15 novembre 2011, n. 15

 

TEATRO

“ ‘L’infinito’ di Tiziano Scarpa in scena per la prima volta, al teatro Stabile Goldoni”

articolo di Vera Mantengoli



Un fantasma in carne e ossa

"L’Infinito" di Tiziano Scarpa in scena per la prima volta al teatro Stabile Goldoni di Venezia, in prima nazionale.

Era vivo il fantasma che si aggirava (in questi giorni) sul palco del Teatro Stabile Goldoni con tutta l’aria di una personalità conosciuta, nonostante rimanga all’inizio in ombra.

Nella scenografia la sagoma di un corpo di profilo si staglia infatti su una parete luminosa, posta come sfondo sul palco. All’altezza degli occhi la figura sembra fissare l’ombra di una sfera. Poco più avanti, sulla destra, appare un’altra ombra umana, sempre di profilo, nell’atto invece di tenere tra le mani un’altra sfera, ma leggermente più grande, in tutto e per tutto simile a un mappamondo.

È questa la scena iniziale dell’opera prima «L’Infinito», firmata dallo scrittore veneziano Tiziano Scarpa con la regia di Arturo Cirillo, anche interprete, e la partecipazione di Andrea Tonin e Margherita Mannino, e che abbiamo visto il 3 novembre scorso.

La storia narra la vicenda di Andrea (Andrea Tonin del gruppo teatrale Amor Vacui), un giovane ragazzo alle prese con le ultime ore di studio prima degli esami di maturità, previsti la mattina dopo. È già stato bocciato una volta, non può ripetere l’anno un’altra, ma di una poesia proprio non ci capisce nulla e non sa nemmeno da che parte prenderla: è “L’Infinito” di Giacomo Leopardi, scritta quando l’autore di Recanati aveva proprio la sua stessa età, 21 anni.

Ormai allo stremo della fatica Andrea si accascia per poi risvegliarsi e trovarsi in una stanza al buio, con una strana presenza, il poeta in carne e ossa (interpretato straordinariamente da Arturo Cirillo). Inizia così un confronto non solo tra due coetanei, ma tra due veri e propri mondi:

«Mi ci sono voluti tre anni di studi e documentazione - afferma lo scrittore Scarpa - ma volevo da sempre dare voce a Leopardi, soprattutto mi immaginavo che cosa avrebbe potuto dire della nostra epoca. In un libro sarebbe stata ridotta la sua figura, mentre il teatro è il luogo ideale in cui dargli la piena autonomia». C’è così un susseguirsi di risate e scene surreali (come quando Leopardi, chiamato Jack da Andrea, si ritrova in una toilette e resta sconvolto dalla funzione che gli esseri umani ne fanno).

Giacomo Leopardi alle prese con la moderna toilette                                                                foto Marco Secchi


Si fa sempre più chiara, quindi, l’immagine della sfera–mondo iniziale. Il mondo sembra infatti per l’adolescente contemporaneo qualcosa di lontano, tanto quanto invece è vicino alla sensibilità del poeta che lo stringe a sè, nel tentativo di conoscerlo e interpretarlo.

«Ho letto - racconta il regista e attore Arturo Cirillo - le opere di Leopardi, i libri di Pietro Giordani, Renato Minore, Francesco De Sanctis e poi un bellissimo documentario sulla Rai di Cesare Garboli. Questa prima preparazione era letteraria e nozionistica, ma per interpretarlo ho fatto tabula rasa e l’ho affrontato emotivamente e simpaticamente». Emergono degli abissi epocali ed esistenziali, a partire dai legami parentali (rapporti con i familiari e con le donne) fino a quelli strettamente collegati alla libertà (Leopardi si stupisce che Andrea possa scegliere senza consultare i genitori il suo futuro), se di libertà si può parlare. Questi temi non sono mai sbattuti in faccia allo spettatore, ma giacciono spesso dietro alle parole, fanno capolino dagli sguardi dei due e raggiungono l’apice quando Leopardi spiega ad Andrea “L’Infinito”, riempiendo l’atmosfera di magia e pathos. «Non mi sono mosso in un processo di coerenza - prosegue il regista - ma in un orizzonte favolistico. Tutto sembra un sogno ed è per questo che ho deciso di lavorare molto con le ombre, per restituire spazio agli altrove che vengono evocati di continuo nel testo».

L’ingresso del terzo personaggio, Cristina, la ragazza di Andrea, interpretata da Margherita Mannino, è la chiave per aprire un universo, quello maschile e femminile, entrando nel cuore dell’opera: il ruolo delle illusioni.

Sono proprio le illusioni che mancano nella nostra epoca e Leopardi stesso, per quanto infelice sia stata la sua vita, è scandalizzato da questo mondo senza ideali, né sogni, né tormenti.

In una parte presa in prestito dal “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggero” lo scrittore Tiziano Scarpa, giocando con i ruoli, fa dire a Leopardi che, per quanto sia stata triste la sua vita, non la cambierebbe mai con nessuno perché, nel corso della sua vita, ha maturato un giudizio e questo giudizio appartiene soltanto a lui.

Un’opera in cui è più che dolce naufragare…


I tre protagonisti in scena
                                                                                                                       foto Marco Secchi
 

Indice


TEATRO “ ‘L’infinito’ di Tiziano Scarpa in scena per la prima volta, al teatro Stabile Goldoni”

articolo di Vera Mantengoli

CINEMA “ ‘Pina’ di Wim Wenders, recensione di Ilaria Rebecchi”

CINEMA “Il cinema di Gaspar Noè: ‘Seul contre tous’ “, articolo di Andrea Giacometti LINK

MOSTRA “ ‘In principio è l’arte’, personale di Flora Hitzing”, articolo di Paolo Meneghetti

TEATRO “ ‘Festival dei matti’ presentazione del programma”, articolo di Vera Mantengoli LINK

CINEMA
“ ‘Pina‘ di Wim Wenders”, recensione di Ilaria Rebecchi


E’ un po’ documentario, un po’ opera d’arte, questo straordinario tributo all’opera della più celebre icona della danza contemporanea, firmato Wim Wenders.
“Pina” è una celebrazione di Pina Bausch, coreografa tedesca scomparsa due anni orsono, quando la pellicola era già in fase di lavorazione.

Un film nato dall’idea, venuta al regista, di omaggiare l’arte della Bausch, dopo esserne stato affascinato e dopo la lunga amicizia che legò i due per circa 20 anni.
Il talento e l’ironia dell’artista, in un mix emozionante di istinto e potenza fisica, disciplina e pathos, palesato attraverso la ricerca coreutica del suo Tanztheater, ed esplorato da Wenders in un film in cui teatro e musica si confondono ammirevolmente, al punto che anche lo spettatore meno esperto o appassionato di  danza riesce a venirne coinvolto.
Wenders esibisce le performance della Bausch quasi ad indicare nella danza l’unica via di fuga, sintetizzato dalla frase “Is it Dance? Is it Theatre? Or is it just Life?”.
Rispettoso ed omaggiante, “Pina” offre la messinscena delle opere di danza contemporanea tipiche del Bausch-pensiero, intensificandone la forza grazie ai primi piani sofferenti e sconvolgenti e alle location esterne o alla forza del 3D (il primo europeo mai realizzato) qui utilizzato per catturare ancor più l’attenzione dello spettatore, e mitigandone il pathos grazie alla scelta, azzeccata, di indorare la pillola con lo stile documentaristico, ottenuto attraverso i brevi estratti di interviste in voice-over.
Ciò che si estrapola dalla pellicola di Wenders è la potente delicatezza della nuova forma d’arte teatro-danza di Pina, il connubio artistico con il regista e con il suo corpo di ballo, dove il movimento non appare fine a sé stesso ma linguaggio folgorante di attimi di vita e frammenti di emozione, sublimati dalla scena della performance con l’acqua (forse la più celebre dell’intera opera bauschiana), in cui corpi ed anime si incrociano con l’elemento primo, più vitale e romantico della vita stessa.
Pina Bausch morì a riprese iniziate, nel 2009, dopo aver danzato fino a 15 giorni prima e dopo aver regalato l’innovazione del teatro, più fisico, nell’incontro tra musica e dramma, e firmato quattro coreografie storiche del Tanztheater, “Le Sacre du Printemps” (1975), “Café Müller” (1978), “Kontakthof” (1978; 2000; 2008) e “Vollmond” (2006).
Un Wim Wenders sempre commovente, accurato e preciso, nell’illustrare lo guardo della Bausch attraverso al propria arte, tra tecnologie non soffocanti e purezza visiva.
Emozionante, il miglior 3D di sempre.

CINEMA

“Il cinema di Gaspar Noè: ‘Seul contre tous’ “,

articolo di Andrea Giacometti


“Seul contre tous” (“Solo contro tutti”, 1998), primo lungometraggio di Gaspar Noé, è il proseguimento di “Carne”, una sua completa elaborazione a distanza di sette anni di distanza, con lo stesso protagonista. (link al termine dell’articolo, n.d.r.)

La trama: dopo essere uscito di galera e aver messo incinta la proprietaria di un bar, l'ormai ex macellaio si trasferisce con la donna nel nord della Francia, a casa della madre di lei, per rifarsi una vita, aprire una macelleria e tornare a vivere dignitosamente.

Ma la situazione non evolve nel modo prospettato, la coppia ha continui screzi e lui non sopporta più né la compagna incinta né la madre.

In più, il sogno di comprare una macelleria coi soldi ricavati dalla vendita del bar della donna diviene ogni giorno più irrealizzabile, complice la taccagneria e l'egoismo di lei.

Così l'uomo trova lavoro come guardiano notturno in un ospizio, ed è qui che vede un'anziana donna morire nella supplica “papà, non mi lasciare sola”.


“Nasciamo soli, viviamo soli, moriamo soli. Soli, sempre soli.”


E' una rivoluzione per il protagonista, che si accorge finalmente di quanto la morte non abbia nulla di straordinario, di quanto falsi siano i legami familiari e d'amicizia, di quanto si sia soli a questo mondo.

Tornato a casa, ormai obnubilato da questo nichilismo, all'accusa della compagna di essere stato con un'altra donna, la colpisce ripetutamente allo stomaco, prende una pistola e fugge.

Si dirige a Parigi, dov'è sicuro di poter ricominciare, lontano da un posto dove si è sentito per la prima volta straniero.

Ma nemmeno lì trova lavoro, la città è in piena crisi.

Dopo essersi rivolto a vari amici, decide di chiedere un posto al mattatoio equino, dove viene trattato come un criminale per via dei suoi precedenti penali.

Qui medita la sua vendetta contro la borghesia, ripromettendosi l'indomani di aspettare il direttore del mattatoio fuori del luogo di lavoro per ucciderlo. Decide di festeggiare e spendere gli ultimi franchi che gli restano per brindare, ma nel locale nasce un diverbio col figlio del gestore, e viene cacciato con un fucile puntato. Un affronto in più, un'altra ingiustizia da vendicare, ma la pistola ha solo tre pallottole e deve decidere a chi farla pagare.

Una per il gestore, una per suo figlio, una per il direttore.


“Sì, dopo aver eliminato questi imbecilli dovrei uccidermi. Un buon suicidio per il macellaio.”


Inizia a contemplare il suicidio, perché tanto nessuno sentirà la sua mancanza, ma inizia a pensare a sua figlia Cynthia.

Va dunque a prenderla nell’istituto in cui è ospitata, e la porta fino alla squallida stanzetta dove lui alloggia, la stessa dove la figlia è stata concepita.


VOUS AVES 30 SECONDS POUR ABANDONNER LA PROJECTION DE CE FILM.

DANGER


...Non è compito mio rivelare il finale del film, perché sarebbe rovinare un capolavoro di colpi di scena. Basta dire che la pazzia del macellaio raggiunge apici inimmaginabili e la maestria di Noé nel caratterizzare questo climax è totale.

A differenza da quanto potrebbe sembrare a una prima visione, questo film non è nichilista, non è crudele e non parla di crudeltà. Parla invece di amore, un amore vietato perché “troppo potente”, come dice il macellaio alla fine del film: l'amore tra un padre e una figlia, un amore anomalo e proibito, che il perbenismo delle classi governanti non ammette.

Ed è un pretesto molto intelligente, un esempio tra i tanti per poter parlare della libertà, una libertà che ci viene confessata sotto canoni non reali, una libertà fasulla e costruita.


“La gente si crede libera, ma la libertà non esiste. Non ci sono che leggi che degli sconosciuti hanno fatto per il loro bene.”


Le parole chiave di questo film, che Noè sottolinea anche utilizzando il mezzo video con delle scritte, sono MORALE e GIUSTIZIA.

Il film comincia con la descrizione di questi due termini secondo un personaggio sconosciuto, che ne indica immediatamente la differenza di significato, a seconda del proprio grado sociale.


“La morale è per la gente che ha, per i ricchi.”


La morale del poveraccio è la pistola, e la giustizia è ciò che distingue lui da un agente in divisa, perché lui ha la giustizia che può proteggerlo.

Ma allora anche il povero ha la giustizia.

Ancora una volta è la pistola la giustizia.

Il protagonista non ha soldi, quindi non ha morale.

Ma ha una pistola, che è la sua morale, una morale che usa per farsi giustizia da solo, quando la giustizia istituzionale non ha campo d'azione.

Il tema delle differenze sociali è particolarmente presente, senza che vi siano remore nell'utilizzare parole quali “borghese” o “ricco”: è la storia di un uomo solo e povero che trova la sua ricchezza solo alla fine e poco prima di impazzire e distruggerla.

Tutto il film è ritmato da “stacchi” e spostamenti di “macchina” rapidissimi, accompagnati da un colpo di pistola, di modo tale che l'angoscia nello spettatore cresca, si dilati, facendolo sobbalzare sulla poltrona.

Ci sono pochissimi dialoghi, è quasi tutto un monologo interiore, a volte confuso e poco comprensibile, ma che ritrova una sua lucidità al termine della vicenda.

Anche questo finale rimane aperto, non si sa cosa succeda dopo, si sa solo ciò che viene coronato al momento stesso del finale.

Ciò che è chiaro è la critica a un sistema limitante, che limita gli affetti, limita le libertà individuali, limita la possibilità di vivere una vita dignitosa a molti e dà il potere a pochi di vivere al di sopra delle necessità.


“Vivere è un atto egoistico, sopravvivere è una legge genetica.”


Questo sistema porta inevitabilmente a sentirsi soli e a crearsi una solitudine che ti mette contro il mondo. Finché non riesci a trovare la via di fuga.


“Scaverò un tunnel in questo oceano di merda che mi circonda. Questo è il mio obiettivo.

Arrivare fino alla fine.”


LINK CINEMA “Il cinema di Gaspar Noè: ‘Carne’ ”, articolo di Andrea Giacometti

MOSTRA

“ ‘In principio è l’arte’ di Flora Hitzing”

articolo di Paolo Meneghetti


Grembi e calchi d’essere

La “Galleria Traghetto” di Venezia ha ospitato dal 16 Settembre al 29 Ottobre la mostra personale “In principio è l’arte”, con le sculture di Flora Hitzing, nata a Kiel (Germania) nel 1978. Allieva di Tony Cragg, può vantare la vincita di numerosi premi nonostante la giovane età.

Flora Hitzing modella in prevalenza il gesso.

Le sue sculture rinviano all’origineancestrale” di alcune forme organiche, fra cui emergerebbe quella dell’uovo.

Guardate da vicino, le intendiamo a mo’ di macro-rappresentazioni plastiche. Il pezzo unico  della scultura, dalla forma tendenzialmente ovale, sostituirebbe il “grembo”… della vitalità.

La superficie di gesso sembra “aggrovigliarsi” in se stessa, gli “ammassamenti” fra i suoi interstizi  ne favorirebbero una percezione vitalistica, così avrebbe una superficie virtualmente fatta di organi.

Fra i tanti interstizi, percepiremmo una “calca” di teste, spalle, braccia, piedi.

Allora la macro-rappresentazione plastica, del “grembo” che porta la vita ad evolvere (fase dopo fase), varrà nella dialettica d’una micro-rappresentazione simbolica, dove i singoli organi non potranno evitare di deteriorarsi, alla lunga, verso la… “carcassa” della morte.

E’ verosimile pensare che la scultura di Flora Hitzing respinga il nichilismo. Comunque, qui il vitalismo ci sembra da percepire entro un’evoluzione quantomeno dialettica dei propri elementi (le braccia, le teste, i piedi, le spalle ecc…).

Inevitabilmente, la fenomenologia dell’attorcigliamento si dà in via più negativamente… “soffocante”. Sempre in chiave dialettica, però, va ricordato che nella storia dell’arte esistono “momenti” dove il calco ha una funzione positiva: ad esempio, quando “riporta in vita” un corpo deceduto (come dalle rovine di Pompei ed Ercolano).

                                                                                                                                ”Leibesinsel” (2011)


Il filosofo Deleuze rivisitò il tradizionale vitalismo. Secondo questo, l’Essere Universale resta intrinsecamente… “animato”, in modo tale che tutte le singole “cose” del mondo (nella materia come nell’astrazione) paiano altrettanto “organiche”. Lo pensiamo perché la vita si pone in chiave essenzialmente dinamica.

In realtà, qualsiasi organismo si trova a “sorgere” per poi andare necessariamente a perire. Così, capiamo che ogni vita ha un “senso” subito (unicamente) processuale.

Noi potremmo percepirla soltanto nel “corso”… di se stessa, dunque fra i due “momenti” basilari che la fondano: la nascita iniziale e la morte conclusiva.

Sempre per Deleuze anche l’Essere può farsi intendere “in modo organico”. Addirittura, esso costituisce una sorta d’eccezionale Uovo Assoluto! Basta che l’Essere “si definisca” di tipo essenzialmente dinamico.

Deleuze riesce a percepirlo in chiave vitalistica se quello dapprincipio gli appare in via del tutto processuale. In specie, gli enti (astratti o materiali) diventano tali solo perché “si differenziano”… gli uni con gli altri.

Nella scultura di Flora Hitzing, si vede un “modellamento” tendenzialmente ovale.

Inoltre, il rinvio simbolico al “grembo” che cresce rientra in qualche modo nella dialettica della vita consumante se stessa, verso la morte.

La percezione estetica della calca potrebbe avvicinarsi a quella dello scioglimento, già cara allo scultore Giacometti.

Flora Hitzing esibisce proprio il vitalismo che è tale mentre… “differenzia” se stesso, portandosi a… “maturare” nel nichilismo dialettico (tutt’altro che solo passivo).

                                                                                                     

                                                                                                                              “Untitled” (2011)

                                                                                                                   (photos courtesy to Galleria Traghetto)

                                                                                                      
                                                                   

                                                            

 

TEATRO

“ ‘Festival dei matti’ presentazione del programma”,

articolo di Vera Mantengoli


«Da vicino nessuno è normale», sosteneva lo psichiatra veneziano Franco Basaglia (1924 -1980), passato alla storia per l’introduzione della legge n.180 del 1978 che impose la chiusura dei manicomi e la regolamentazione del trattamento sanitario.

Laureato in medicina a Padova Basaglia si allontanò molto presto dai metodi accademici, per avvicinarsi a un approccio esistenzialista, incarnato, per esempio, da quello che lui ritenne sempre un maestro, il filosofo e scrittore Jean Paul Sartre.

Una vita dedicata a dimostrare come la malattia mentale, al di là del muro istituzionale, assuma l’aspetto di qualcosa che ha a che fare con la diversità, più che con l’anormalità.

Era questo il messaggio che nel lontano 1978 gli utenti dell’Ospedale San Giovanni di Trieste, diretto allora da Basaglia, esprimevano alla gente.

Una volta spalancate le porte dei cancelli del manicomio, finalmente liberi, i “matti” giravano per le strade della città, portando con sé il famoso cavallo azzurro di cartapesta, detto Marco Cavallo.

È proprio lui il protagonista tanto atteso della terza edizione del "Festival dei Matti", intitolato «Stare Fuori», in programma dal 16 al 19 novembre, con incontri gratuiti e spettacoli teatrali, firmati da Giuliano Scabia e Alessandro Bergonzoni.

In quegli anni i matti del manicomio si erano affezionati a un cavallo in carne e ossa, utilizzato per portare la biancheria fuori e dentro l’edificio; alla notizia del possibile abbattimento in macello gli utenti dell’ospedale si opposero e chiesero che venisse risparmiato.

Dall’episodio ne uscì la costruzione di un suo alter ego, Marco Cavallo, ancora oggi il simbolo della lotta contro un certo degrado sanitario, come quello ancora presente in molti Opg (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), di cui se ne discuterà sabato 19 alle 18.30 con Stefano Cecconi e Franco Rotelli.

Il Festival inaugura il 16 novembre alle 20.45 alla Basilica dei Frari con il concerto dell’organista e scrittore Claudio Cojaniz, ma il vero ingresso nel mondo della follia sarà il 17 alle 18 con l’intervista da parte di Anna Poma, presidente della cooperativa Con-tatto nonché fondatrice del Festival e al filosofo e psicanalista Umberto Galimberti, dal titolo "Il Conflitto delle Passioni".

Alle 21 si prosegue con «Urge», spettacolo del pluripremiato Alessandro Bergonzoni sulla differenza tra sogni e bisogni, recitato con una comicità mai scontata.

Venerdì arriverà finalmente Marco Cavallo, quello originale, bizzarro mediatore nel «Dialogo notturno intorno al diventare cavalli» tra Giuliano Scabia e Peppe Dell’Acqua, psichiatra e direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste.

Torna ancora Marco Cavallo sabato mattina, questa volta a intrattenere bambini e ragazzi, invitati per l’occasione a partecipare ai laboratori realizzati per la cittadinanza, a cura della Fondazione Franca e Franco Basaglia. In questa occasione, dalle 11 in poi, verrà presentato un progetto svoltosi nelle scuole primarie e secondarie e conclusosi con il libro "Ma 6 matto?".

«I bambini si sentono a loro agio - racconta la figlia Alberta Basaglia - perché sono abituati a essere considerati sempre diversi, quindi capiscono subito di cosa si sta parlando. Non si deve proteggere l’infanzia dai fatti storici e parlarne è un modo per parlare della paura e di come accettarla.

Alla fine ne è uscito un cortometraggio molto significativo, "Il comodino", che verrà proiettato».

Era infatti in un comodino che si dovevano lasciare i propri effetti personali quando si entrava in manicomio.

I bambini se ne sono così costruiti uno proprio dove hanno posto le cose più care, dall’orsetto alla foto del nonno di una bambina albanese.


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