15 ottobre 2011, n.13
15 ottobre 2011, n.13
CINEMA
“ ‘A dangerous method’ di David Cronenberg”,
recensione di Ilaria Rebecchi
E’ un Cronenberg delicato e tenero quello che mette in scena la relazione Jung-Freud-Spielrein, con un cast stellare quanto convincente per celebrare la Psicanalisi nel primo Novecento, tra Austria e Svizzera.
Il celebre regista ritrova il suo Viggo Mortensen (un Sigmund Freud panciuto, sarcastico e severo con giovani colleghi) dopo “An history of violence” e “La promessa dell’assassino”, affiancandogli la splendida Keira Knightley (memorabile nelle scene di follia psico-fisica) nei panni della giovane aspirante dottoressa ebrea russa Sabina Spielrein, in cura dall’astro nascente della psichiatria moderna, Carl Gustav Jung, qui interpretato dal sempre più convincente Michael Fassbender (Coppa Volpi alla recente Mostra del Cinema).
La pellicola elabora la corrispondenza epistolare d’amori ed umori tra i tre, a partire dal palesarsi del malessere infantile della donna, vittima delle ripetute violenze del padre. Sono gli anni di efficaci sedute di dialogo libero tra passeggiate in boschi post-romantici e interni di abitazioni austeri e fieri come da manuale per l’epoca, con uno Jung concentrato ed onesto, bramoso di scoperta più che di fama, e coraggiosamente confidante col suo più adulto maestro d’arte e mestiere.
Ispirata alla pièce teatrale di Christopher Hampton, “The Talking Cure”, “A Dangerous Method” risulta un progetto ambizioso ed intimo, volto a scardinare l’inflessibilità dei due protagonisti, eroici innovatori della medicina di settore contemporanea, ponendoli grazie al cardine-Spielrein sul medesimo piano: una relazione personale oltre che professionale, tra uomini di un’altra epoca, distanti per fede religiosa, età e status sociale (il tutto ottimamente reso in ogni scena dalla mano del regista), ma legati da una neonata disciplina destinata a sconvolgere il mondo futuro.
Una sceneggiatura equilibrata ma incalzante, che sviluppa una più concreta chiave emotiva rispetto ai precedenti capolavori del maestro canadese, sul potere della libido, del sogno e della dipendenza, su un sesso dichiarato e talmente naturale da non poter sconvolgere, se non a livello sociale.
Il tutto senza cadere mai nel banale o nel volgare.
Verbosi e dinamici gli affascinanti incontri tra Freud e Jung, obnubilati l’uno dalla consapevolezza della propria esperienza, e l’altro dall’esigenza di saziare i propri bisogni, sessuali e di sete di conoscenza, con un finale maestoso e poetico, che vedrà la loro Sabina effettiva vincitrice morale della diatriba sottintesa.
Scene luminose e dettagliate nei merletti della Knightley e nelle pipe fumanti di Mortensen, con un Vincent Cassel in un cameo breve, folle e dissacrante, e l’atmosfera di soffocamento continuo da parte dell’imperante borghesia in decadimento: il nuovo avanza nelle idee, nella sessualità consapevole, mentre le vecchie convenzioni dell’Europa pre Guerra Mondiale, lentamente, in esso affondano.
Lascerà senza fiato e con molte domande: cedere o non cedere, Jung o Freud, ragione o istinto?
Di sicuro avranno vinto la compassata interpretazione e le delicate debolezze di un Fassbender-Jung uomo, ancora capace di commuoversi e peccare, e soprattutto di pensare.
CONFERENZA
" ‘L'inizio del buio’ Walter Veltroni presenta il suo libro”, sintesi di Cecilia La Monaca
Il terzo appuntamento sotto la torre di Mestre organizzato dalla Fondazione Pellicani ha ospitato il 9 settembre Walter Veltroni con la presenza di Fabrizio Roncone del "Corriere della sera", che ha presentato il libro "L'inizio del buio" (Rizzoli), un saggio ambientato nell'Italia degli anni ottanta che narra di due tragedie avvenute in contemporanea.
Entrambe catturarono l'attenzione di milioni di telespettatori: il sequestro di Roberto Peci e la caduta in un pozzo del piccolo Alfredo Rampi, nel giugno del 1981.
Il primo per mano delle Brigate rosse, che per vendetta rapirono, e poi giustiziarono dopo due mesi di prigionia Roberto, reo di essere il fratello di un loro ex affiliato Patrizio, terrorista pentito.
Il secondo, Alfredo Rampi, per mera sfortuna, bambino di sei anni precipitato in un pozzo artesiano nella campagna di Frascati, nel Lazio.
La conferenza di Veltroni è sia la sintetica cronaca dei fatti che il leit-motiv per una personale analisi della società italiana degli ultimi decenni.
E, solo simbolicamente, sottolinea lui, quelle due tragedie coincidono con la perdita del sentimento collettivo della speranza e del desiderio, per un'Italia che invece era uscita dalla guerra e fino agli anni sessanta portava ancora con se l'entusiasmo e la voglia di impegnarsi, lottare per progredire e migliorare.
Ed ecco che d’improvviso compare il buio che dà titolo al libro.
Il simbolo della mancanza di una luce che aiuti le persone a trovare una strada, una via per le proprie coscienze, decisioni e azioni.
Nella sua esposizione, Veltroni inizia con una drammatica e angosciante narrazione delle due vicende, i motivi da cui nascono e, concentrandosi sull'esecuzione di Roberto Peci, con un elenco di particolari che risulta straziante, fino al tragico epilogo.
Successivamente Veltroni si concentra sulla vicenda del piccolo Rampi che occupa gran parte del dibattito.
Scoperta, dopo cinque ore, la sua caduta nel pozzo, iniziarono i tentativi di salvataggio, e la televisione all'inizio fu presente come semplice servizio di cronaca.
Ma ben presto la televisione intuì il potenziale, in termini di audience, della vicenda.
Così fu improntata una "diretta" televisiva di diciotto ore che calamitò l'attenzione di quasi trenta milioni di persone, per seguire l'operazione.
"Diretta", notare bene, che fu praticamente imposta dal…pubblico… dato che nei momenti di interruzione i telefoni della RAI erano intasati dalle telefonate che reclamavano la ripresa del servizio.
E qui Veltroni si espone in prima persona, passando al suo personale approccio alla vicenda.
Ricorda che quando vide la diretta televisiva, si sentì tranquillo per il buon esito della vicenda: in quella che lui definisce "abitudine catodica" non era infatti previsto un epilogo drammatico.
In tale ottica, quindi, non si assisteva ad un tentativo di salvataggio, ma all'effettivo salvataggio: come in uno show ben congegnato, la vicenda doveva risolversi positivamente…
Sul luogo arrivò l'allora presidente Pertini, la folla giunse numerosa a si accalcò nei pressi.
Invece no, il previsto "lieto fine" non avvenne.
E allora si scatenò la rabbia collettiva nella ricerca del colpevole: chi aveva sbagliato?
I pompieri, impegnati nel recupero?
Licheri, un volontario che si offrì per farsi calare nel sottosuolo e che non riuscì nell'intento?
I genitori, magari per scarsa sorveglianza sul figlio?
Il caso travalicò l'ambito del privato, divenne pubblico.
Da sottolineare che in quegli stessi giorni altri due bambini morirono in Sicilia, ma nessuno ne seppe nulla, perché la televisione non era lì a documentare il fatto.
Qui l'autore amplia la prospettiva del discorso; secondo lui fino agli anni sessanta la televisione aveva svolto un compito esemplare: divertendo, informando, insegnando agli italiani a parlare l'italiano.
Era una televisione che "trasmetteva programmi come 'Il circolo Pickwick', e non programmi come 'L'isola dei famosi' ", ci ricorda Veltroni.
("Il circolo Pickwick" (1967); uno sceneggiato RAI innovativo e sperimentale nella forma, n.d.r.).
Se, televisivamente parlando, c'era un dramma collettivo questo era riferito a nomi importanti: l'assassinio di Kennedy, di Moro.
Con le vicende di Roberto Peci e sopratutto di Alfredo Rampi, si scopre che anche uno sconosciuto può diventare oggetto di attenzione, calamitare l’interesse di milioni di persone.
La televisione avrebbe intuito il potenziale, in termini di audience, di tali tipi di notizie, adattando così le proprie modalità comunicative nella ricerca degli ascolti.
Possiamo quindi definire il servizio televisivo sul dramma di Alfredo Rampi come l'antesignano degli odierni "Cogne", "Garlasco" e "Avetrana"…
Tutto questo serve come spunto ad una personale riflessione di Veltroni su quelli che sono definiti da molti come gli ultimi anni di spensieratezza del nostro Paese: gli anni ottanta.
Perfino gli anni settanta, nonostante le tensioni sociali e la nascita del terrorismo, sono visti da lui in modo migliore; erano il periodo di coloro che lui definisce gli innamorati.
E ricorda la propria esperienza: la stampa dei volantini contro la guerra del Vietnam e la dittatura di Pinochet… a Veltroni “piace pensare” (affermazione sua, n.d.r.) che questo impegno, svolto a migliaia di chilometri di distanza dal teatro di quelle tragedie, sia valso a qualcosa, abbia contribuito alla loro cessazione.
In questo senso Veltroni ci parla di innamoramento: le persone provavano trasporto per qualcuno o qualcosa, dedicandosi totalmente ad esso e per esso.
L'impegno politico e l'attenzione per il sociale, in questo caso.

Certo, non sono mancate le storpiature, che lui sottolinea, di quel periodo.
Quando, ricorda, "bastava un taglio di capelli o andare a vedere un film di un certo tipo per scatenare la violenza".
Sono gli anni degli "scontri di piazza", della "lotta armata", del terrorismo.
I frutti marci dell'innamoramento.
Sempre secondo l'autore il contrario dell'innamoramento è l'indifferenza, che secondo lui ha prevalso a partire dagli anni ottanta.
L'amore è stato sostituito da un sentimento di disinteresse l'uno per gli altri.
Fondamentalmente negli anni ottanta per i giovani "l'impegno", lo schierarsi, l'appartenenza politica, non sono più sentiti come una necessità.
Il sentimento di collettività e di appartenenza, prima vissuto anche attraverso le categorie delle "classi sociali", tende ad appiattirsi e alla fine a scomparire.
Dagli anni ottanta in poi ognuno sta per se: la battaglia è dura, ma va combattuta individualmente, ciascuno per i propri interessi.
Al termine, come al solito le domande dal pubblico; dato lo status del personaggio Veltroni, inevitabili quelle sulla situazione politica del nostro Paese.
(Si ricordi che la conferenza in questione si è tenuta il 9 settembre scorso.)
Le risposte sono state incentrate sull'immagine dell'Italia all'estero, a detta di Veltroni seriamente compromessa.
A suo parere sarebbe meglio un “governo tecnico” che la situazione attuale.
Inoltre sarebbe necessario un "passo indietro" dell'attuale Presidente del Consiglio, dato che la sua figura non è più credibile.
In quell'occasione Veltroni riportava anche la notizia delle dimissioni di Stark della Banca Centrale Europea, in seguito alla decisione di voler risollevare le economie di nazioni "instabili" come l'Italia; Veltroni citava l'episodio a suffragio delle sue idee.
Per ultimo, un breve ritorno sulle tematiche attinenti il libro.
Veltroni vede nel programma televisivo "Il grande Fratello" la quintessenza del clima morale che si è creato negli anni ottanta, e che lui definisce egoismo di massa.
In quel programma infatti vigono le regole che tutt'ora dominano nelle società attuale:
non serve avere una particolare capacità, qualità; cerca di essere furbo per creare alleanze e sconfiggere gli altri.
Un'idea di corporatizzazione della società che secondo Veltroni è alla base del leghismo: il Nord contro il Sud.
Ma chi qui scrive nota un'ulteriore aspetto della questione e che ci interessa rimarcare.
Ne "Il grande fratello" il concetto di comunità intesa come alleanza collettiva è annullato in favore di gruppi antagonisti.
Ma tali gruppi, in virtù delle regole del "gioco" che premia un solo vincitore, sono destinati a sciogliersi internamente, perché prevale l'interesse del singolo.
Le alleanze e le condivisioni divengono quindi transitorie, labili, strumentali, fittizie…
E quando qualcuno, come Veltroni, afferma che certi "episodi", quale un programma televisivo, simbolicamente sono lo specchio di qualcosa di più vasto e profondo, ecco che ci sentiamo di dargli ragione.
MOSTRA
“ ‘Armada’ di Jacob Hashimoto”,
articolo di Paolo Meneghetti
Il codice aerodinamico
La galleria d’arte Studio La Città di Verona ha ospitato dal 14 Maggio al 17 Settembre "Armada", una "personale" di installazioni di Jacob Hashimoto, statunitense di origini orientali.
A Verona l'artista ha esposto dei pannelli quadrati o rettangolari. In questi c’è una “superficie aperta”, tramite una serie di figure geometriche (“confezionate” da supporti di carta o dacron), le quali s’intrecciano fra di loro. Facilmente le penseremmo a mo’ di “collane pendenti”, specie di matrice marina, con le loro conchiglie. Hashimoto però cercherebbe lo strutturalismo estetico. La qualità geometrica delle figure costituisce una “maglia”, rispetto alla “superficie aperta” del quadrato. L’artista è influenzato dalla leggenda per cui in Giappone, durante il "periodo Heian" (fra il 794 ed il 1185 d.C.), la gente usasse gli aquiloni per veicolare dei messaggi, specie attraverso i fossati o gli antri dei castelli. Le figure geometriche qui tendono ad avere lati “appuntiti”. Tralasciando il classico rombo dell’aquilone, sembra che più in generale Hashimoto cerchi di dare… “un’aerodinamica percettiva” al pannello.
Certe figure geometriche possono arrivare a toccarsi fra di loro. Ciò determina una ricomposizione della “superficie aperta”, ed il nostro sguardo “gioca” col tangram aerodinamico della percezione estetica. Qualcuno immaginerà un’elica, un ombrello, una trottola e così via...
Nell'opera “Idling in the depths of memory”, l’artista esibisce una maglia di… “ossi”, che faranno “pesistica” sul nostro sguardo.
Nella storia dell’arte, conosciamo il caratteristico tetradente di Capogrossi, spesso dipinto in maniera regolare (quasi razionalmente).
A Hashimoto interessa letteralmente l’ossatura… del nostro sguardo, con la pupilla che si muove cercando di stabilizzare un’immagine. Forse, è la stessa fenomenologia di chi fa "pesistica"…
Il tetradente di Capogrossi sembra più decorativo, rispetto alle ossature (che poi non disdegnano di ricombinarsi, finendo per “risollevare” visivamente l’intero pannello).
Probabilmente l’ambizione estetica di Hashimoto è quella d’addensare le figure geometriche in una sorta di… nuvola. Qualcosa dove i margini curvilinei possano improvvisamente “tirarsi”, se la ventilazione crescesse.
La ricombinazione delle figure geometriche, in “Idling in the depths of memory”, sembra a valle d’una loro cristallizzazione (complice l’acutezza delle stelline, delle eliche, delle stecche negli ombrelli…).
Hashimoto muoverebbe da solo la “marionetta”… della nostra pupilla, che cercherà di stabilizzare un’immagine.
Le figure geometriche qui davvero si legano a mo’ di “collane pendenti”.
In più occasioni, l’artista ha dichiarato che il contemplatore della sua installazione è prioritario, siccome solo questo può percepire l’aerodinamica delle eliche, degli ombrelli o degli aquiloni.
Nell'opera “There were no lookouts to accept the unending dark” (in foto), Hashimoto ricopre la “superficie aperta” usando una serie di cerchietti; la sensazione è che essi possano “scandire il tempo” della nostra percezione visiva.

Essi avranno una temporalità “concentrica” (di nuovo, esattamente come la nostra pupilla gira su se stessa affinché stabilizzi un’immagine). E’ la metafora dell’ingranaggio, che però scandirebbe paradossalmente l’eternità. La maggioranza dei cerchietti è colorata da un nero quasi “galattico”, dove risaltano quelli col motivo pseudofloreale, disposti come se ripetessero la costellazione dell’orsa maggiore.
Il filosofo americano Walter J. Ong ricordava che qualunque testo scritto varrà in collegamento (sia diretto sia indiretto) con la dimensione del suono; ciò che leggiamo va convertito nell’ascolto… dell’immaginazione.
La storia insegna che agli albori della civiltà l’uomo poteva parlare senza scrivere, ma all’inverso ci è impedito di scrivere senza parlare.
Hashimoto parte dallo strutturalismo della maglia; essa è simbolicamente caricata dalla scrittura, perché le forme geometriche (i cerchietti, i rombi, i coni, i pendoli, gli esagoni ecc…) “codificheranno” la nostra immaginazione visiva su di loro. Cercandone l’aerodinamica percettiva, noi potremmo farle addirittura “risuonare”.
Chi contempla un’opera d’arte in fondo deve ventilarne un senso, facendo “parlare” la sua simbologia mediante i soli occhi!
Nei pannelli di Hashimoto, le forme geometriche s’addenseranno a mo’ di nuvole o galassie, mentre noi ne “ascolteremmo” la ricombinazione concettuale.
E se pensiamo all’installazione principale della mostra, le ottocento barchette che costituiscono la "Armada" potrebbero ondeggiare, vedendole appese dall’alto (tramite i movimenti d’aria).
Vorremmo immaginare che esse giungano a “scontrarsi”…
Così, le barchette “ricombinerebbero” la propria figura anche sotto l’aspetto della parola. Percepiremmo soprattutto la risonanza degli scontri.

photos Michele Alberto Sereni; courtesy galleria Studio la Città
Indice
CONFERENZA “ ‘L’inizio del buio’ Walter Veltroni presenta il suo libro”,
sintesi di Cecilia La Monaca
MOSTRA “ ‘Armada’ di Jacob Hashimoto”, articolo di Paolo Meneghetti
CINEMA “A dangerous method” di David Cronenberg, recensione di Ilaria Rebecchi
CINEMA “Il cinema di Gaspar Noè” articolo di Andrea Giacometti LINK
CINEMA
“Il cinema di Gaspar Noè”, articolo di Andrea Giacometti
La cinematografia della provocazione è sempre qualcosa che attira le anime più sadiche tra i cinefili e la provocazione in sé è l'arma più usata dall'arte per proferire ogni sorta di schifezza al pubblico con l’affascinante, ma debole, alibi della dissacrazione.
Ci siamo visti privare a poco a poco di quelle norme di integerrima formazione cattolica per farci, di contro, appioppare vagine, falli e sangue da codesta e quest'altra parte, senza che un significato, intrinseco o esplicitato che sia, facesse capolino dalla tela o dallo schermo per accendere la scintilla e farci riconoscere il “genio”.
Ecco, questa chiosa non vale nei confronti dell'arte di Gaspar Noé e proprio per questo decido di introdurre i lettori di VeniceCulture, passo a passo, nell'arte di un Genio con la “maiuscola”.
La sottile linea che divide quest'artista dagli zoticoni che, a lungo e (soprattutto) con violenza, hanno cercato di renderci naturale e piacevole quello che per noi (inculcatoci con metodica scaltrezza da una rigida imposizione religiosa) è male e peccato, sta proprio nel metodo: il tocco di Noé riesce a manovrare i nostri impulsi selettivi di bene e male privandoci di un giudizio morale e rendendo ogni sequenza filmica come naturale.
Ciò che intendo è che nella serie di cortometraggi e nei pochi lungometraggi (tre) che Gaspar Noé è riuscito a girare è contenuta tutta la malvagità e lo squallore di questo mondo; ma offerto allo spettatore con una tale abilità da apparire naturale, irrefrenabile e inarrestabile.
Cortometraggi come “We fuck alone” o “Carne” o le interviste contro l'aids, la trilogia “Eva” o i lungometraggi come “Irreversible” o “Enter the void” sono una sorta di elogio alla promisquità, dove essa non è sempre legata al buongusto: cavalli sgozzati, teste fracassate, relazioni morbose tra il genitore e la figlia.
Eppure ciò che va preso in considerazione in questi film è lo svolgimento: è necessaria una vera e propria esegesi che risulta infine naturale, che permette di guardare, di osservare e infine addirittura di assistere a questa sequela di violenza e brutalità con un occhio sì interno, ma rassegnato all'ineluttabile scorrere degli avvenimenti.
Chi corre alla ricerca del “messaggio”, del significato, rimarrà deluso, perché posso affermare senza indugi che ognuna di queste pellicole è assolutamente priva, oltre che di morale, di “giudizio morale”: non esiste un vincitore o uno sconfitto.
Spesso invece esiste un protagonista, maschile o femminile, e tutto il resto: la società come fazione opposta.
Quindi c’è sempre, nei film di Noé, una netta divisione delle parti in gioco, che incide nel racconto.
Ciò che accomuna queste opere è la volontà di raccontare un universo compresso nella storia di un solo personaggio, al massimo due, e Gaspar Noé, a differenza di molti altri registi, ci riesce magistralmente.
Ma è meglio non sprecare parole con un’analisi generale, perché ritengo ogni opera di questo autore un unicum da analizzare con dovizia di particolari.
Operazione, questa, che inizierò dalla prossima puntata di VeniceCulture.
LINK CINEMA “Il cinema di Gaspar Noè: ‘Carne’ ”, articolo di Andrea Giacometti