1 agosto 2011, n. 8

 

Indice


CINEMA “I baci mai dati” di Roberta Torre, recensione di Andrea Giacometti LINK

ARTICOLO “Il ponte di Calatrava e l’idea di ‘opera architettonica’ “, di Roberto De Rosa LINK

CINEMA

“I baci mai dati” di Roberta Torre,

recensione di Andrea Giacometti


Pare che gli anni ’10 del XXI secolo abbiano portato la voglia di indagine spirituale nel cinema italiano, una voglia che intende mettere in discussione le ortodossie religiose e i modelli di credenza della Penisola (soprattutto quelli del sud).

"I baci mai dati" parla di Manuela, una ragazzina di Librino, quartiere tra i più degradati in Catania, (cfr. CINEMA “Gabriele Vacis presenta il suo film a Venezia”, di Andrea Giacometti, LINK 15 aprile 2011, n.1) che a 13 anni lavora come donna delle pulizie nel salone di una parrucchiera. Dopo che un gruppo di scapestrati ragazzini spacciatori decapita la nuova statua della Madonna (che veglia sulla squallidissima piazza dove s’affacciano gli altrettanto squallidi palazzoni), a Manuela appare in sogno la Santissima Madre, che le indica il posto nel quale è nascosta la testa frantumata.

Manuela si ritrova così la benedetta del paese, costretta a ricevere ogni giorno decine e decine di bisognosi, che la pregano per un miracolo. La madre, frattanto, raccoglie il danaro che viene devotamente donato dai creduloni. La visione della Madonna si rivela infatti una farsa, ma il film ci lascia comunque un colpo di scena, se così vogliamo chiamarlo.

Roberta Torre ha cercato di realizzare un film italiano secondo i canoni tradizionali, ma ha purtroppo fallito su tutti i fronti. La costruzione dei personaggi è risibile: poco strutturati, essi entrano in scena per rivelare la loro identità, dopodiché appaiono e scompaiono senza un apparente motivo logico, senza seguire una traccia, a volte inutilmente. Le scene ambientate nel salone della parrucchiera vorrebbero in un qualche modo ricordarci Fellini, ma riportano la mente più a una parodia malfatta di "Buona Domenica". Ci sono errori grossolani nella sceneggiatura, come per esempio nel finale, quando, pace fatta con la madre, Manuela trova davanti al portone del suo palazzo alcuni devoti che l’avvisano di aver accompagnato al piano di sopra "la ragazza cieca", definendola proprio così (quella che dovrebbe essere la figura chiave del film e che appare soltanto tre volte in situazioni assai poco sviluppate e convincenti).

Peccato che la cieca abbia riacquistato la vista, quindi cieca non è: se non un errore di sceneggiatura, questo passaggio può essere interpretato come il classico "colpo di scena" che tanto colpo, però, sul pubblico in sala non fa.

Probabilmente il difetto del film è che viene messa troppa carne al fuoco: la madre di Manuela è una donna tutta curve frustrata, che cerca di imbrogliare gli altri e viene a sua volta imbrogliata; il padre è il tipico fallito che però è l’unico ad amare davvero la figlia; la sorella è il prototipo della velina, che si droga, si fa sfruttare dal ragazzo e va a letto col politico che esce con sua madre (a tal proposito, uno dei devoti chiede di essere preso al Grande Fratello per diventare famoso: non c’è proprio possibilità di un’analisi che vada oltre gli stereotipi accusatori degli ultimi dieci anni?); il prete ovviamente pensa solo a come risolvere la questione spirituale non rovinando la sua immagine, ma non è dipinto in così malo modo.

A sollevare le sorti del film non corrono in aiuto nemmeno gli attori: a parte un misto di milanese e siciliano nella parlata di alcuni di loro, non c’è nemmeno da paragonare la bella interpretazione di Yle Vianello in Corpo Celeste di Rohrwacher, lei si lirica e credibile, con quella di Carla Marchese, che interpreta la ragazzina tredicenne nel film di Torre. Ma non è un problema dovuto solo alla recitazione: il personaggio di Manuela non dimostra affatto i 13 anni che dice di avere. Forse credibile, per un posto come Librino (ben descritto nelle interviste raccolte da Vacis nel suo La paura siCura), che una ragazzina dell’età della protagonista possa guidare il motorino e lavorare anziché andare a scuola, ma Manuela ha troppa poca innocenza, troppa poca ignoranza del mondo: tant’è vero che, a vicenda conclusa, pare non ci sia nessuna crescita, nessun cambiamento in lei.

In conclusione questo film non lascia niente di niente: non una bella trama, non una recitazione godibile, non uno stimolo per riflettere. Pure il titolo, che lascia presupporre una svolta romantica, si tradisce (compare una tantum un presunto fidanzato che fa sperare in una svolta interessante, ma alla fine con la trama del film non c’entra nulla). Un pregio del film è che vengono usate belle inquadratura e effetti interessanti per rappresentare le situazioni oniriche. Ma sicuramente non bastano a risollevare la mediocrità del film, assolutamente presuntuoso nel presentare troppi temi e decisamente fallimentare nel volerli analizzare sotto un’ottica inedita.  

ARTICOLO

"Il ‘ponte di Calatrava’ e l'idea di 'opera architettonica' ",

di Roberto De Rosa


Descritto nell'editoriale lo spunto per questo articolo, ho deciso, considerata la mia qualifica di "dottore in Architettura" conseguita allo I.U.A.V. di Venezia, di completare la disanima di altri aspetti del ponte, cioè esaminare l'opera sotto gli altri profili non menzionati.

Con questo intendo dire che un manufatto architettonico deve soddisfare anche altri requisiti, oltre a quelli statici e di bilancio economico a cui ho accennato nell’editoriale; altrimenti qualsiasi "intervento" potrebbe essere definito "un'opera architettonica", solo perché solido staticamente ed... economicamente.

Ovviamente non pretendo in questo articolo di sviscerare tutta la complessità di tale tipo di opera, intesa nel senso lato del termine; qui mi concentrerò sul ponte in questione, spiegando perché, secondo la mia ottica, esso non soddisfa altri requisiti che invece dovrebbe avere.  

Innanzitutto: un progetto di Architettura deve sempre nascere in un contesto urbanistico; cosa intendo con questo?

A partire dalla scontata applicazione della normativa edilizia, che determina i parametri entro il quale l'opera deve rientrare, quali altezze, distanze, destinazione d'uso… un' opera entra, giocoforza, in relazione con il contesto che la circonda, possiamo dire che dialoga con esso.

Nello specifico un ponte è fondamentalmente un mezzo di superamento di un vincolo oggettivo, ove sia sentita la necessità; altrimenti stiamo parlando di un voluttuario impiego di risorse (traduzione: uno spreco).

A Venezia, il ponte di Calatrava valica il Canal grande per congiungere due terminal: stazione ferroviaria e piazzale Roma (approdo di autobus, taxi e mezzi privati nei silos).

Ma è, o meglio era, la costruzione del ponte un intervento necessario?

Scomodando i "massimi sistemi", giova ricordare che l'intero universo è regolato dalla "legge del minimo sforzo", di cui una diretta conseguenza è una relativa, comunque marcata, assenza di "ridondanza".

Ad esempio: le lingue sono ridondanti, e ciò permette la loro ricchezza espressiva; ma lo sono perché un'eccessiva loro povertà renderebbe la trasmissione di un messaggio poco, o per nulla, comprensibile in caso di disturbi nella trasmissione del messaggio, non per un'intrinseca ricerca estetica che ne è solo un'apprezzabile conseguenza.

Quindi: la ridondanza è presente solo se la sua assenza creerebbe un problema di eccessiva semplicità, laddove, quindi, il costo della ridondanza è inferiore al costo del potenziale problema indotto dalla mancanza della stessa.

Nel nostro caso, il nuovo ponte non ha risolto alcun problema, né espresso, né potenziale, anzi: paradossalmente lo ha manifestato; infatti solo ora che esso è stato costruito, una persona può dire che prima impiegava circa dieci minuti in più per passare da un terminal all'altro!

Ma sottigliezze speculative a parte, qui si sta parlando della "necessità" di un'opera, dove per necessità si intendono due criteri che la compongono:

"insostituibilità" e "misura dei vantaggi offerti".

Se si rivede l'opera in questione sotto questi due aspetti, ci si accorge che la sua "necessità" è piuttosto labile: il ponte degli Scalzi e i "vaporetti", che già congiungono i due terminal, lo rendono non insostituibile; il vantaggio, solo temporale, è nell'ordine di una dozzina di minuti, al punto di far passare il ponte più come una "comodità" che come una necessità.

Ecco, il ponte di Calatrava è una comodità, una sorta di ottimizzazione della situazione.

Ma proprio al riguardo, il ponte di Calatrava pecca di una lacuna.

Esso non è dotato di una "pista", e relativa pendenza, per le valigie trolley di cui buona parte dei viaggiatori è oggi munita; inoltre, in una città in cui una buona parte dei trasporti per lavoro è fatta con carretti trainati a mano, tale "pista" sarebbe stata una scelta doppiamente giustificata.

In tal senso il ponte non soddisfa né un requisito generale, le esigenze del comune viaggiatore col trolley, né quelle specifiche, ovvero quelle del trasportatore veneziano.

Quindi: un'opera fondata sull'ottimizzazione di un transito, che però non lo ottimizza fino in fondo.

Non ci soffermiamo poi sull'evidente approssimazione con cui è stata calcolato il "passo" dei gradini delle rampe; chiunque si sarà accorto che ad un certo punto, circa al colmo del ponte, la propria camminata è rallentata e complicata da un rapporto  tra "pedata" e "alzata" mal calcolato, errore veramente grossolano; e qualcuno, più sfortunato, è addirittura ruzzolato a terra.

Un altro aspetto che è stato spesso rimarcato, giustamente, è che i gradini in vetro, sapientemente lavorati, sono inadatti perché troppo fragili e perché divengono scivolosi con l'umidità; oltre al fatto che nell'ipotesi dell'illuminazione notturna degli stessi, prevista e consentita dal progetto stesso, chi lo attraversa corre il rischio di incespicare, poiché la luce proveniente dai gradini li renderebbe non più distinguibili l'uno dall'altro.

In realtà trovo un altro motivo per contestare la scelta dei gradini in vetro del ponte: Venezia ha fondato parte del proprio splendore sulla sapiente tecnica ed arte con cui lavora tale materiale.

Il vetro è per questa città uno dei simboli della sua magnificenza, che si tramanda da secoli.

(cfr. MOSTRA “Glasstress”, articolo di Paolo Meneghetti LINK 1 settembre 2011, n. 10)

Proprio in virtù di tale importanza simbolica, non è proprio una scelta felice quella di calpestare, letteralmente, tale nobile materiale, per il ponte sapientemente lavorato.

A Venezia il vetro ha acquisito una dignità ed un valore che non permettono un suo trattamento così irrispettoso.

Parlo di vetro calpestato, sporcato, lordato dai cani, macchiato da chewing gum e dal catrame dei mozziconi…

Considero tale aspetto, che mi rendo conto possa sembrare un "sofismo", in realtà indicativo della capacità rappresentativa dell'Architettura.

Questa è una disciplina in cui il significato è trasmesso in via anche indiretta: allusiva, evocativa, metaforica.

Se si eccettuano in essa linguaggi, stilemi e simboli ormai codificati, si pensi ad esempio all'arco simbolo assodato del "trionfo", nel progetto architettonico c'è la creazione consapevole di un linguaggio e relativo messaggio da parte del progettista, appunto tramite allusione, evocazione, metafora…

In virtù di questo posso affermare che realizzare i gradini del ponte in vetro "lavorato" proprio a Venezia, significa degradare lo stesso materiale.

Corretto invece l'uso dello stesso per la creazione dei parapetti laterali, dove si sfrutta la trasparenza per ampliare la vista sul panorama circostante.

Per concludere, un ultimo aspetto.

A qualcuno non piace lo "stile" con cui il ponte è stato realizzato, ma io personalmente come laureato in Architettura non discuto tale elemento.

Calatrava è un progettista che ha fatto del suo stile un punto di forza, creando opere sparse nel mondo immediatamente riconoscibili per forme che richiamano le strutture della natura: ali di uccello, ragnatele, petali… tutte di indubbio fascino, anche se riconosco che il ponte a Venezia non è certo tra le sue opere più esteticamente riuscite (all'arco della struttura, visto di profilo, manca una certa tensione visiva).

Per lui il dialogo con il contesto è relativo: Calatrava "impone" il suo segno fatto di, appunto, riferimenti alle strutture naturali; e questo è parte effettiva della sua poetica architettonica.

Trovo legittimo che un architetto la esprima, come lui ha fatto, e se qualcuno non la apprezza è ovviamente una questione opinabile.

Ma oltre alle questioni sui costi levitati, sui problemi strutturali, come ho cercato di spiegare in questo articolo, sono altri i punti della questione che non mi convincono.

Che altri possano condividerli o meno, restano comunque espressione di come io personalmente intendo la pratica dell'Architettura.