gli occhi e le mani al cielo in una luce divina e sussurra: «Prendilo, te lo porgo in dono. Prendilo.». Non è decisamente il risvolto che mi aspettavo. Analizzandola con più attenzione però, potrebbe essere un dono al tempo, perché in effetti è su di esso che si basa il racconto infinito di Malick: una madre e un fratello che inseguono quello che hanno perduto nella vastità di spazi infiniti, varcando soglie smarrite attraverso le quali nulla cambia, nulla accade.

La simbologia di questo film è estremamente complicata e molto spesso l’intelligibilità che abbiamo è insufficiente per poterlo gustare, per farci trasportare dai suoi messaggi. Inoltre non sempre accade che un’idea su argomenti fondamentali della vita e della spiritualità possa essere abbracciata da tutti. E non è detto che debba essere così, al contrario. A tal proposito Pitt ha detto in conferenza stampa a Cannes: «Questo film è universale. Malick vuole parlare a tutte le culture». A prescindere dal fatto che il costrutto spazio-temporale è già sperimentato, già sondato da varie branche della cultura e dell’intelletto, in particolare dalla filosofia, si rileva che, in realtà, Malick prende in considerazione frangenti del sentimento di una cultura particolare, che è soprattutto quella cattolica: non tanto per le sue simbologie e i suoi riferimenti, ma per il collegamento che questi hanno con gli avvenimenti dell’intreccio; questi non sono universali, perciò Malick non parla a tutte le culture universalmente, ma parla ad altre culture della sua.

E lo fa con una maestria tale che pare abbia capito ogni singolo attimo di questa infinità: ma, ripeto, è soltanto la sua infinità; il merito di questo film è che la esprime egregiamente.  

ARTICOLO

“La cultura è il cibo ‘del’ corpo, non ‘per’ il corpo”

di Paolo Meneghetti


Nell'ambito del progetto Think more about - Giornate della sostenibilità, promosso dall'Istituto per l'economia sostenibile Terra Institute di Bressanone, in collaborazione col Comune di Bressanone, la Provincia Autonoma di Bolzano, le Università di Bolzano e di Innsbruck (Austria), il Collettivo artistico  Meraner Gruppe ha realizzato, assieme all'artista tedesco Kiddy Citny (invitato per l'occasione: , un tavolo-scultura intorno al tema estetico della tavola rotonda. L'evento è stato presentato Sabato 21 Maggio, in Piazza Duomo a Bressanone. Il Meraner Gruppe ha pensato ad un "concorso", che raccogliesse più ricette gastronomiche, da mettere alla fine "in esposizione". Fronteggiando il numero molto alto di "segnalazioni arrivate", nel successo dell'iniziativa, a realizzare concretamente il menù completo più suggestivo sono stati gli studenti della Scuola professionale alberghiera e alimentare Hellensteiner di Bressanone. L'artista internazionale Kiddy Citny ha disegnato uno schizzo della tavola-scultura, sul libro-catalogo delle ricette pervenute per la performance del Meraner Gruppe.

 

Francesca Rigotti, autrice di “La filosofia in cucina.” ed. Il Mulino (2004), ci ha ricordato che la cottura s’avvicina esteticamente all’alchimia. Consideriamo le volute di vapore e la mutevolezza della fiamma sul gas: qui la materia del mondo vegetale od animale va a trasfigurarsi. E’ interessante la nostra percezione del ribollire.

Nell’immaginario collettivo, esiste la pozione magica. Dunque la trasformazione accade ove un corpo riceva un aumento di forza tale da farlo “scoppiare”, alla fine. Il cuoco desidera che il suo piatto sia letteralmente squisito. Per Francesca Rigotti, così le verdure o la carne avranno una qualità materiale che si trasfigura in via idealizzante. (cfr. MOSTRA “Anselm Kiefer: Salt of the Earth/Emilio Vedova: in continuum”, articolo di Paolo Meneghetti LINK 1 dicembre 2011, anno 1°, n. 16)

L’alchimista medievale usava la bollitura di qualcosa verso la sua transustanziazione universale.

La culinaria riunirà “miracolosamente” ciò che la natura separa col ciclo della vita. Le ricette si costruiscono in modo sempre “ordinato”, pur nell’eccezionalità della loro carica “ribollente” (trasfigurante).

L'antropologo Franco La Cecla dice che la cucina esemplifica scientificamente un sistema chiuso. Si prenda la pasta: propriamente noi non la potremmo mai condire con qualsiasi sugo. Al massimo, esistono delle variazioni entro la stessa ricetta di base (cambiando la quantità degli ingredienti principali o solo quelli “di contorno”).

Francesca Rigotti pensa che le regole in cucina esprimano una metafora dell’idealismo platonico. Le ricette fungono da modello intellettuale per la realtà materiale di più alimenti, da ricongiungere in maniera universale.

E’ suggestivo ricordare che per Kant una prima “conoscenza” dell’idea derivava percependone il suo sentore comune, o gusto (un termine, questo, che almeno in lingua italiana aprirebbe alla culinaria!). Presi più minestroni, ci convinceremo che esista il minestrone solo conoscendone una ricetta.

Francesca Rigotti non postula l’universalismo culinario (fedelmente… “platonico”!). Per lei, le ricette avrebbero un valore più che altro “regolativo”, un po’ come accade nel noumeno di Kant. Nella filosofia dei greci, la scuola eleatica intendeva l’Essere dentro la più completa unità di se stesso. Diversamente, quella ionica ha sostenuto che tutto diviene, dandosi solo nella molteplicità. Per Francesca Rigotti, una storia della filosofia tratterebbe costantemente tale problema.

Esistono sistemi “monisti”, in cui tutte le cose sono ricondotte all’unità, e quelli “pluralisti”, laddove accade il contrario. La filosofia teoretica di Hegel diverrebbe più interessante. Lui cerca di giustificare come l’unità si dia “nel” molteplice, disperdendosi in questo, che però andrebbe immediatamente a “richiamarla”. Si conosce bene la dialettica hegeliana, dove la tesi “si sintetizza” nell’antitesi. Francesca Rigotti scrive che la culinaria funziona parimenti. Il piatto finale andrebbe a ricomporre la prima frammentazione degli ingredienti, che, presi in se stessi, lo rappresentano solo potenzialmente.

Nella lingua greca, con la parola magheiros è individuato il cuoco: la sua radice mag rinvia all’attività dell’impastare (o del “forgiare” una pasta). Ne derivano i verbi del lievitare e dell’ingrossarsi. In lingua italiana, conosciamo la parola magma. Qualcosa dove l’unità si darebbe entro la… “moltiplicazione” di se stessa.

La nostra parola pizza deriva da quella greca plax, che per i latini guadagnava di senso, diventando la placenta: nei tre casi, noi le traduciamo come superfici, mentre c’è la suggestione per cui il bambino nasca nel “forno (!) della madre”, con l’ingrossarsi del ventre.

Francesca Rigotti intenderà che l’unità si dia “nella” molteplicità di se stessa mediante il dinamismo d’una… cottura. Pare che la dialettica faccia “lievitare (ingrossare)” l’Essere. La cottura fa in modo che gli ingredienti divengano per riunirsi. Certo esistono i piatti che “diminuiscono” qualcosa: la carne d’una bistecca non è totalmente quella del suo animale, ad esempio. Per converso, il caso della trippa si percepisce per ingredienti che si sintetizzino, a partire da una loro varietà. Qui, la culinaria mostrerebbe una vena… esteticamente alchemica. Nella trippa, “trasfiguriamo” gli ingredienti singolari per universalizzarli assieme!

Ancora oggi, la lingua inglese usa la parola digest per indicare comunemente una selezione d’informazioni (un sommario).

Per la storia della filosofia, da Platone in avanti, un concetto è tale ove possa “distinguere qualcosa per ordinarla”. La digestione fa in modo che il cibo “si separi (sciogliendosi) per farsi ridistribuire”. Ciò determina il rispetto d’un dato “ordine fisiologico”. Platone, dal canto suo, scrisse che le Idee avessero una qualità “distributiva” (dividendole a due a due, con quelle che potevano comunicare “o” non comunicare fra di loro).

Una suggestione che porta Francesca Rigotti a rivedere la differenza fra l’anima appetitiva (concupiscente) e la correlata razionale (intellettiva). Per Platone, la prima cerca la mera “fame/sete” del corpo, l’altra la “sazietà imperturbabile” delle Idee. Ma Francesca Rigotti ci spiega che potremmo “mangiare” persino… con la riflessione intellettuale, se i concetti “vanno ordinando le cose mentre le ridistribuiscono”.

La digestione biologicamente si compie così. Hegel, leggendo Spallanzani, si convinse che il vivente assorbe immediatamente il cibo ingoiato, negandogli la vena inorganica al fine di “porlo come identico a sé”. Par quasi che, mangiando o bevendo, noi letteralmente “pensiamo… con la digestione”. Ricordiamo che per Hegel l’autocoscienza si dà quando l’alterità “è posta come identica in noi”.

Il “pensiero… con la digestione” più realisticamente ci pare inconsapevole. Ma lo stesso avverrebbe se “assimilassimo” la nostra… “natura” (il carattere, le precomprensioni mentali, i gesti istintivi ecc…). Allora riconosceremo d’avere una cultura.

Noi possiamo pensare alla nostra “natura” (caratteriale, istintiva, comportamentale) solo… mentre la “digeriamo”. La cultura parrebbe qualcosa che assimiliamo (dalla famiglia, dalla società civile, dallo Stato). Il carattere, gli istinti, i comportamenti diventeranno simbolicamente il “nutrimento” della corporeità, anziché per questa (dalla materialità del pane, dell’acqua, delle verdure, della carne ecc…).

Nella digestione, il cibo si fa letteralmente “rimangiare” (ridistribuito sulle cellule, in maniera ordinata). Il carattere, gli istinti, i comportamenti “ridefiniscono” la corporeità personale, senza accorgersene (immediatamente). Questa li assume digerendoli, per così dire.

Per Hegel, quando l’uomo “assimila” la sua “natura” con l’autocoscienza, gli riconosciamo la più universale cultura.