15 settembre 2011, n. 11
15 settembre 2011, n. 11
Indice
CONFERENZA “ ‘Vivere non basta.’ Marcello Veneziani presenta il suo ultimo libro”, sintesi di Cecilia La Monaca
CINEMA “Diario di Circuito Off: i tre giorni del Festival”, articolo di Andrea Giacometti LINK
CINEMA “ ‘68ma Mostra del Cinema di Venezia’: recensioni e un bilancio di questa edizione”, di Ilaria Rebecchi
MOSTRA “Round the Clock”, articolo di Paolo Meneghetti
CONFERENZA
“ ‘Vivere non basta.’ Marcello Veneziani presenta il suo ultimo libro”, sintesi di Cecilia La Monaca
Il primo degli appuntamenti culturali, introdotto da Nicola Pellicani sotto la torre mestrina giovedì otto settembre, ha visto il saggista Marcello Veneziani presentare il suo ultimo libro "Vivere non basta. Lettere a Seneca sulla felicità" stimolato dagli interventi del suo interlocutore, il filosofo nonché musicista Massimo Donà.
Il testo ha una struttura fantastica, nel senso che esso si ispira alle note "Lettere a Lucilio" il dialogo di formazione alla vita tra il filosofo Seneca e il suo allievo Lucilio; Veneziani finge il ritrovamento delle risposte di Lucilio a Seneca in seguito al crollo di parte della “Casa del Moralista” di Pompei dello scorso anno, mescolando così realtà e finzione.
In realtà l'origine del libro è una sorta di tributo dell'autore al padre che gli fece scoprire le "Lettere a Lucilio" in età giovanile e che Veneziani ha ripreso dopo decenni di abbandono.
L'antica opera è quindi servita all'autore moderno come spunto per la stesura di un libro che ne riprenda i concetti, sviluppando una personale visione degli stessi.
La tesi dell'opera di Veneziani è che "la vita non può avere come giustificazione la vita stessa"; essa deve essere dedicata a qualcosa o qualcuno, ovvero deve portare avanti un "progetto".
Poi, in un'immagine figurata, Veneziani spiega che in noi c'è una tensione, figlia di una condizione intermedia che ha in alto la somma perfezione degli dei, in basso la pura semplicità animale; l'essere umano tende verso l'alto, quindi verso lo stato divino.
Ma, sottolinea, "gli dei stanno, gli animali vanno, gli esseri umani ritornano".
In che senso "ritornano"?
Ritornano ciclicamente alle "cose fondamentali"; che cosa sia questo elemento, seppur indirettamente, Veneziani lo spiega qualche momento dopo, quando Donà interviene citando le figure mitologiche di Ulisse ed Enea coinvolti nella guerra di Troia.
In seguito alla distruzione della città, il primo ha qualcuno verso cui tornare, la compagna Penelope, mentre il secondo non ha più nulla: secondo Donà, citando appunto Veneziani, l'essere umano è nella condizione di Enea, ovvero non ha più un punto di ritorno… e ciò sembra essere un autentico ed irrisolvibile dramma.
Ma come affronta questo stato di cose Enea?
Di fronte alla città ormai in fumo lui individua le cose fondamentali intrinseche di quel punto di ritorno, la città intatta dove era tornato ma che materialmente non c'è più.
Allora decide che fonderà un'altra città allo scopo di ri-creare quelle cose che l’altra conteneva in se.
Ciò che Veneziani intende quindi, è che la capacità autosalvifica dell'uomo sta proprio nella facoltà di individuare tali cose che, in definitiva, sono nascoste all'interno della materialità.
Nel caso di Enea, quantunque esse non abbiano più tale espressione fisica, rappresentano l'idea di un progetto, in questo caso la costruzione di una nuova città.
Ed è qui che si individua la differenza tra lo stato degli dei e quello degli umani: i primi "stanno", e per sempre, in uno stato fondamentale; i secondi devono, proprio per la condizione intermedia descritta, volta per volta ri-tornarvi.
Da questo tema ne emerge un altro, quello della "felicità".
Secondo Veneziani ne esistono di due tipi: quella intesa come ebrezza quindi sconvolgente, dionisiaca; quella temperata intesa come armonia interiore, apollinea.
Però per poter provare entrambe c'è bisogno della malinconia, un sentimento che ci spinge a cercare uno stato migliore, appunto la felicità, e che permette di apprezzare pienamente quest'ultima.
In un passo poi Veneziani ricordando le idee di Platone, esprime un suo dissenso; il filosofo greco sostiene che la Filosofia è un'attività tipica della maturità di una persona, ovvero solo da adulti si possiedono gli strumenti per filosofeggiare; lui invece afferma che la Filosofia pone le domande che il fanciullo abitualmente si pone, quali: "perché il mondo?", "perché così e non altrimenti?"…
Ora, se è vero che nel percorso descritto ne "le quattro età della vita", fanciullezza, gioventù, età adulta, anzianità, nell'ultima tornano le domande della prima, è anche vero che la purezza che le accompagna nell'età infantile, per forza di cose è scomparsa appunto con l'esperienza acquisita durante l'esistenza.
Dunque il vero filosofo è il fanciullo.
Ma, in realtà, sostiene Veneziani, siamo tutti filosofi, e non solo poiché siamo tutti stati fanciulli, ma perché la curiosità su certe questioni è comune all'essere umano, solo che per vari motivi è accantonata e sottovalutata.
Ma ciò che a lui preme sottolineare è l'essenza stessa della vita, ovvero la sua sensatezza.
Per lui la vita non è assolutamente uno stato di gratuità; non sembra qui alludere ad un certo "misticismo", piuttosto Veneziani rifugge dall'idea di vita come qualcosa di casuale ed incontrollato.
Su questo punto il nostro autore approfondisce la sua idiosincrasia per una vita all'insegna del vivere alla giornata, dell'estasi perpetua: secondo lui tutto questo si non si condensa, in una vacuità che alla fine non porta da nessuna parte.
Ma per quanto si sia dediti ad un progetto, è certo che nella vita c'è anche l'imponderabile e Veneziani ci parla della fortuna; secondo lui essa non fa altro che amplificare le doti, positive o negative che ciascuno di noi ha, non tralasciando il fatto che può anche influenzare queste, allorché una persona subisce il contraccolpo di un'eccessiva buona o cattiva sorte.
La sua esposizione termina con una parentesi tratta da Lucilio per trasmettere qual è secondo lui il ruolo della Filosofia nella vita di una persona.
Lucilio, in onore di Seneca morto, non fa erigere una statua simbolo di una vanagloria che il maestro avrebbe certamente rifiutato; invece fa ricavare in un muro la sagoma del defunto, simboleggiando con tale varco ciò che il maestro è stato per lui.
Un varco attraverso gli ostacoli che ci impediscono di andare oltre, quei "muri" che ci ottundono la vista verso nuovi e diverse interpretazioni degli scenari della vita.

A concludere, una breve panoramica sulle domande della platea e le questioni sollevate.
Viene chiesto a Veneziani se l'adesione ad un progetto, ad una riuscita dello stesso, non costituisca, più che un viatico verso la felicità, invece una fonte di malessere, di peso da trascinare; problemi che possono gravare sulla persona già da giovani.
Veneziani risponde che intanto anche una società fondata sul credo dell'estasi perpetua alla fine condurrebbe le persone in uno stato di malessere, perché si tradurrebbe in una corsa verso esperienze sì soddisfacenti ma in continuo sovrapporsi ed annullamento reciproco, sia personalmente che in ottica interpersonale.
(Inoltre tale uniformità violerebbe quel principio, da lui sostenuto, che per trovare la felicità bisogna anche provare la malinconia. n.d.r.)
Il secondo aspetto è che l'idea di progetto ha come presupposto la capacità di comprendere quale sia quello a sé adeguato, citando come esempio il detto latino "parva sed apta mihi" (trad. "piccola ma sufficiente per me" riferita alla propria casa, magari piccola ma confacente alle proprie esigenze. n.d.r.).
Serve un progetto che sia in sintonia con il proprio credo, la propria natura, le proprie esigenze, raggiungibile e che soddisfi gli aspetti che ci rendono unici come persona, allora ci sentiremo realizzati.
In un'altra domanda viene chiesto al filosofo se ritiene che il ruolo della Filosofia sia ancora centrale per l'essere umano, nella sua accezione di guida, in un'epoca in cui sembra trionfare il concetto filosofico di nichilismo che, chiaramente, è all'opposto della tesi sostenuta da Veneziani.
Questi risponde che al giorno d'oggi la Filosofia dovrebbe rinascere addirittura sotto altro nome così da perdere la sua aura aulica e certe connotazioni; anche perché al giorno d'oggi si è persa una delle sue funzioni principali ben evidenziata nella corrente dello stoicismo, ovvero insegnare all'uomo ad affrontare le vicende della vita.
Il filosofo di questo stampo si prefigge di elaborare un sistema di regole di vita e poi di applicarlo.
(in realtà questa funzione sta tornando in auge con la pratica della "consulenza filosofica", n.d.r).
Un'altra domanda solleva la questione se il troppo pensare non porti a far dimenticare il "cuore".
Veneziani risponde che per lui la Filosofia deve coniugare le esigenze del cuore, che sono personali, con quelle del "pensiero", che sono universali.
Una persona non può essere esclusivamente rivolta alla esigenze di nessuno dei due aspetti in particolare, pena una vita squilibrata ed incapace di concepire e realizzare il progetto che ne dovrebbe essere alla base, progetto che deve nascere dal cuore e sviluppato razionalmente.
Su tale questione, ovvero il ruolo del "pensiero", interviene Massimo Donà, alludendo al proliferare dello scientismo, ovvero all'attribuire dignità e valore solo a ciò che è risultato di una prassi scientifica e che sia misurabile, tecnicamente sperimentabile; inoltre alla sovrapposizione tra i concetti di logos e ratio, con il predominare del secondo. (cfr. MOSTRA “Round the Clock”, articolo di Paolo Meneghetti, in questa pagina)
Ratio ha una connotazione tecnica: nella nostra epoca rimanda, in pratica, ad un ragionamento fondato sulla Logica, perciò coerente (assumiamo qui che sia quello della "Logica binaria", n.d.r.); l'idea moderna di logos, se esiste, è certamente incorporata in un'ottica scientista, dato che gli sforzi della Scienza mirano, ed in parte riescono tramite alcuni settori (si pensi ai frattali in Matematica) a rappresentare tramite i propri "modelli" un "ordine" come guida soggiacente.
In questo senso il logos è stato identificato.
Il timore, espresso da Veneziani e Donà, è che il continuo avanzare verso territori prima sconosciuti con l'ottica della ratio, porti ad una totale desacralizzazione, con quella ipotesi di gratuità della vita a cui qui si allude .
La giusta via, secondo l'autore di "Vivere non basta", è vedere la funzione del logos nella sua radice riferita al connettere; ovvero riuscire a creare una rete che leghi coerentemente i vari aspetti della vita: concetti, idee, sensazioni, sentimenti e così le azioni conseguenti ad essi.
Se si torna ad alcuni passi del suo discorso, laddove prima egli alludeva alla vita come a qualcosa di assolutamente non gratuito, la coerenza emerge chiara e netta: il logos anche nella sua accezione scientista (si pensi appunto all'ordine dei frattali) alla fine rimanda al progetto non solo come scopo, ma addirittura nell'accezione di origine di vita, riassumendo quindi la tesi del libro.
foto Marco Zavagno
Marcello Veneziani a Mestre
CINEMA
“Diario di Circuito Off: i tre giorni del Festival”, articolo di Andrea Giacometti
Quest’anno, come già ho indicato nell’articolo della scorsa puntata, il "Circuito Off – Venice International Short Film Festival" si è trasferito al Lido di Venezia, nella splendida cornice del Monastero di San Nicolò.
L’entusiasmo per la tre giorni di cortometraggi, come al solito attesissima, ha fatto sì che anche in una location a dir la verità un po’ scomoda da raggiungere ci fosse un pubblico ben nutrito e variegato, composto anche da spettatori della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica venuti a curiosare.
La serata d’inaugurazione è partita in verità alle 16.30 con la proiezione di alcuni cortometraggi, già proiettati gli scorsi anni, sul tema dei diritti umani: "Bulding Bridges", un progetto nato nel dicembre 2010 dalla collaborazione di Circuito Off con Ca’ Foscari e EIUC. Una serie di opere sulla violazione dei diritti dell’uomo perpetrati in varie parti del mondo, insieme a documentari sulle minoranze. Il migliore a mio parere è stato sicuramente "Down Here", di Charles Wilkinson, una serie di interviste a senza tetto canadesi, rovinati dalla droga, ma che non perdono la speranza.
Dopo l’immancabile aperitivo d’inaugurazione si è aperto ufficialmente il festival, con l’annuncio, da parte di Mara Sartore, direttrice storica di Circuito Off, del tributo a Simon Cahn e Can Evgin, due giovani artisti poliedrici e fra loro differenti le cui capacità di manipolazione della sorgente video (non in termini strettamente pratici, quanto più teorici) ha reso le proiezioni interessanti e snelle, decisamente godibili, per quanto esternare un giudizio critico su una pubblicità o su un videoclip diviene abbastanza complesso nel momento in cui si prendono in considerazione le dinamiche di mercato. Ad ogni modo, il grande dinamismo di questa rapida successione di cortometraggi ha permesso di godere di un ventaglio apprezzabilmente ampio di nuove idee, rendendo la proiezione decisamente interessante.
Terminato il tributo è subito iniziata la proiezione dei film in concorso. Forse una pausa era d’uopo, contando la decisione un po’ drastica di proiettare in sequenza quasi ininterrotta cortometraggi animati, che a lungo andare potrebbero risultare poco… digeribili. Lo svedese “Tussilago”, anch’esso di animazione, è stato di gran lunga il migliore, nonostante il premiato sia stato un altro film in proiezione la stessa sera (Asaki Ya Suda). Il corto narra la storia della fidanzata di un terrorista, che viene arrestata in seguito alla cattura del suo compagno. Le belle immagini accompagnate da un racconto netto, ma sempre melanconico, evocano la dolcezza di un amore e nello stesso tempo lo strazio di una vita vissuta come non si vorrebbe.
Il secondo giorno di proiezioni ha visto come protagonista la serie italiana "Freaks!", girata in low budget e trasmessa interamente e unicamente su youtube, ciononostante vincitrice del premio come "Miglior serie tv dell’anno". Dopo la proiezione di tutti gli episodi della prima stagione, c’è stata una breve conversazione con il regista Claudio di Biagio e gli attori Ilaria Giachi e Andrea Poggioli. La serie, ci spiegano, è nata quasi per caso, dalla voglia di un gruppo di ragazzi con la passione per le serie televisive a tema paranormale. Si sono radunati e hanno deciso di investire qualche soldo per mettersi in gioco, supportati da una casa di produzione, la "Show Reel", che fino ad oggi ha fatto solo da ufficio stampa, ma che per la seconda serie ha deciso di investire nel progetto.
Prima e dopo l’evento "Freaks!" ci sono state le proiezioni del concorso internazionale: i film migliori sono stati decisamente "Choice Night" di Christopher Dudman nelle proiezioni del pomeriggio e "La gran Carrera" di Kote Camacho (menzione speciale del premio internazionale) durante gli screening serali. Il primo inizia come una delicata storia d’amore tra un ragazzo e una ragazza, ma quando i compagni di lui lo distraggono da lei per portarlo a bere, la situazione degenera e il poveretto rovina in un sol colpo un’occasione e un’esperienza.
Il secondo è grottesco, mischia comicità e tragedia con cattiveria e sapienza, senza usare il sonoro. Un film muto, d’altri tempi, e ambientato in altri tempi, ma con immagini che fanno risalire attualissimo il tema dell’avidità.
L’ultimo giorno di festival ha presentato un nuovo concorso: il "Sony Ericsson Mobile Festival". I partecipanti sono chiamati a realizzare un cortometraggio o un videoclip avvalendosi esclusivamente di un supporto video da cellulare. Per questo sono stati chiamati come testimonial due videomaker d’eccellenza: Leandro Manuel Emede e Alberto D’Onofrio. Il primo ha presentato un videoclip per la canzone "Mucchi di Gente" di Nathalia, mentre del secondo, sempre in anteprima, è stato proiettato "Io e lei", un cortometraggio realizzato con telefono cellulare che narra di un travestito che non ha mai rivelato la sua doppia identità. La volontà di D’Onofrio è quella di utilizzare un mezzo particolare come il telefonino esattamente come viene usato nelle centinaia di migliaia di filmati pubblicati su youtube: niente cavalletti ma appoggi occasionali; niente panoramiche, zoom o controcampi, ma riprese o fisse o a mano. Il risultato è un cortometraggio in cui si focalizza l’attenzione sulla storia, e stranamente il risultato non è così fastidioso come si sarebbe portati a pensare.
L’ultima tranche di cortometraggi conteneva anche il film vincitore del premio internazionale, decisamente meritato: "Anglaée", di Rudi Rosemberg, storia di una ragazza disabile e della maschera di cattiveria che è costretta a indossare per non farsi calpestare: ma quando un ragazzo che l’ha derisa si ritrova in difficoltà, forse per interesse nei suoi confronti, la sua bontà prende il sopravvento, facendola apparire per com’è realmente.
Proiettato lo stesso pomeriggio anche l’Italiano "G – The other me", di Michele Coggiola, breve ma elaborato omaggio al noir, dalla complessa struttura stile “Pulp fiction”.
Al termine, prima della solita festa di chiusura in grande stile, sono stati proiettati, come omaggio, vari cortometraggi di Gabriel Abrantes, incentrati sulla sessualità e sugli orientamenti sessuali.
Il bilancio finale descrive un festival che non ha deluso, anche se questa edizione è stata meno formale delle precedenti. L’unico vero problema è stato creato da alcuni film senza sottotitoli, ma per il resto “Circuito Off” ha mantenuto, come suo solito, un buon livello, sia per la qualità dei cortometraggi che per gli ospiti invitati.
CINEMA
“ ‘68ma Mostra del Cinema di Venezia’: recensioni e un bilancio di questa edizione”, di Ilaria Rebecchi
Recensioni
“Faust”
di Alexander Sokurov
“Terraferma”
di Emanuele Crialese
“L’Ultimo Terrestre”
di Gian Alfonso Pacinotti (Gipi)
“Quando la notte”
di Cristina Comencini
“Shame”
di Steve McQueen
“Le Idi di Marzo”
di George Clooney
“Carnage”
di Roman Polanski
Bilancio della Mostra
Festival del Cinema di Venezia 2011
31 Agosto – 10 settembre, Lido d Venezia
Red carpet, tecnologie e memorabili pellicole: la rinascita della kermesse
Il vero vincitore? Il cinema
“Faust”
di Alexander Sokurov
con Johannes Zeiler, Anton Adasinsky e Isolda Dychauk
“Faust”: va in scena il capolavoro. E vince il Leone d’Oro.
Maestro di inestimabile grandezza artistica, Alexander Sokurov porta al Lido l’ultimo ambizioso progetto cinematografico, in concorso.
Strabilia critica e pubblico.
E si aggiudica il Leone d’Oro 2011, convincendo persino l’avanguardistico Darren Aronofsky e la sua Giuria di qualità (con tra gli altri il maestro David Byrne e Todd Haynes), sconvolgendo con la trasposizione cinematografica del celeberrimo “Faust” di Goethe e Thomas Mann, scremato dell’aura mefistofelica e reso qui profondamente umano e capace di infondere empatia nello spettatore.
Il Faust di Sokurov è un uomo, la cui epopea per sete di conoscenza e potere lo trainerà diabolicamente verso il maligno. Con questa raffinata opera in costume (complice la straordinaria performance di Johannes Zeiler nei panni del Dottor Georg), il regista russo chiude la propria tetralogia sulla follia del potere, dopo l’indagine con “Moloch”, “Taurus” e “Il Sole”, in un tripudio narrativo nel quale la prima parte della saga faustiana viene messa in primo piano, per sottolinearne l’umanità.
La rabbia del protagonista per non poter esercitare la propria scienza, causa xxxxdenaro. diventerà la motivazione fondamentale della discesa negli abissi infernali dello stesso per mano dell’usuraio emissario di lucifero, che recherà sulla terra scompiglio e delitti.
La dettagliata cura dei particolari che il regista dona alla pellicola conferma il capolavoro: nessun dialogo troppo oscuro o metaforico, solo luoghi fumosi e un diavolo tentatore temibile e al contempo attraente, al punto che il rapporto stesso stretto con Faust diventerà sì cinico, spudorato e pericoloso, ma anche affettivo e divertente.
Sokurov dipinge il fascino dell’inganno, del desiderio e dell’ambizione; e la seduzione è rappresentata da una fitta rete di sguardi sensuali, resi cinematograficamente quasi angelici, tra il protagonista e la popolana .
Una coppia presto destinata al peggio, come appare in una scena culmine travolgente e meravigliosa.
La storia più antica e moderna del mondo, al cinema, in un autentico capolavoro d’arte contemporanea.
Immortale.
“Terraferma”
di Emanuele Crialese
con Donatella Finocchiaro, Beppe Fiorello, Filippo Pucillo, Tiziana Lodato, Martina Codecasa
Crialese e l’immigrazione: tradizione, utopia ed attualità
Una storia italiana, siciliana. Una favola di oggi.
Emanuele Crialese (geniale in “Nuovomondo”) porta in concorso a Venezia 68 le vicende di una piccola isola siciliana, una delle poche ancora intonse del nostro paese.
Un posto di pescatori, intatto ed appena lambito dal turismo che si trova a dover modificare la vita dei propri isolani all’arrivo dei clandestini, affrontando di petto la stessa negazione della cultura del mare, che obbligherebbe al soccorso.
E’ la storia di piccoli personaggi-simbolo di una famiglia, dalla giovane donna che non vuole dover rinunciare all’utopia di una vita migliore al ragazzo che cerca un riscatto morale, fino all’anziano autorevole capo famiglia che rievoca il Padron ‘Ntoni de “I Malavoglia” in un’isola che tanto ricorda Lampedusa (anche se il film è stato girato a Linosa).
Crialese amalgama molte piccole storie in un unico significato: nella confusione del "nuovo" che genera mutazione, dove la terraferma del titolo è il sogno rincorso a costo della vita dalla donna e dai clandestini al contempo.
E così il tema dell’immigrazione è sviluppato attraverso la tradizione, nella dolcezza poetica di alcune scene che commuovono e nel delizioso e credibile equilibrio creato tra finzione e cronaca.
A tratti un po’ lento, il film spicca nella celebrazione dei paesaggi e dell’utopia, impreziosendosi di forza emotiva in un racconto attuale e fiabesco, poetico e profondo, al punto che il tema seppur inflazionato, risulta più interessante.
La pellicola italiana migliore tra quelle presentate a Venezia.
“L’Ultimo Terrestre”
di Gian Alfonso Pacinotti (Gipi)
con Gabriele Spinelli, Anna Bellato, Luca Marinelli
Dal fumetto al cinema: Gipi conquista Venezia
E’ tra i più noti fumettisti italiani Gian Alfonso Pacinotti, in arte Gipi. E questa è la sua prima vera opera cinematografica.
Ma non è tutto: Gipi dipinge su pellicola con il suo “L’Ultimo Terrestre” (Fandango e Rai Cinema) una storia che parte dall’ultima settimana prima dell’annunciato arrivo di una civiltà extraterrestre sulla Terra, ormai paese stanco e disilluso, dominato dalla crisi economica, dove il protagonista Luca (Gabriele Spinelli) è un uomo con enormi problemi di relazione, abbandonato dalla madre in giovane età e cresciuto nell’odio per le donne.
La diffidenza del protagonista ne ha fatto un emarginato senza passioni né sogni, dallo sguardo stralunato e dall’inconfessabile attrazione per la vicina di casa, in una monotonia quotidiana ben palesata in pranzi paterni celebranti l’odio per la madre.
Solo gli extraterrestri potranno fungere da epifania del nostro protagonista: così grigi e stereotipati nell’estetica, quanto abili nel sapere cosa è bene e cosa no, agiranno ai margini della storia di Luca innescando eventi rivelatori di un’inaspettata verità, nella consapevolezza che, in fondo, la speranza può ancora esistere.
Una storia ambientata nel futuro ma fresca nella contemporaneità collettiva, in un’Italia-post-Italia dove la disillusione è estremizzata (ma nemmeno troppo), l’incapacità di sognare è diventata sistema e dove l’abitudine alle notizie, seppur incredibili, non sconvolge più.
Gipi delinea minuziosamente un futuro prossimo della nostra società dove, nell’indifferenza sovrana, il giovane Luca, atipico essere umano, è il perfetto simbolo del proprio tessuto sociale, e dell’individuo ancora papabile fruitore di speranza, a sfavore della collettività.
In sintesi: se non cambia uno, non potranno cambiare tutti.
E Gipi abbraccia il favore di tutti persino della stampa internazionale.
“Quando la notte”
di Cristina Comencini
con Filippo Timi, Claudia Pandolfi
Comencini: la delusione di Venezia?
Tratto dall’omonimo best seller della regista e scrittrice Cristina Comencini, “Quando La Notte” era partito con tutte le migliori premesse per raggiungere un immaginario podio di favore di pubblico (e non solo) a Venezia.
Ma così non è stato.
Una storia di maternità, attrazione ed amori estremi, tra un rude e silenzioso montanaro, Manfred (Filippo Timi, che solleva la pellicola con il proverbiale e consueto talento, ma forse imprigionato in una sceneggiatura che non ne onora il merito) che oscura le proprie debolezze con l’apparente ruvidezza, e la giovane mamma Marina (Claudia Pandolfi), sola di fronte alla propria incapacità d’essere la madre che vorrebbe.
E dal loro incontro fortuito si scivola in una serie di micro-eventi (di ilarità involontaria) atti a portare i protagonisti ad essere l’uomo e la donna che si guardano dentro, sfidandosi e desiderandosi in un’altalena di bramosia tale da essere intollerabile, un’estasi tra duellanti che trova la propria ragione nella scoperta e nella fuggevolezza.
Una trasposizione cinematografica non convincente dove la ben nota affezione della regista verso l’universo femminile (da “La Bestia nel Cuore” a “Bianco e Nero”) viene sminuita dai feroci e interminabili pianti quasi a ridurre la depressione post-partum unicamente a questo, a sinonimo di desiderio di stereotipare personaggi ed atteggiamenti, al punto che la capacità di immaginare rapporti di coppia verosimili sembra esser stata persa.
Speriamo solo momentaneamente.
Certo è che i fischi della critica nell’anteprima al Festival di Venezia (secondi solo a quelli riservati a Garrell-Bellucci), non lasciano troppe speranze.
“Shame”
di Steve McQueen
con Michael Fassbender, Carey Mulligan
Perversione e solitudine, in un preciso affresco dell’uomo contemporaneo.
Geniale simbolo del cinema contemporaneo, “Shame” risulta una delle migliori pellicole non solo della kermesse veneziana, ma degli ultimi 10 anni.
Se il primo film di Steve McQueen, “Hunger”, raccontava di un uomo privato della propria libertà fisica, con “Shame” il regista (ed artista, presente alla Biennale di Venezia con un’opera) si concretizza la storia opposta di un uomo che ha tutte le libertà del mondo occidentale (tranne quelle emotive) e che ha fatto del proprio corpo la prigione dorata in cui vegetare anziché vivere.
E soffrire, da solo.
Brandon (Michael Fassbender, uno dei migliori attori dell’anno, al Lido in concorso anche con “A Dangerous Method” di David Cronenberg) è un trentenne di successo ed affascinante, in una New York folle e veloce, che per evadere dalla quotidianità ammorbante e deludente scivola in eccessivi giochi di seduzione, dividendosi volontariamente in storie senza futuro, incontri di una notte e chat erotiche.
Metodico ed ordinato, Brandon sarà sconvolto dall’inaspettato arrivo della sorella Sissy (Carey Mulligan), ribelle e problematica: due fratelli dal rapporto ambiguo e sfaccettato, lei esuberante, emotivamente eccessiva e alla ricerca di un affetto forse mai ricevuto e lui tormentato, gelido ma apprensivo oltre ogni limite.
Un amore-non-amore dichiarato nei sottintesi sguardi e silenzi e in scenate che superano il livello di violenza psicologica immaginato. E perciò lasciano il segno.
La profondità dei bisogni dell’uomo contemporaneo e la sua fragilità nascosta, in un’indagine cinematografica fatta di esperienze che massacrano e solitudini metropolitane, dove terrore ed energia si confondono, erotismo e abominio del rapporto si confrontano e dove la sessualità è mezzo di fuga (e rifugio) di una condizione di vita sentimentalmente misera e, in ogni sua perversione, dall’orgia alla seduzione in luoghi pubblici, funge da passatempo per non pensare.
Il tutto tra violente espiazioni e doverose e dolorose consapevolezze.
McQueen e Fassbender in una pellicola che farà storia.
“Le Idi di Marzo”
di George Clooney
con Ryan Gosling, Evan Rachel Wood, P.S.Hoffman, George Clooney, Marisa Tomei, Paul Giamatti, Jeffrey Wright
Clooney e la politica USA: chi è Bruto e chi Cassio?
Annunciato tra i favoriti da settimane prima dell’inizio del Festival, George Clooney è arrivato al Lido con una pellicola (in apertura di kermesse) sensazionale, indovinata, brillante e che lascerà il segno.
“Le Idi di Marzo”, co-produzione della Smokehouse di Clooney-Heslow con la Appian Way Production di Leonardo DiCaprio, è tratto dalla pièce teatrale “Farragut North”, firmata Beau Willimon, e si focalizza attorno alla storia del trentenne addetto stampa Stephen Meyers (un Ryan Gosling in stato di grazia) al servizio del governatore Mike Morris (Clooney), durante gli acerrimi scontri elettorali nelle primarie USA in Ohio per la candidatura alla presidenza del Partito Democratico.
Stephen dovrà affrontare il titanico scontro tra la propria ambizione e le subdole manipolazioni mercenarie di settore (e della vita), in una vera e propria guerra all’ultimo voto, senza esclusione di colpi.
L’idealismo del protagonista subirà i deliri di onnipotenza e i compromessi, in un affascinante gioco di seduzioni ora sessuali ora economiche, atte alla conquista del potere.
Un’ode alla lealtà, laddove vincitori e vinti si confondono e non esistono mai, personaggi totalmente bianchi o neri, con un finale geniale, che ha ulteriormente convinto il pubblico, in cui la diplomazia del protagonista sarà messa a dura prova, nella peccaminosa conclusione del dover prendere compromessi in primis con sé stessi.
Sguardi beffardi, cinismo, tensione da thriller, evoluzioni morali, ironia tagliente e dialoghi da manuale, in un grintoso vortice di azioni che tiene alta l’attenzione e tende a raccontare senza remore ricatti, complotti ed ombre della politica americana, il tutto corollato da una serie di ruoli collaterali funzionanti e dall’eleganza narrativa scelta dal regista-attore come punto fermo della trama.
Uomini al buio e sotto i riflettori, all’ombra delle stelle-e-strisce della bandiera.
La miglior prova del Clooney regista.
“Carnage”
di Roman Polanski
con: Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly
Una casa, quattro adulti, pregiudizi e personalità: la vita secondo Polanski è una carneficina
Tratto dall’omonima pièce teatrale di Yasmina Reza, “Carnage” è stato accolto con grandi applausi da pubblico e critica alla 68^ edizione del Festival del Cinema di Venezia, riportando Roman Polanski (assente al Lido) ai vertici della regia mondiale.
Una carneficina teatrale e adulta, quella tra i quattro (ed unici) protagonisti, che si incontrano a casa di una delle due coppie per cercare di risolvere la resa dei conti avvenuta tra i rispettivi figli undicenni, con tanto di labbra gonfie e denti rotti.
Gli iniziali convenevoli scherzosi si trasformano presto in battute al vetriolo che sfoceranno in un crescendo di rivelazioni sulle ridicole contraddizioni e i grotteschi pregiudizi dei quattro genitori, nessuno dei quali sfuggirà al massacro.
Una pellicola ottimamente sviluppata nello scontro verbale, e continuo, tra le differenti personalità dei protagonisti, dove la location diventa fondamentale e dettagliatissima, nelle posate, negli anfratti del salone e nell’oppressione, a mo’ di gabbia, nella quale gli stessi sono rinchiusi per il verdetto finale.
Vittime e carnefici al contempo, macellati dai loro stessi caratteri, focosi o remissivi, pregni di umanità proprio nella misura in cui sono infestati di vizi, e facili all’abbandono in un infantilismo subconscio che è tipico dell’uomo, in qualsiasi sua età o posizione.
Scena cult: il vomito della Winslet, dissacrante e liberatorio.
Girato in tempo reale, “Carnage” risulta imprevedibile e scioccante, portando comicamente allo scoperto l’ipocrisia latente, spesso nascosta dietro una facciata di buone maniere.
Nessuna sbavatura, solo maestosità recitative e teatralità riflettente il vero.
Piccolo capolavoro contemporaneo.
68 ma Mostra del Cinema di Venezia 2011
31 Agosto – 10 settembre, Lido di Venezia
Red carpet, tecnologie e memorabili pellicole: la rinascita della kermesse
Il vero vincitore? Il Cinema.
Si è conclusa la 68^ edizione del Festival di Venezia, tenutasi dal 31 agosto al 10 settembre, come di consueto al Lido.
Un’edizione, l’ultima sotto la direzione del noto critico Marco Müller in carica dal 2004, caratterizzata dalla bellezza dei film e coronata dalla presenza di moltissime star internazionali, dai più acclamati divi della Hollywood di ieri ed oggi, ai registi culto del cinema d’avanguardia, nelle sezioni underground e retrospettive della Mostra.
La cittadella del cinema, ancora non completata per una serie di incidenti nell’iter dei lavori, di cui la reggenza, è da dire, non ha alcuna colpa, si è gremita di pubblico e addetti ai lavori, a segnale che il Festival del Cinema più “anziano” e famoso al mondo non potrà mai tramontare.
Un programma all’insegna della molteplicità, tematica, filosofica e tecnologica, che ha tenuto conto delle avanguardie di settore come "digitale" e "3D", con la presenza di illustri video-artisti-registi (presenti anche alla Biennale d’Arte), e delle rassegne di autori e critici, perni fondamentali dell’industria cinematografica stessa.
Divisa in 22 lungometraggi in concorso, 19 Fuori Concorso e 24 in Orizzonti, la Mostra ha ben risposto alle più varie esigente del pubblico, dell’industria e della critica, portando alla luce la vera essenza del cinema: l’emozione.
Alla fine meritatissimi i riconoscimenti al “Faust” di Aleksander Sokurov (Leone d’Oro 2011), film di pregevole raffinatezza nella trasposizione dell’omonima opera di Goethe, Michael Fassbender (Coppa Volpi alla miglior interpretazione maschile per la memorabile performance in “Shame” di Steve McQueen, meritevole dell’Oscar) e Deanie Ip (“A Simple Life”), mentre il Leone d’Argento va a Cai Shagjin per “People Mountain People Sea“ e il Premio Speciale della Giuria a “Terraferma” di Crialese e a “Killer Joe” di William Friedkin (Mouse d’Oro).
Tutti i vincitori di questa edizione avevano convinto già dalle primissime proiezioni di settore i critici di mezzo mondo, di rilievo anche i red carpet che hanno visto sfilare “stelle” come Kate Winslet, George Clooney, Madonna, Viggo Mortensen, Matt Damon, David Cronenberg, Gary Oldman e Colin Firth.
E il vero protagonista, nonostante tutto è stato proprio il Cinema. Finalmente.
Un Cinema ora futuristico ora echeggiante al passato (come il progetto poli-artistico di James Franco sull’arte di Nicholas Ray), storico (“A Dangerous Method”), teatrale (“Carnage”) e musicale (con pellicole su o con Sigur Ros, Patti Smith, Vasco Rossi), introspettivo (“Shame”) e d’azione (“Le Idi di Marzo”, “La Talpa”).
Un dato deve far riflettere: quasi il 70% delle pellicole presentate nelle principali sezioni, e prossime all’uscita in sala, non presentavano sceneggiature originali, ma erano frutto di riusciti adattamenti da romanzi o pièce teatrali: questo ha messo in luce la letteratura e il teatro, facendo notare come possano essere di fatto le migliori basi su cui poggiare la macchina da presa.
L’augurio è quello di una lunga vita al Cinema (anche italiano, se ben fatto, non troppo commerciale e magari con un pizzico di scommesse in più sui giovani, vista l’ottima prova portata da Gipi), con le più grandi speranze per le prossime edizioni e un ringraziamento doveroso e sincero a coloro che hanno riportato lustro alla "settima arte" in Italia.
MOSTRA
“Round the Clock”, articolo di Paolo Meneghetti
Una ventiquattr’ore per l’arte che rivive.
Fino al 30 Ottobre si può visitare la mostra d’arte "Round the clock", a Venezia, presso lo "Spazio Thetis". La curatela appartiene a Martina Cavallarin che ha invitato ad esporre quindici artisti di livello internazionale, di cui cinque provengono dall’estero. Per sua fondazione, lo "Spazio Thetis" veneziano ospita eventi dove l’architettura e l’urbanistica contemporanea rientreranno nella "'sfera' antropologica". Bisogna che la tecnologia guadagni di vitalità: tuttavia non per se stessa, se essa è essenzialmente creata per la nostra utilità. L’architettura e l’urbanistica hanno senso in vista d’una problematica socioculturale. Esse riguardano l’uomo nella sua vitalità comunitaria. Spesso allo "Spazio Thetis" s’organizzano mostre dove la tecnologia rientra sia nell’eco-sostenibilità sia nella bio-diversità . La vicinanza conl'antico Arsenale della Repubblica Veneziana rievoca tutta la “vitalità antropologica” del mare. Tramite questo fu possibile che le diverse civiltà del mondo si conoscessero per la prima volta. Il mare rappresenta la più antica… cartina stradale.
L’arte consta di "significati essenzialmente 'liquidi' ”. La sua base tecnica conserva dentro di sé una vitalità percettiva. L’artista parte da un pensiero preciso, ma questo deve “risaltare” da un dato materiale (la tela, il marmo, la tavola, lo schermo ecc…). Subentrando la problematica della percezione, inevitabilmente la tecnica tende a… “liquefarsi”. I significati concettuali di partenza si rendono interpretabili, a valle d’una rivitalizzazione che varrebbe non tanto per se stessa, bensì per il fruitore (contemplatore) esterno. Martina Cavallarin conferisce alla sua mostra d’arte il titolo di "Round the clock". Forse, la "tecnica" deve finalmente darsi una spazialità di base in grado di temporalizzarsi ? Conosciamo già l’esempio della più estetizzante “Optical-art”, dove la vitalità percettiva resta meramente fine a se stessa. Martina Cavallarin porta in mostra soprattutto delle installazioni, in cui la capacità tecnica si dà per costituzione da una base “architettonica ed urbanistica”, in qualche modo. I suoi artisti percepiscono la poetica della crescita.

Per Aristotele, i prodotti della "tecnica" sono quelli che hanno il loro “principio” (l’essenza) in chi li creò. Essi però non garantiscono sempre di concludersi utilmente per noi. La "tecnica" si dà nel solo "piano del possibile". Per Platone, quella esiste nel mondo sensibile, che non si conosce mai veramente (lontani dalle "idee universali"). La “tecnica” si pone in via alquanto paradossale. Da un lato, essa sembra in grado di rendersi… “infinita”, avendo un valore “continuativo” (da una prima realizzazione “stabilizzante” ad un successivo riutilizzo). Ma la "tecnica" non raggiunge mai la sua perfezione, perché resta ancorata al piano del contingente (del sensibile). Per Platone e pure Aristotele, è impossibile che essa ci dia un sapere scientifico. La valutazione fenomenologica della "tecnica" muta con Galileo. Con lui, la Scienza assume un’identità prettamente sperimentale. Ne deriva che la "tecnica" si rivaluta, servendo a qualcosa nel piano… del possibile . La Scienza contemporanea per la maggiore nasce dallo sperimentalismo in laboratorio, tendenzialmente perdendo ogni pregiudizio teorico. Il filosofo Massimo Donà può concludere che la "tecnica" oggigiorno è paradossalmente intesa alla maniera greca.
(cfr. CONFERENZA “ ‘Vivere non basta.’ Marcello Veneziani presenta il suo ultimo libro”, sintesi di Roberto De Rosa, in questa pagina)
Essa sembra probabilistica e contingente, all’interno della base sperimentale voluta per la scienza.
Nella mostra "Round the clock" emergerà l’installazione creata da Gianni Moretti. Una "Colonna della Vittoria", simile a quella dell’imperatore romano Traiano, si dipana (con tutto il disegno delle sue gesta eroiche!) in forma d’elica, ma sul piano orizzontale, che è certo meno celebrativo da percepire. Sembra che le figure di carta costituiscano delle "cravatte" mentre serpeggiano. Gianni Moretti ha trasferito l’esaltazione aulica della Vittoria nella più banale registrazione del Potere, che si fonda sulla capacità tecnica. Le cravatte si trovano entro una teca, quasi a serpeggiare tramite una… linotype. Forse la registrazione del Potere si fonda sulla "serialità" del messaggio di propaganda, che essenzialmente… s’insinua nelle menti della gente? Guardando le cravatte… sulla linotype della politica, sembra che queste si diano solo… stancamente. La registrazione del Potere accade in modo ripetitivo, e purtroppo frena il criticismo dialettico della gente. Qui Gianni Moretti ha conferito esteticamente alla "tecnica" una vena continuativa, ma polemicamente contro "lo sperimentalismo… della vitalità".
“Round the clock” info: LINK VETRINA photo courtesy to Davide Lovatti, Federico Arcuri
“Honest John”
opera di Antonio Riello