15 giugno 2011, n. 5
15 giugno 2011, n. 5
MOSTRA
“at home” di Ivana Bukovac, di Saverio Simi de Burgis
Memoria, identità, natura perturbante sono i temi ricorrenti della recente produzione di Ivana Bukovac, rilevati dalla stessa artista quali oggetto della sua attuale esposizione. Si tratta di motivi interdipendenti tra loro: la ricerca dell’identità per un’artista come lei che da anni vive fuori dalla sua patria, è scontato che debba trovare riscontro in una memoria allo stesso tempo individuale e collettiva che la conducano a mettere più obiettivamente a fuoco situazioni e vicende di un recente o più lontano passato, valide per affrontare il presente e il futuro. La natura perturbante è sicuramente determinata dal ricordo rivolto a un passato duro e spesso drammatico dove le popolazioni che hanno vissuto tali esperienze si sono contrapposte spesso in termini accaniti e violenti, dove i sopravvissuti in una geopolitica in apparente continua mutazione che si è venuta a configurare in tutta l’area balcanica, ancora ne evidenziano le tracce e le ferite. Effettivamente la magnifica area che si propende sull’altra costa adriatica dirimpetto a quella italiana, inoltrandosi dalla Grecia e dall’Albania fino a quello che era l’ex Impero Austro-Ungarico verso la Romania e la Bulgaria, storicamente ha rappresentato un crogiolo di culture di scambio fondamentale per l’Europa che possono ancora oggi riassumersi nel propagarsi delle tre grandi religioni più diffuse nella zona, da quella cristiana, a quella greco-ortodossa, a quella islamica. Il che ovviamente implicherebbe considerazioni più approfondite sulle origini di tali culture destinate a un continuo e proficuo scambio oggi ancora molto in voga e sentitamente attuale, tra Oriente e Occidente. A tale proposito risulta calzante la massima incisa nella parte centrale del pavimento dell’emblematica chiesa veneziana di Santa Maria della Salute, "unde origo inde salus", (dove c’è l’origine, lì c’è la salvezza) che assume una valenza antropologica di carattere lenitivo. La citazione latina torna utile per focalizzare l’esatta cifra dell’attuale proposta di Ivana Bukovac volta a recuperare con una raffinata e colta pittura, nonché grazie all’ideazione delle sue installazioni pensate appositamente per SpaziOfficina, il senso di un’infanzia vissuta accanto a guerriere e solide figure femminili, inedite modelle

Courtesy to Bukovac e Simi de Burgis
vestite ora con abiti della milizia partigiana, ora rappresentate nelle più consuete ed eleganti vesti folkloristiche della tradizione serba, ricche di ricami e trine. Aspetti particolari e pregevoli di cui tale tradizione, assieme alla raffinata manifattura dei tappeti pure citati nei suoi dipinti, è stata esemplarmente produttrice.
La sapiente pittura di Ivana Bukovac incornicia l’immagine tra gli arcaici simboli che l’autrice dimostra di conoscere bene e in questo contesto di voler citare. Nel suo caso, inoltre, l’utilizzo di una proposta frontale dei ritratti che tanto ricordano in una resa formale contemporanea, le antiche icone della tradizione bizantina, così care, ad esempio, seppure in una proposta cromatica diversa, al Malevic distante dai furori avanguardisti e precisamente prima, ma anche dopo, rispetto alla realizzazione del “Quadrato nero su fondo bianco” dove tendeva ad annullare ogni rappresentazione pittorica alla quale, di fatto, non riuscì mai a rinunciare.
I colori utilizzati dalla Bukovac sono colori caldi, accattivanti, stesi sopra linee di un disegno che la nostra autrice denota di padroneggiare bene e che nella resa pittorica che vi si sovrappone in termini calibrati non riusciamo più a scorgere, se non dopo un’attenta lettura. Interessanti i passaggi tonali mediati attraverso una scrupolosa assimilazione della pittura veneta, quasi approfondita, nel suo caso, tramite il rimando al determinante influsso nordico fiammingo, vedi lo spiccato interesse per il “particolare”. E in effetti se si confronta la definizione di certi dettagli come quelli rappresentati dai ricami e dai merletti così minuziosamente delineati, ci si può più facilmente rendere partecipi di tali associazioni che rendono la sua pittura ancora più precisa e raffinata. Ivana Bukovac non si limita tuttavia a ridurre la sua ricerca unicamente in chiave pittorica e, a dimostrazione che i contenuti, le idee portanti del suo messaggio sono più rilevanti dei media e delle forme adottate per esprimerle, accompagna la rassegna con una serie di originali disegni che rappresentano la scrittura più immediata del suo pensiero, e con installazioni in cui ricorre all’industriale vetroresina trattata preziosamente quasi a fare il verso all’antica tecnica muranese del vetro soffiato per la realizzazione dei prototipi delle tipiche pantofole che usava da piccolina nella sua terra natale tramite le quali sembra voler ancora rimarcare il forte legame tra passato e presente e nello spostamento a Venezia, tra culture per lei così essenziali e complementari. L’artista corona questa sua prima personale con delle opere realizzate in un ordito all’uncinetto dove assembla insieme ciocche di capelli di persone diverse, assegnando a questo suo intervento una concezione rituale quasi magico – cultuale, volendo così sottolineare nel loro possesso una forte identità di appartenenza e di ricordi che si intrecciano riconducendoci alla fine all’essenza di un’unica e fondamentale memoria. Con tale proposta l’autrice chiude il cerchio dell’attuale rassegna ricollegandosi ancora, comunque, al valore già enunciato e implicito nei suoi dipinti, intrisi di un’analoga, aperta e coinvolgente dimensione poetica.
Indice
MOSTRA “Radiografare la lentezza”, di Paolo Meneghetti
CINEMA “Il ragazzo con la bicicletta” di Jean-Pierre e Luc Dardenne,
recensione di Andrea Giacometti
CONFERENZA “Arte e neuroscienze”, sintesi di Roberto De Rosa LINK
MOSTRA “at home” di Ivana Bukovac, di Saverio Simi de Burgis
MOSTRA
“Radiografare la lentezza”, di Paolo Meneghetti
Presso il < Museo civico > di Bassano del Grappa (VI), all’artista internazionale Renato Meneghetti (nato nel 1947) è dedicata la mostra personale < Aldilà dell’occhio >, con una ricca antologia di lavori del periodo 2000/2011. A partire dal 1979, lui stampa su tela una serie di radiografie (da oggetti disparati), poi ridipinte in via concettuale. Nella mostra in questione, Renato Meneghetti è intervenuto parimenti coi quadri moderni (di Leonardo, Caravaggio, Durer ecc…) o più contemporanei (di Van Gogh, Picasso, Dalì ecc…). Sull’estetica della radiografia, consideriamo la filosofia di Goodman. Lui critica la visione tipicamente classica per cui nell’arte la < rappresentazione > si spiega tramite la < somiglianza >. Goodman distingue i due concetti. Se una certa cosa < assomiglia > ad un’altra, pure questa < assomiglierà > alla prima. Allora nasce un problema concettuale. Se una certa cosa ne < rappresenta > un’altra, quest’ultima non < rappresenterà > la prima, siccome noi le percepiamo in modo “gerarchico”. Un oggetto diventa artistico perché espleta < una funzione di tipo simbolico >. Questa dipenderà dai “pregiudizi socioculturali” entro un certo periodo storico, il quale ovviamente può mutare. L’arte si dà essenzialmente per il suo simbolismo “linguistico”. Conta il significato, ma in chiave metaforica! Goodman scrive che, nel caso del fenomeno estetico, la < rappresentazione > è semplicemente < la denotazione d’un dato linguaggio simbolico >. Quest’ultimo cambia secondo i periodi storici. Soprattutto, così inteso il simbolismo si pone < in via “gerarchica” >, rispetto alla dimensione materiale (nei colori, nelle tele, nei marmi, nelle linee ecc…). Presa nel mutare del periodo storico, la < rappresentazione artistica > non potrà mai < essere fedele (somigliante) all’oggetto che essa ci fa vedere >. Goodman cita il caso dove il pittore ritrae un unicorno. Una figura immaginaria, che certo non può < rappresentarsi oggettivamente >. Più in generale, un fenomeno estetico mancherà di < imitare (copiare) la natura >, perché esso deriverebbe da < un’abitudine pregiudiziale ad esprimersi per simboli >. Goodman cita il caso dei quadri dove si vede Don Chisciotte. E’ la rappresentazione d’un uomo < irreale > (storicamente mai esistito!), che però, di ripetizione in ripetizione, diventerebbe così < abituale > da < simboleggiare > bene ad esempio < chi tende a combattere contro il nulla >. Nell’uso curativo del termine, una radiografia non < copia oggettivamente > il corpo cui rinvia. E’ una rappresentazione nel complesso di tipo irreale. Per noi, la radiografia assume un significato mentre tende a < prendere “l’abitudine” del corpo cui rinvia >. La macchina che ce la stampa di solito “gira attorno” alla pelle, pure lentamente. La radiografia dunque “s’abituerebbe” al corpo che rappresenta. Girando attorno alla pelle, essa tenderebbe a darsi < nella ripetizione di se stessa >. Ovviamente la radiografia conterà perché simboleggia qualcosa. In medicina, noi la usiamo nella convinzione che esista una disfunzione organica, altrimenti scattarla non avrebbe senso! Girando con cura attorno alla pelle (che andrebbe a “ripetersi”), la radiografia arricchisce l’organismo d’una simbologia. Il dente si scopre cariato, in pancia è “digerita” la garza lasciata dal medico ecc… La radiografia di Renato Meneghetti certo ci consente < d’entrare > virtualmente nei quadri di Caravaggio, Leonardo, Dalì ecc… Ne avremmo pure una percezione di tipo “chirurgico”, ove l’artista sezioni la superficie con più “finestrelle”. Renato Meneghetti fa in modo che la fruizione estetica si visualizzi nella sua < abitudine pregiudiziale ad esprimersi per simboli >. Per la storia dell’arte, già il surrealismo ebbe tale poetica. Ma a Renato Meneghetti interessa visualizzare che, nel fenomeno estetico, la fondamentale < abitudine pregiudiziale all’espressione simbolica > riguardi non tanto l’inconscio del suo “fruitore” esterno (come nel surrealismo), bensì la materia stessa del quadro dipinto. Sembra che per lui l’arte possa “girare nei dintorni di sé”, con la “cura chirurgica” della sua intensità percettiva. Il fenomeno estetico è sempre < lento > da fruire. Non possiamo mai dargli < una semplice occhiata >. Sappiamo che l’arte ha il privilegio di vincere simbolicamente la “resistenza” del tempo. Un dipinto di Leonardo oggi vale molto più che nel Rinascimento. Le radiografie esposte da Renato Meneghetti danno “lustro” a tutta la < lentezza > della fruizione estetica.
bibl. Nelson Goodman, “I linguaggi dell’arte”, Il Saggiatore (ed. 2007)
Tre opere della serie Grandi maestri
CINEMA
“Il ragazzo con la bicicletta” di Jean-Pierre e Luc Dardenne, recensione di Andrea Giacometti
Cyril è un ragazzino ospitato in un istituto perché il padre non può prendersene cura. Quando scappa per l’ennesima volta con la scusa di voler recuperare la sua bicicletta, incontra una donna, Samantha, alla quale chiede di prendersi cura di lui durante i fine settimana.
Sarà Samantha a cambiare la vita di Cyril, il quale inizierà un percorso di autocoscienza prima di tutto rassegnandosi all’idea che il padre non lo voglia più con sé, in secondo luogo facendo esperienza della falsità e della violenza del mondo sulla propria pelle.
I fratelli Dardenne hanno realizzato un film che ancora stento a credere non abbia vinto la Palma d’Oro: è lirico, è sapiente, pieno di spunti brillanti sia nel contenuto, sia nella regia. L’interpretazione del giovanissimo Thomas Doret, che regge la scena con una semplicità da realismo rosselliniano, non lascia minimamente intendere a un esordio. Incarna perfettamente il disorientamento del protagonista, gettato nel mondo senza un appiglio che gli faccia da guida: il padre non vuole prendersi le proprie responsabilità di genitore e ricominciare con una nuova vita; Samantha non sa come comportarsi, se non donando tutto il suo amore e la sua comprensione a Cyril. Tuttavia, il perno del discorso non ruota (come avrebbero notato in molti) attorno alle responsabilità a cui rinunciano o di cui si fanno carico gli adulti, ma alla scoperta del mondo da parte del ragazzo con la bicicletta. Ne è la prova la presenza costante del protagonista davanti alla telecamera, spesso in sella alla sua bicicletta: questo è uno strumento chiave, grazie al quale Cyril scappa da chi lo aggredisce, dal quale viene disarcionato dagli stessi aggressori, uno strumento di cui viene privato da chi vuole attrarlo a sé.
La prima prova a cui viene sottoposto Cyril è di comprendere l’universo complesso degli adulti: non solo deve riconoscere di non avere possibilità con suo padre, ma è costretto a indagare e interpretare ciò che sarà il rapporto con Samantha.
Inoltre, è precocemente chiamato a discernere tra il bene e il male: la sua ingenuità lo porta a dover sperimentare cosa sia la violenza per capire ciò che non vuole, tanto è vero che quando verrà aggredito dal figlio del tabaccaio che ha derubato, non risponderà ai colpi, rischiando di farsi ammazzare.
Un film caratterizzato dalla raffinatezza delle scene, quasi tutte girate a mano e con inquadrature su dettagli che mischiano natura e cemento; la struttura della sceneggiatura non cede mai alla banalità, è lineare nei dialoghi stringati e fermi, nei lunghi silenzi che, con saggezza, non sono coperti dalla musica (che in realtà ricopre un ruolo assai marginale). Le scene sono sincopate da apici di tensione, che seguono un loro climax culminante nella presunta morte di Cyril.
La scena finale, che vede il protagonista allontanarsi in sella alla sua bicicletta, lascia intendere un rito di passaggio: Cyril, che non si scaglia contro il suo aggressore, ma prende la bicicletta e si allontana, non è rassegnato. In quell’ultima fuga ripresa dai Dardenne, che sembra quasi infinita, si capisce l’evoluzione interiore di Cyril, che ha finalmente inteso la vita e che, proprio per questo, continua a pedalare.
Ho visto una costante che ricorre in molti capolavori, in questo film: la strenua difesa di chi non rientra negli schemi sociali, in quella che viene chiamata “normalità”: Cyril non sa comportarsi, agisce da pazzo e sbaglia, anche; ma prende consapevolezza del mondo (sia interiore che esteriore) molto prima degli altri. Molto prima di noi. In qualche modo, la crescita del ragazzo con la bicicletta permette anche a noi di crescere insieme a lui.
CONFERENZA
“Arte e neuroscienze”, sintesi di Roberto De Rosa
Durante il vernissage della Biennale d’Arte a Venezia è possibile assistere ad un proliferare di eventi collaterali che riguardano l'Arte e che contribuiscono ad arricchire il bagaglio di conoscenze di chi si interessa alle tematiche ad essa inerenti.
Uno di questi si è tenuto giovedì 2 giugno nelle sale dell'Ateneo Veneto, con una conferenza che è stata occasione per presentare il libro "La bella e la bestia: arte e neuroscienze" di Ludovica Lumer e Semir Zeki (Laterza, 2011); allo stesso tavolo sedevano i due autori, ricercatori nel campo delle "neuroscienze" e l'artista Michelangelo Pistoletto con il suo collaboratore Ruggero Poi.
Per chi non ne fosse al corrente, spieghiamo che le neuroscienze hanno come oggetto anche il settore della "percezione" da parte dell'essere umano, e grazie alle sofisticate odierne tecniche d'indagine, permettono di analizzare l'attività cerebrale durante il processo percettivo; e dato che l'Arte è fruita proprio tramite quest'ultimo, si è aperto un campo d'indagine davvero vasto che offre una miriade di spunti di ricerca.
In questo contesto è nata la definizione di "neuroestetica", ovvero lo studio dell’esperienza estetica a livello cerebrale.
Tale ricerca mira anche a sfatare quello che ormai è considerato mito senza alcuna ragion d'essere, ovvero che l'Arte sia la sede del puro istinto, emozione ed irrazionalità, mentre la Scienza sia quella della Logica pura, della razionalità assoluta e dove le emozioni sono totalmente bandite.
Questo sgombra anche il campo dall'equivoco che vede l'artista creatore in preda ad impulsi inconsapevoli, e lo scienziato guidato solo da ragionamenti precisi ed impeccabili dal punto di vista formale.
Nella realtà, con i dovuti distinguo, artista e scienziato seguono entrambi un metodo preciso, ed entrambi subiscono il fascino della componente estetica insita in esso.
Nel sintetizzare la conferenza terremo conto a grandi linee dello schema degli interventi dei relatori che si sono spesso confrontati tra loro, integrando un minimo per evitare frammentarietà nel discorso; i virgolettati non sono fedeli trascrizioni ma rielaborazioni dei concetti espressi dai relatori.
Ha introdotto Ludovica Lumer, ricercatrice italiana operante in Inghilterra a fianco dello scienziato Semir Zeki, eminente figura nel campo delle neuroscienze.
Lumer ha iniziato con una sintetica descrizione di ciò che compie il "sistema nervoso":
“Riceve gli stimoli dell'ambiente esterno ed elabora risposte ad essi, ed è quello che in definitiva fa anche l'Arte.
Consideriamo però che tutto ciò che ci circonda è vario e mutevole, in altre parole ‘ambiguo’ e del resto noi stessi non siamo sempre gli stessi: ricopriamo diversi ruoli, abbiamo vari stati d'animo, cambiamo con il passare del tempo… insomma siamo permeati dall'ambiguità.
Ed è questo che Marcel Duchamp ha voluto rappresentare con l'opera "Fontana", il celebre orinatoio.”
(cfr. LIBRO “Lo potevo fare anch’io” di Francesco Bonami, recensione di Roberto De Rosa LINK 15 maggio 2011, n.3)
Zeki ha aggiunto:
“Il cervello si è evoluto per acquisire conoscenza, l'Arte e la Scienza sono proprio il prodotto di questa funzione; la Storia ci ha consegnato un equivoco: che la prima fosse fatta solo per allietare, la seconda solo per apprendere, ma tale separazione dei ruoli è un errore.
E' vero che un'opera d'arte procura un impatto estetico, ma non bisogna sminuire né dimenticare ciò che essa può trasmettere a livello di insegnamento.”
Lumer poi precisa:
“Il processo di conoscenza avviene tramite due livelli, emotivo e cognitivo, che lavorano in parallelo; però c'è una precisazione da fare: mentre il passaggio tra emozione e cognizione è istantaneo, fluido, quello inverso non ha la stessa prerogativa; in altre parole le emozioni ‘dominano’ il ragionamento.”
In sintesi l'essere umano è prevalentemente, ma non completamente, istintivo, emotivo ed irrazionale.
Pistoletto coglie l'occasione per aggiungere come di fatto sia impossibile verbalizzare emozioni, sentimenti, stati d'animo, cioè riproporle nella loro essenza con le parole.
Poi si collega al discorso precedente sulla percezione, quindi sul ruolo che ha il percettore dell'opera: ruolo attivo, nel senso che egli partecipa interattivamente alla costruzione della stessa, quando la percepisce difatti la crea.
Ruggero Poi interviene con una sua considerazione sulla pratica artistica:
“L'artista appare disordinato ma invece segue un ‘ordine’ (qui inteso come metodo, schema, struttura), tanto più che quella dell'ordine è una vera e propria esigenza fisiologica umana.”
ed è lì che secondo Poi va cercato il legame tra Arte e Scienza.
Pistoletto conferma:
“Come lo scienziato ha davanti a sé i dati del problema e deve trovare la ‘soluzione’, così succede a me; di fronte al caos cerco la soluzione.
Ed è una soluzione locale, precisa e specifica, che si traduce in quella data ‘opera’; in questo senso applico un ordine (al caos).
Qui apro un parallelo con la Scienza; questa non porta a verità assolute, ma anch'essa a quelle locali e specifiche di un singolo ‘fenomeno’ da analizzare e spiegare, quindi rappresentare tramite il suo linguaggio, ad esempio una formula matematica o chimica.
Tutte queste verità si combinano tra loro, convivono e non è un'assurdità, ma è l'assoluta relatività.
Nei miei ‘Quadri specchianti’ affronto tale questione, che è anche la chiave per comprenderli.
In essi lo specchio funge da ‘rappresentatore della Realtà’: quando riflette le immagini ce la riporta fedelmente, anche nella dimensione temporale.
In tale senso riproduce anche la molteplicità del reale, la relatività di cui sopra.
E chi si specchia in un ‘Quadro specchiante’, chiamiamolo ‘spettatore’, giocoforza segue tale regola.
Ma nel ‘Quadro specchiante’ troviamo anche una ‘figura’ dipinta (una persona, magari) che io ho fissato, cristallizzato, ovvero un impedimento alla molteplicità di cui sopra.
Quella ‘figura’ sarà per sempre lì e così, fissa ed assoluta; convivente con lo spettatore che invece scorre nel molteplice, spaziale e temporale.
Così, nell'opera, molteplice e unico, relativo e assoluto, eccezionalmente convivono: lo ‘spettatore’ e la ‘figura’ fissata.
Vediamo le implicazioni di tutto ciò.
La ‘Fisica delle particelle’ ci dice che un ordine illimitato si traduce nel caos totale, cioè in un dis-ordine illimitato.
Quindi una contraddizione in termini: il massimo ordine coincide, è uguale, al massimo dis-ordine.
Questo è il punto nodale: due opposti concettuali coincidono. (sfidando la ‘logica binaria’, aggiunge chi qui scrive)
Come si può rappresentare tale concetto?
Ad esempio tramite un'opera, in questo caso un ‘Quadro specchiante’, dove appunto lo ‘spettatore’, ovvero chi sta nel molteplice e relativo, convive con la ‘figura’, simbolo dell'unico ed assoluto.
Così l'Arte ha tradotto, tramite il suo linguaggio, quindi con ‘un'opera’, un concetto della Scienza.
Ovvero l'artista lo ha rappresentato.”
E, aggiunge chi qui scrive, lo spettatore può divenire parte integrante dell'opera nel suo ruolo di ‘spettatore’, che a questo punto possiamo definire come ‘spett-attore’, con la sua partecipazione diretta all'opera.
Così anche il processo prima descritto da Pistoletto, di interattività del fruitore, eccezionalmente si materializza e diviene evidente: da astratto diventa concreto, prende forma, corpo…
Tornando alla conferenza: Zeki fa un parallelo con la letteratura tirando in ballo l’opera di Shakespeare, in cui il punto nodale è l'ambiguità dei personaggi; questi non sono definiti e schematici (“buoni" e "cattivi", “saggi” e “stolti”…) ma sono "buoni e cattivi", "saggi e stolti", cioè ognuno di essi racchiude questi stati contraddittori in sé.
Un altro aspetto interessante è quello del fascino e bellezza che una teoria scientifica può trasmettere, nell'eleganza e semplicità della sua struttura, nell'ordine con cui giunge alla soluzione/conclusione.
Tale criterio guida addirittura gli scienziati nell'adozione delle stesse teorie; Zeki cita il caso di un matematico che propose una sua teoria al mondo accademico…per la sua bellezza…, ma respinta perché in contrasto con le conoscenze fisiche dell'epoca.
Ebbene quindici anni dopo essa si rilevò esatta, al seguito di nuove scoperte nel campo della Fisica.
(Ora, questo tema non è nuovo a chi qui scrive: è risaputo che il mondo della scoperta scientifica pullula di questi episodi; la fondamentale tavola degli elementi chimici periodici di Mendeleev fu composta tenendo conto di un criterio simil-estetico, una sorta di ordine ricorrente che "dettava" la composizione della stessa.)
Zeki prosegue:
“Ciò che emerge, il punto fondamentale, è che nella bellezza sembra davvero esserci un criterio di ‘verità’, in questo caso sancendo la validità di una ‘teoria’.
Ovvero: se una teoria è ‘bella’ risulta anche ‘vera’.”
Pistoletto interviene affermando che lui, però, tra verità e bellezza sceglie la prima; perché nella verità c'è la bellezza, ma non è vero il contrario.
Zeki si trova d'accordo ma ribatte:
“Perché nella verità troviamo la bellezza?”
A suo parere ciò avviene perché il cervello ricerca la verità, quindi ne gode, la apprezza, e da ciò scaturisce la bellezza.
Pistoletto poi afferma che per quanto lo riguarda lui ritiene di non aver inventato nulla; il suo lavoro di artista è basato sulla Fenomenologia (ovvero la descrizione analitica/scientifica dei ‘fenomeni’).
Pistoletto:
“Il mio lavoro consiste nel creare opere che diano risposte alle mie domande.
Quando questo avviene allora per me è un epifania, perché la ragione ha concluso il suo percorso e per me è una grande emozione; e i ‘Quadri specchianti’ sono esemplari, in tal senso.”
Pistoletto prosegue:
“Fino al settecento l'Arte è stata vincolata a rappresentazioni naturalistiche, con paesaggi, figure, rappresentazione di episodi e racconti, e spesso aveva la funzione di spiegare le cose. Dall'ottocento in poi essa si svincola da tali criteri rappresentativi, parla di altre cose, cerca altre cose…
Chi cerca gli schemi naturalistici è chiaro che si trova spiazzato di fronte al ‘Moderno’, al ‘Contemporaneo’ e così via. Ma se ci fosse un'educazione al nuovo allora l'Arte potrebbe ridiventare un efficace trasmittente di idee e contenuti.”
Ruggero Poi interviene su questo aspetto, evidenziando come nei musei manchi uno spazio per la didattica, sia artistica che scientifica; le opere restano mute perché pochi capiscono il loro "linguaggio".
Zeki:
“Dietro il lavoro di Pistoletto c'è molto pensiero, ed in tal senso vedo l'Arte contemporanea come un efficace mezzo di trasmissione di concetti, con il suo potenziale di coinvolgimento emotivo.
In fondo l'Arte contemporanea parla tramite, e di, concetti: cosa c'è di più indicato di essa?
Noi studiamo queste cose dal punto di vista della neuroscienza al punto che si parla di ‘neuroestetica’, ma spesso troviamo ostracismo da chi magari pratica l'Arte e che sostiene che non c'è nulla da cercare e scoprire in questi meccanismi mentali.
Per me si comportano come i ‘dottori’ di fronte a Galileo, che quando li invitava a guardare nel telescopio per vedere ciò che lui spiegava loro, questi rispondevano ‘Non serve guardare, noi sappiamo già.’ Ma parlando da scienziato: per me l'unica realtà è quella che crea il cervello; ad esempio, la ‘radiazione elettromagnetica’ non ha colore, è il nostro cervello che lo crea.”
Pistoletto chiede se e come la tecnologia permette di studiare queste cose.
La Lumer risponde che ora con gli strumenti che abbiamo a disposizione abbiamo fin troppi dati e dettagli.
Il compito di chi si occupa di neuroscienza è quello di catalogare e sistematizzare questo patrimonio di informazioni, per dare risposte sempre più chiare e precise a chi come noi crede alla fervida relazione tra Arte e Scienza.
Leonardo “Autoritratto” Durer “Autoritratto” Magritte “La Carte Postal”
(2010) (2008) (2010)
Courtesy to Renato Meneghetti