15 maggio 2011, n. 3

 

"Lo potevo fare anch'io" (Mondadori, 2007) di Francesco Bonami, recensione di Roberto De Rosa


L'unica cosa che non ci convince appieno, nel brillante libro di Francesco Bonami, è il binomio titolo-immagine di copertina, dove un ragazzino fissa perplesso un'opera d'arte consistente in un enorme girasole sintetico perfettamente riprodotto.

Scrivo questo perché sfido chiunque a realizzare una simile modello floreale, anche se, come ci spiega l'autore, nell'arte contemporanea non è nemmeno più richiesta la capacità, da parte dell'artista, di realizzare ciò che ha concepito; ciò che conta è l'idea.

Diciamo che avrebbe avuto più senso esporre il celebre orinatoio di Marcel Duchamp (dal titolo Fontana) che, come spiega Bonami all'interno, l'artista si limitò ad acquistare in un negozio di sanitari. (cfr. CONFERENZA “Arte e neuroscienze”, sintesi di Roberto De Rosa

LINK  15 giugno 2011, n. 5 )

Sottigliezze a parte, Bonami si propone di spiegare, dimostrare sarebbe di fatto impossibile, "perché l'arte contemporanea è davvero arte".

In altre parole, far capire perché alcune opere di semplicità, stranezza ed incomprensibilità sconcertanti siano considerati "capolavori".

In linea con la tendenza, ma ormai possiamo parlare di moda letteraria, divulgativa degli ultimi anni, Bonami scrive con stile semplice ed accattivante, non rinunciando ad un tono scanzonato ed ironico.

Nella stesura del libro, diviso in brevi capitoli (3/5 pagine ciascuno), si individuano tre parti: un'introduzione (secondo chi qui scrive, basilare); una selezione di artisti con brevi cenni biografici e loro opere, quindi una "conclusione" un po' spiazzante, in cui l'autore ammette la possibilità che la propria prospettiva critica possa nel tempo rivelarsi fallace…

Una bella e sincera dimostrazione di umiltà, da parte di un critico ritenuto tra i più autorevoli al mondo!

Ma torniamo all'introduzione; la si è definita basilare perché essa è davvero la base su cui si può seguire il discorso articolato da Bonami.

In mancanza di questo accordo tra autore e lettore, tutti i discorsi successivi apparirebbero aleatori, fumosi, ardite speculazioni e nulla più.

Questa base introduttiva è costituita da pochi, semplici, chiari concetti.

Vediamo quali sono.

Uno è che "(…) oggi nell'ambito dell'arte contemporanea (…) non è più così essenziale saper fare qualcosa. Esistono persone che di mestiere realizzano in modo egregio quello che gli altri pensano ma non sanno fare. L'importante è pensare, in ogni caso e possibilmente prima degli altri, la cosa giusta, al momento giusto." (pag. 13, corsivo nostro)

L'affermazione di Bonami sposta l'accento sul reale valore dell'opera, che sarebbe il contenuto, il senso, il messaggio… sono tutti termini specifici che ruotano attorno alla parola pensiero.

Poco dopo ecco un'altra illuminante affermazione: "Il problema di questa arte è che si basa sull'idea, non sulla tecnica. Se nell'antichità la tecnica era fondamentale per sviluppare un'idea, oggi non lo è più. Se nelle botteghe dei grandi pittori gli allievi potevano seguire o ispirarsi allo stile del maestro, nell'arte contemporanea questo non è più possibile." (pag. 16)

Qui bisogna capire che la parola "stile" ha un significato specifico che si traduce in espressione formale, perciò percettivamente e sensorialmente riconoscibile. Nel passato era sufficiente assimilare una modalità, una tecnica, delle competenze pratiche in una precisa codifica, per vedere assegnato il valore.

La qualità era insomma prettamente legata alla "forma" e all'esecuzione; adesso questa impostazione non vale più.

L'equivoco nascerebbe dal fatto che " (…) la pittura è stata perlopiù confusa con la competenza tecnica e con il gusto per il bello (…) Non basta dipingere una mela che riproduca realisticamente quella dell'albero o del fruttivendolo, occorre saper fare quel che di invisibile vi sta dentro (…)" (p. 22)

Ovviamente ciò che vale per la pittura si può estendere anche alle altre arti.

E infatti più avanti Bonami affermerà: "L'arte non è fatta di idee al servizio di uno stile, una tecnica, una bravura, ma è stile, tecnica e bravura al servizio delle idee." (p. 128)

Senza queste premesse, e la loro assimilazione, diventa arduo accettare lo svolgimento del libro; e tutte le successive descrizioni di intenti e rispettive opere descritti, suonano appunto aleatorie, fumose, ardite speculazioni.

Ma solo così possiamo capire, non dico apprezzare, ad esempio l'opera Rabbit di Jeff Koons, descritta da Bonami (a proposito: almeno un paio di immagini in ogni capitolo sarebbero state apprezzate). 

Nel guardare questo grande coniglio d'acciaio adesso dobbiamo ripeterci che alla base di questo c'è un'idea, un pensiero, un contenuto… come l'opera ci appare, di fatto non conta, ma è solo il modo di dare forma a quel pensiero.

Che poi ci piaccia, è un altro discorso.

Chiusa l'introduzione, dopo una lunga sequela di artisti ritenuti capaci, Bonami non si tira indietro nello stroncare alcuni grossi nomi, perlopiù italiani.

Per chi abita a Venezia, sarà vivo il ricordo dell'opera (l'enorme struttura verticale) che anni fa segnalava l'ingresso ai giardini della Biennale, di Fabrizio Plessi; uno che "Non è nato con la vocazione, non ci vuole molto a riconoscerlo (…) (p. 124)" e che è arrivato alla fama "(…) grazie a un sistema incrociato di equivoci (…) (ibidem)".

Questo sistema non meritocratico avrebbe aiutato nella carriera, a detta di Bonami, anche altri grandi nomi: Guttuso e Manzù, sostenuti dal vecchio PCI.

Come accennato all'inizio, l'autore ammette al termine del libro che ciò che ha scritto è " (…) una collezione di possibili errori, di giudizi personali e magari a volte di semplici descrizioni della realtà. Solo però con il tempo errori, giudizi e realtà troveranno la loro giusta collocazione. In quel momento chi di voi mi avrà dato dell'idiota si ricrederà, altri che pensavano avessi detto cose intelligenti saranno delusi e molti, magari anche il sottoscritto, rimarranno della propria opinione." (pag. 159) 

Bonami scende dal piedistallo dell'intellettuale si mette al livello del pubblico e denuncia, è il caso di dire, uno "stato dell'arte"…

Detto questo vorremmo poter dire che alla fine del libro molto ci è chiaro e ci sentiamo più competenti.

In realtà tale è il turbine e la varietà di idee, teorie, approcci, novità e metodi descritti ed esplicati dall'autore, che ci si sente frastornati.

Perché Bonami è si amichevole, chiaro e sintetico, ma ogni singolo capitolo è denso, fitto, pieno di riflessioni e rimandi.

E, in ultima analisi, è la natura della materia trattata che è disarmante…

"Lo potevo fare anch'io" è un libro apprezzabile su molti livelli.

Per lo spirito che lo anima, per l'atteggiamento dell'autore e per le prospettive che apre al lettore.

Non si creda però che dispieghi una comprensione totale, ultima, definitiva sull'Arte contemporanea.

Ma piuttosto sprazzi, lampi, punti di comprensione.

E di certo può essere un buon punto di partenza.





CONVEGNO

“Mestre una città incompiuta”, sintesi di Roberto De Rosa


Giovedì 12 maggio nel Centro culturale Candiani di Mestre, si è tenuto un convegno, organizzato dal Comitato Interclub Service (che accorpa dieci club service mestrini), dal titolo "Mestre una città incompiuta".

Chi scrive era presente, e qui farà una sintesi dei contenuti espressi dai relatori, oltre che un commento finale all'evento.


Con un certo ritardo, dalle previste 17.15 di fatto si è iniziato alle 18 circa, in una sala gremita in cui un proiettore passava ad oltranza immagini della Mestre primi '900 e di quella attuale, giocando sui contrasti e le trasformazioni urbane, il convegno si è aperto presentando, da parte dell'ente organizzatore, una schiera di ospiti quali Tiziano Graziottin di Il gazzettino in qualità di moderatore, l'architetto Marco Calzavara del Comitato Interclub; per il Comune di Venezia Sandro Simionato (Vicesindaco), gli assessori comunali Ezio Micelli (all’Urbanistica), Alessandro Maggioni (ai Lavori pubblici) e Ugo Bergamo (alla Mobilità); il Sindaco Giorgio Orsoni, come promesso, è arrivato verso il termine.

Introduce la trattazione l'architetto Calzavara, che ha ricordato come Mestre fosse definita negli anni settanta "la città più brutta del mondo", grazie ad un caotico ed approssimativo sviluppo urbano esploso nei sessanta. Secondo lui uno dei problemi nodali è quello del ripopolamento, sottolineando come sullo schermo alle sue spalle si noti nelle foto della Mestre attuale una città di spazi desolatamente poco popolati, fatto salvo la centralissima piazza Ferretto.

Introduce poi la questione tram, che tornerà di frequente nel corso della serata, affermando che è chiaro che è stato ed è un disagio, e così com'è il progetto necessita di una compiutezza che ancora non ha.

Il Vicesindaco Simionato prende la parola denunciando una distanza tra cittadino e Pubblica Amministrazione, distanza da colmare; ammettendo però che può succedere che alcune scelte delle Istituzioni possono essere fatte in assoluta buona fede ma di fatto scontentare gli stessi cittadini; su questa dichiarazione, un po' …demagogica?… crediamo che chiunque in sala abbia trovato condivisione.

Sul tram commenta che i disagi sono evidenti, ma che i benefici in termini di inquinamento e rapidità di spostamento rendono il bilancio totale positivo.

Poi interessante l'argomento con cui conclude: data la difficile situazione economica, il Comune ha puntato a garantire l'ordinaria manutenzione, privilegiando la valorizzazione di pochi ma significativi "simboli" della città (piazza Barche, via Poerio ed i loro progetti di rifacimento, poi lo stesso tram).

Ugo Bergamo (Mobilità) esordisce coniando un nuovo titolo per il convegno. da "Mestre città incompiuta" a " (…) città in compimento".

E giustifica la modifica affermando che l'obiettivo è far divenire la città "moderna" e anche  "europea".

Ritorna anche lui sul tram, sottolineandone i vantaggi ma anche i disagi; precisando che per quest'ultimi tutto deriva dall'incompletezza attuale dei percorsi, che mirano a collegare Mestre con Venezia e Marghera, nonché il nuovo ospedale.

Interessante però che Bergamo si pronunci sui tempi previsti: il tram giungerà a Venezia  entro due anni; ed in tre anni a Marghera.

Per lui esistono anche altri punti nodali per lo sviluppo della città: viale Ancona, il Parco tecnologico Vega ed il connesso "waterfront" sulla laguna.

Riguardo al piano del traffico: questo mira ad alleggerire il centro città dal "traffico di attraversamento" deviandolo sulle tangenziali esterne; inoltre migliorando il sistema dei "parcheggi scambiatori" (anche in relazione al tram) in modo da incoraggiare la gente ad arrivare in centro coi mezzi pubblici.

Chiude con una dichiarazione emblematica: la necessità di creare unità di intenti tra Comune, Provincia, Regione, pena il rallentamento e/o l'inattuazione di ciò che è progettato a livello comunale.

Micelli (Urbanistica) apre commentando una dichiarazione di Graziottin che diceva che i cantieri fermi ed aperti sono la misura, per il cittadino, dell'incapacità della "macchina comunale" a far fronte agli impegni presi. Per Micelli nell'attuale scenario economico è impensabile che alcune opere siano fatte senza una commistione tra pubblico e privato; solo così si sbloccherà la situazione. Ingrandendo, letteralmente, la prospettiva del discorso l'assessore poi estende il quadro di intervento parlando di "città metropolitana", cioè una realtà in cui Mestre sia connessa sì con Venezia, ma anche con Treviso e Padova; in quest'ottica ha senso parlare del "quadrante di Tessera".

Questo però non significa perdere le differenze peculiari del territorio, poiché è chiaro che Venezia è diversa dalla terraferma e la stessa al suo interno è variegata, caratterizzata.

Per quanto riguarda Mestre, Micelli si collega al discorso del "compimento" evocato da Bergamo; un compimento ha senso se si sa quali sono gli obiettivi (specifici) di tale intento (generico). Poi elenca un' interessante triade: "cultura-intrattenimento-commercio", concetto che meritava sintetica esplicazione (anche se intuibile nelle sue peculiarità). 

Interessante e coraggioso poi il conio di un'altra definizione: il "chilometro della cultura", un'asse che parte dal Centro culturale Candiani, comprende il Teatro Toniolo, il futuro museo del Novecento M9, per chiudersi a Villa Erizzo (futura Biblioteca Civica).

L'idea di fondo è dilatare il cuore della città; in tal senso vanno i progetti riguardanti piazza Barche, piazzale Cialdini.

Conclude il giro di interventi Maggioni (Lavori pubblici), collegandosi a Simionato e ribadendo il valore delle piccole opere che non fanno scena come le "grandi" ma che comunque impediscono il degrado e mantengono la qualità ("dove questa c'è", ci sentiamo di osservare tra noi).

Anche per lui si tratta di creare una connessione tra luoghi simbolo del centro città, come piazza Barche, via Poerio, via Verdi e riviera XX Settembre (che lui considera degradata, attirandosi così a fine interventi il rimbrotto di un lì residente, in disaccordo).

Riguardo ai lavori del museo M9: sono appena iniziati e la consegna è prevista nel 2014.

Prima di passare alle dichiarazioni del primo cittadino, arrivato sul finale come annunciato all'inizio, citiamo ulteriori punti esposti su spunti di Graziottin, da Bergamo e Micelli. 

Il primo, riguardo alla scarsità di parcheggi, annuncia la creazione di ulteriori posti auto nel numero di duemila; il secondo, riguardo alla stazione FS, denuncia uno stato di degrado che non è solo architettonico, ma sociale, auspicandosi un intervento del Comune nella sua risoluzione.

Dal punto di vista urbanistico, oltre agli interventi sul corpo della stazione FS, è prevista una "dorsale" che va dalla zona del Piraghetto a via Torino (in cosa essa consista, non c'è stato approfondimento).

Il Sindaco Orsoni ha fatto un intervento in cui ha espresso una sua personale visione dei rapporti possibili tra Mestre e Venezia: Venezia deve sfruttare la vocazione metropolitana di Mestre; questa invece la vocazione attrattiva dell'altra.

Poi ha citato situazioni che secondo lui sono prioritarie, manifestando una certa presa di posizioni.

Vediamole:

Il museo M9, ad esempio: lui stesso ammette che ha chiesto più volte "cosa ci sarà dentro?…" ma non ha ancora ricevuto risposta…

Riguardo alla dislocazione delle forze di Polizia municipale, com'è attualmente, secondo lui non funziona; occorre diffonderle sul territorio, evitando l'attuale sterile centralizzazione.

Il recupero di Forte Marghera; alla luce dei discorsi fatti, quel luogo assume valenza fondamentale, data l'ubicazione a metà tra Mestre e Venezia.

Ripetendo i punti suddetti anche lui ribadisce l'importanza del centro città, con una sua singolare, che lui specifica "personale", proposta di abbattimento dell'edificio comunale che da via Poerio, a suo parere, blocca la visuale sulla piazza Ferretto.

Conclude poi sottolineando il valore aggiunto che l'università, con le sedi in via Torino, ha portato a Mestre.

Il convegno si è chiuso con l'occasione dei cittadini presenti in sala di esporre alcune osservazioni, quali:

l'ambigua funzione del museo M9"; la scarsa risonanza, nel convegno, data all'università di via Torino; le rive d'acqua non valorizzate; il problema dell'insediamento Rom vicino alla rampa cavalcavia, con i disagi che essi provocano; il possibile miglioramento delle piste ciclabili; la situazione dell'ordine pubblico: non è ancora allarme, ma ancora per quanto?


Per quanto ci riguarda, l'intento del convegno organizzato dal Comitato Interclub Service è apprezzabile; la cosiddetta "urbanistica partecipata" funziona anche così, in incontri dove le forze in gioco, cittadini ed istituzioni, si confrontano ed esprimono le loro rispettive visioni, cercando di ottimizzare il risultato che in ultima analisi riguarda tutti.

Ovviamente per gli stessi relatori non è possibile approfondire gli argomenti portati e nemmeno rispondere direttamente, se non genericamente, alle istanze sollevate al momento dalla platea, ma il sapere dove si sta andando, il perché ed il come, rappresentano validi punti di partenza per chi voglia farsi una coscienza critica.

Spiace non aver visto volti giovani nella pur gremita sala, certamente riempita in buona parte dai soci dei club organizzatori; quelli che di solito scendono in piazza per pur nobilissime cause di alto valore, potrebbero rendere concreta la loro partecipazione ai temi sociali e politici anche interessandosi alle questioni locali, quali sono le decisioni e gli interventi nei loro comuni di appartenenza.

















 

CINEMA

“Senza arte né parte” di Giovanni Albanese,

recensione di Andrea Giacometti


Usare il linguaggio comico per affrontare tematiche serie è in generale tecnica particolarmente difficile. Se poi si cerca di infarcire una trama inserendo più d’uno di questi argomenti il rischio è di realizzare un film mediocre. E’ il caso di Senza arte né parte, secondo film alla regia di Giovanni Albanese, già impegnato nel cinema come attore, costumista e sceneggiatore.

La vicenda racconta di un gruppo di operai salentini, Enzo (Vincenzo Salemme), Carmine (Giuseppe Battiston) e Bandula (Hassani Shapi), che si trovano senza lavoro a causa della chiusura del premiato pastificio Tammaro, dove lavoravano come addetti allo stoccaggio delle merci. Il loro ex capo, persona cinica e senza cuore, ha infatti aperto un nuovo pastificio dove le macchine hanno preso il loro posto. Mosso a compassione da Aurora (Donatella Finocchiaro), moglie di Enzo che lavora nel nuovo pastificio, Alfonso Tammaro riesce a sfruttarli ancora una volta, assumendoli come guardiani nel vecchio pastificio, nel quale ha installato una serie di opere d’arte. Un’opera viene rotta dal grosso Carmine e, per rimediare, il trio cerca di riprodurla. Da qui nascerà l’idea di falsificare le opere, aiutati dal fratello di Carmine, Marcellino (Giulio Beranek), e di mettersi sul mercato nero vendo le opere vere, sostituendole con quelle false. L’avventura nel mondo dell’arte non si concluderà né bene né male, esattamente come il film.

Le potenzialità di un soggetto del genere erano estremamente elevate, ma sembra che il regista (che è anche lo sceneggiatore) abbia preferito girare un film per famiglie invece che una critica seria al mondo dell’arte, qui disegnato come un giro di truffatori e ricche oche che comprano ogni ridicola sciocchezza venga loro proposta. La comicità si ferma al linguaggio, spesso ricorrendo alle costanti del dialetto napoletano (tra tutte, l’immancabile “ma vafanculo” che tanto fa ridere la sala): non c’è una costruzione comica basata su battute o su situazioni esilaranti e, anche quando ci sarebbe stata la possibilità di svilupparne, il regista ha preferito risolvere con l’intervento di personaggi interni senza ampliare troppo il cast.

Ma il tema secondario è anche quello assolutamente delicato e di nuovo preso un po’ troppo alla leggera: la disoccupazione, infatti, non viene vissuta in modo così terribile dai protagonisti e, tolta la primissima parte del film, ciclicamente l’argomento viene solo toccato, mai approfondito (per esempio, alla fine del film, quando tutto si risolve per il meglio, nessuno si preoccupa troppo di come potrà guadagnarsi da vivere, s’è preferita la retorica spiccia degli amici che regalano a Bandula il viaggio di ritorno in India, per il matrimonio della figlia).

Non è un film senza pregi, a partire dal soggetto che in effetti ha dell’originalità, ma a livello registico non c’è nessun elemento “artistico” che bene avrebbe sposato la trama, mentre invece un buon lavoro fanno gli attori, per quanto i ruoli siano spesso stereotipati. Alla fin fine, film comico non è: personalmente non ho trovato alcun momento particolarmente divertente e, a parte qualche risata, anche in sala il brio non era alle stelle. E’ un film decisamente godibile grazie ad una trama ben costruita, un intreccio non particolarmente impegnativo, dei dialoghi il più delle volte ben strutturati e degli attori che sanno fare il loro mestiere. D’altro canto, per chi volesse andare a vedere un film dove ogni argomento è ben approfondito e nel quale le critiche, quando mosse, sono compatte, univoche e dirette ad un immaginario perlomeno credibile, il consiglio è di scegliere un altro film, perché in questo non troverà né l’una né l’altra cosa.


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