15 dicembre 2011, n. 17
15 dicembre 2011, n. 17
CINEMA
“Midnight in Paris” di Woody Allen,
recensione di Ilaria Rebecchi
Uno scrittore americano, nella Parigi di oggi, alla ricerca dell’ispirazione in un viaggio onirico fatto di mutazioni spazio-temporali, musiche di Cole Porter, bistrot e fascinazioni artistico-letterarie con discorsi sull’amore, sull’arte e sulla vita con personaggi del calibro di Ernest Hemingway, Salvador Dalì, F.S. Fitzgerald, Picasso, Man Ray, Luis Buñuel, T.S.Eliot, Juan Belmonte, Henri Matisse e Gertrude Stein.
“Midnight in Paris” riporta alla luce l’Allen più ispirato (e di citazioni è pieno l’intero film), riprendendo l’incipit visivo di “Manhattan” (’79) e rievocando l’unione di sogno e realtà come ne “La Rosa Purpurea del Cairo”, regalando allo spettatore poco meno di due ore di pura immaginazione emozionale, capace di echeggiare al significato primo del cinema: far sognare, permettendo per sempre o per quelle due ore scarse di scappare dalla realtà per ridimensionarla e tramutarla in meraviglia.
Ed è il coraggio la caratteristica che sembra mancare a questo sceneggiatore-autore di oggi (un ottimo Owen Wilson in una veste insolita e stupefacente), pregno di idee ma incapace di dare una svolta alla propria vita, di mettersi in gioco per mutare la propria situazione sentimentale di sottomesso e la propria carriera.
Un’esistenza, la sua, composta di sogni meravigliosi decisamente più rosei della realtà..
Ed è Parigi la culla ideale di questo percorso notturno come i quadri di Chagall, briosa negli apostrofi artistici, tra follie discorsive e consigli che i personaggi incontrati offriranno al nostro timoroso, riverente e curioso protagonista.
Questo personaggio, che tanto ricorda lo stesso regista agli inizi, sembra immergersi nelle romantiche piogge della città dell’arte e dell’amore, nei suoi mercatini e nelle sue pâtisserie, in uno scenario, nella realtà e nel sogno, che ha come filo conduttore l’ironia, connessa alla vita, inevitabile, oscura e irresistibile come solo la quotidianità può offrire, e qui persino immensa nelle citazioni a posteriori delle vite e delle opere dei grandissimi sopra citati.
Agrodolce delicatezza nel disegnare volti nuovi e passati, in una commedia stuzzicante e dolcissima dove passato e presente si fondono nell’ideale irraggiungibile dell’artista di rivivere i fasti di un passato stimolante artisticamente, sempre più bello quando ricordato che quando vissuto, dagli anni ’20 ad oggi.
Il tutto perfezionato da una certosina capacità di illustrare il ruolo dell’artista e la sua figura: ingenuo ed immensamente carico di spunti, bramoso di conoscenza e d’amore come solo un bambino capriccioso e tenero potrebbe essere, in una favola contemporanea,dal lieto fine e culturalmente preziosa.
Da sottolineare anche la prova di Marion Cotillard: deliziosa col “caschetto” anni ’20, in versione groupie-chic d’epoca alla ricerca dell’arte.
Lezione di cinema: come fare un film dotto e spassoso, riflessivo e soft al contempo.
Ovvero: il cinema secondo Woody Allen.
Indice
CINEMA “Midnight in Paris”, recensione di Ilaria Rebecchi
MOSTRA “Apiary - Drums of the destiny”, articolo di Paolo Meneghetti
TEATRO “Voilà - Il Teatro in Festa”: un programma fitto di spettacoli a Venezia e terraferma a cura della storica Compagnia Pantakin, articolo di Vera Mantengoli
MOSTRA
“Apiary - Drums of the destiny”
articolo di Paolo Meneghetti
Risonanza di miele
Dal 1 Giugno al 30 Novembre, nella Chiesa di San Stae a Venezia è stata allestita la mostra d’Arte contemporanea “Apiary – Drums of the destiny”.
Il titolo aprirebbe alla possibilità simbolica che le api “scandiscano il tempo… dell’eternità”, producendo il miele.
L’attribuzione d’una sonorità forse rock, concentrandola nei tamburi, permetterebbe al più classico ronzio di sublimarsi esteticamente.
“Apiary – Drums of the destiny” è precisamente un’installazione multimediale, pensata da una coppia di artisti ucraini: Mikola Zhuravel e Vitaliy Ocheretyanyy.
Il progetto è nato dodici anni fa, peraltro trasformandosi di continuo; non cambia invece la curatela estetica, demandata alla “Galleria d’Arte A-House” di Kiev, in Ucraina.
Per la nuova “rivisitazione” a Venezia, è sopraggiunta la collaborazione del noto critico Paolo De Grandis, con la sua “Arte Communications”.
“Apiary – Drums of the destiny” è stata dedicata dai due artisti all’eminente antropologo Peter Ivanovich Prokopovych (pure lui ucraino), che nel 1848 modernizzò la struttura delle arnie. Ammesso l’ideale della non-violenza, gli premeva di dimostrare che l’organizzazione sociale delle api poteva essere applicata a quella umana, garantendo la convivenza politica.
Nell’esposizione, appesi in aria a calare dal soffitto della navata, vediamo 18 cilindri. Simbolicamente, trattasi dei tamburi cui rimanda il titolo della mostra. Ciascuno di loro è rivestito di immagini fotografiche. Contemporaneamente a terra troviamo una struttura “a torri”, incrociando aste di legno poi “imballate” negli spazi vuoti. La percepiamo entro una forma “veleggiante”, ma sappiamo bene che le api hanno un corpo per linee assieme curve e sghembe (nelle ali, nelle zampe, negli occhi ecc…).
Nei cilindri che funzionerebbero a tamburo, le fotografie inquadrano anche prati o rami d’arbusti. Nella “pesantezza” della calata dall’alto, e per le grandi dimensioni, ci piace percepirli nel rock della loro risonanza.
Il nostro sguardo farebbe… “pugilato” coi cilindri. Cercheremmo di stenderli “al tappeto”, come se fossero dei birilli; Vitaliy Ocheretyanyy di contro pensa che l’installazione ci “riappacifichi” con la società in cui noi viviamo.
L’erba è un “tessuto” che cresce irregolarmente. La percepiamo più spontaneamente. L’ape ad esempio vive “girovagando” fra i fiori.
Forse qui i “tamburi” rappresentano utopisticamente il passaparola del linguaggio umano.
La non-violenza chiama la prevalenza delle idee sulle armi. Diffondendosi pure “casualmente” (evitando che partiamo da pregiudizi incontestabili), le prime dovranno “instillare”… lo “zuccherino” dell’accordo finale. Ogni dialogo si “tesse”… come il prato erboso. Esso sarebbe “morbido” per i pregiudizi individuali (sui quali inevitabilmente poggiamo), e “girovagante” nella loro “purificazione” finale, come accade per l’ape, che prima raccoglie il nettare dai fiori per poi espellerne il miele sul favo.
Per il filosofo Heidegger, l’animale ascolta o vede unicamente ciò che ascolta o vede. Così il suo ambiente di vita gli starebbe nel… “cerchio” di se stesso. L’animale parrebbe “coinvolto” con gli istinti. Esso vivrebbe assorbendo completamente un certo ambiente.
Heidegger ricorda che l’ape operaia vola sempre (per giorni e settimane) sullo stesso genere di fiori, già “prescelto” dall’intero alveare cui essa appartiene. E’ una sorta di vitalismo… per assiduità . Così l’ape produrrebbe il miele non tanto per l’istinto di farlo, ma più esattamente “immagazzinando” l’istinto di farlo.
Nel caso dell’uomo, invece, Heidegger parla d’una possibile cura. Anche noi siamo tesi verso gli enti (sia astratti sia materiali), arrivando persino a constatarne l’esistenza. Gli uomini universalizzano (con la riflessione concettuale, per cui si prendono… “a bene” il loro ambiente di vita, quasi “curandolo”).
L’ape però non può constatare nulla; più semplicemente, il suo ambiente di vita viene immagazzinato, mediante l’istinto.
Nei cilindri “a tamburo” di Vitaliy Ocheretyanyy, spesso appare l’immagine della donna.
In quasi tutte le culture umane, essa custodirebbe la vitalità, demandandole le faccende domestiche. Sembra facile caricarla d’un interesse più “antropologico”. Un’etnia è tale ove possa conservarsi nel tempo, custodendo la sua cultura. Con l’istinto alla maternità, inoltre, la donna avrebbe una eticità… dialogica.
La società delle api naturalmente si percepisce in via molto “femminile” (dall’importanza della regina alla cura delle operaie). C’è il cilindro con la fotografia d’un fitto intreccio di rami, e questi “risalirebbero” persino il collo d’una donna, accarezzandone le guance.
Vitaliy Ocheretyanyy ci ricorda l’antico spiritualismo della Madre Natura. In un’altra fotografia, accade che una donna d’età matura chiuda gli occhi ed apra le braccia al cielo. La sua propensione al dialogo qui si percepisce entro… “l’assorbimento” dell’anima al mondo materiale. L’intreccio dei rami letteralmente “scorre nelle... vene del collo”. Le mani imploranti portano l’intero corpo a trascendersi, “fuso” nell’Assoluto.
Forse per Vitaliy Ocheretyanyy c’è la donna che cura le faccende domestiche, e pure quella che si dà interamente (assiduamente!) nell’istinto della maternità.
L’uomo che universalizza certo ri-ordina. Ma noi ci “curiamo”.. di farlo. L’uomo non sarebbe assorbito dai suoi istinti, se finisce per constatarli.
L’ape ha un vitalismo… per assiduità, noi invece l’assiduità… per vitalismo.
L’uomo si relaziona agli enti ed in aggiunta se ne prende “cura”. L’universalizzazione concettuale in via fenomenologica ha una qualità assidua (astraendo ogni caso particolare!), ma non istintiva. Dunque prendersi cura sarà un abituarsi, anziché un assorbirsi . Il coinvolgimento vero e proprio appartiene solo al piano degli istinti.
L’ape, che si sposta da un fiore ad un altro, manifesta “assorbimenti vitali” diversamente in serie fra di loro, senza constatare né la “riserva chiusa” del primo né quella “aperta” del secondo. Qui l’ape ha un comportamento assiduo. Ma esso è dentro il vitalismo (anziché fuori, come accade nella nostra astrazione concettuale).
“Apiary – Drums of the destiny” religiosamente rimanderebbe all’amor primordiale della Chiesa. Con la Provvidenza, accade che la presenza di Dio possa “risuonare” nel mondo materiale. I “tamburi” si percepiranno più solennemente, in tal caso. La fenomenologia dell’assiduità rientrerà nella Fede, credendo a Dio spontaneamente.
L’allestimento quasi ad ape regina realizzato da Mikola Zhuravel è imponente per dimensione. Il suo decostruzionismo estetico (che a qualcuno evocherà il Teatro dell’Opera a Sidney…) magari la porterebbe a mettersi “in discussione”?

L’ape operaia è molto “devota”, verso la regina. Ci pare che l’allestimento di Mikola Zhuravel veleggi non tanto nel “riposo” (illimitato) della trascendenza, bensì nel flusso della materialità (avente un inizio ed una fine).
Forse la Fede si pensa assiduamente, però si realizza… “per adattamento”. L’ape operaia è “devota” verso la sua regina, senza constatarne la predominanza. Ma il “servizio” della prima per la seconda non accade via sottomissione, bensì via adattamento (ad esempio, nell’unico fiore da impollinare).
“Apiary” apre ad una lettura decostruzionistica delle inevitabili pre-comprensioni che reggono la cultura umana, senza per questo limitarsi a secolarizzarle.
E la Fede riadattata nel mondo non è mai fondamentalistica.
TEATRO
“Voilà - Il Teatro in Festa”: un programma fitto di spettacoli a Venezia e terraferma a cura della storica Compagnia Pantakin, articolo di Vera mantengoli
Il sipario sul 2012 si apre con un sorriso
Ha un look inconfondibile: adora gli abiti con fantasie a pois e non può stare senza le bretelle, necessarie per non fare scivolare i pantaloni, generalmente di qualche taglia superiore a quella che porterebbe se non fosse di carattere uno a cui piace esagerare. Il suo stile non passa di certo inosservato. Quando cammina barcolla perché ama indossare scarpe gigantesche che non gli permettono di percorrere tranquillamente una traiettoria lineare, ma sempre a zig zag. Oscilla da un estremo all’altro anche per quanto riguarda il suo umore. Pur rimanendo di base un soggetto simpaticamente goffo a volte è burbero e scontroso, altre ingenuo e naif, ma lo si ama proprio per questo.
Nessuno può vivere senza un pagliaccio. Lui solo sa strappare un sorriso, anche nei momenti peggiori. Guarda la dolce vittima facendo una faccia dalle espressioni incomprensibili (aggrotta le ciglia, piega un po’ la testa di lato, apre la bocca restando incantato), poi le offre un fiorellino dai petali appariscenti e, mentre quella lo sta per annusare, stai sicuro che riesce a fare uscire dal pistillo una spruzzatina di acqua, dritta dritta sul naso. È impossibile resistere alla tentazione di scoprire le stramberie che gli girano per la testa perché i pagliacci ne sanno sempre una più di Bertoldo.
Per chiudere l’anno lasciando alle spalle i brutti pensieri, le preoccupazioni e tutto quello che proprio non è andato, la storica Compagnia Pantakin di Venezia ha pensato bene di proporre per la settimana a cavallo tra il 2011 e il 2012 sei spettacoli dedicandoli tutti a una delle figure più amate dal pubblico, il clown. In sintonia con la volontà del Comune di promuovere il teatro nel territorio (come già previsto per gli spettacoli in programma al Teatro Momo e Teatro Toniolo), in Pantakin, grazie a una solida collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto, porteranno sui palchi «Voilà - Le Feste a Teatro».
Un programma che finalmente mostra il clown e le sue doti nascoste di acrobata, trasformista, sportivo ed equilibrista. È lui la guest star di ogni messa in scena: «Nell’immaginario collettivo - racconta l’art director Emanuele Pasqualin - il clown viene spesso ridotto a un personaggio buffo con il naso rosso, ma in realtà è una figura complessa, quella che storicamente nel circo sa fare più cose».
Gli spettacoli che andranno in scena dal 26 dicembre al 6 gennaio sono: “PSS PSS” con le acrobazie del clown della compagnia svizzera Baccalà Clown; “La cucina dell’arte” dei belgi Circus Ronaldo; “Quisquilia” con il clown giocoliere ed equilibrista di Milvo & Olivia / Fondazione TRG; “Fairplay - Una maratona di risate” della compagnia italiana Slapsus e i due attesissimi Circo Parola, per voce attrezzi e tendini, firmato dalla penna dello scrittore Tiziano Scarpa e “A qualcuno piace carta” con il pagliaccio trasformista creato dalla fantasia di Ennio Marchetto Sosthen Hennekam.
Apre la settimana di teatro non stop lo spettacolo di Scarpa, presentato come laboratorio qualche mese fa e ora, dopo gli ultimi ritocchi, pronto per sfidare il palcoscenico del Teatro Momo il 26 alle 17 (per repliche v. il programma). Chiudono l’anno in corso e inaugurano il 2012 al Teatro Goldoni il Circus Ronaldo che intratterrà il pubblico quasi fino allo scoccare della mezzanotte quando, solo con la forza di un sorriso, i brutti ricordi dell’anno passato si trasformeranno in luccicanti sogni per il futuro.