15 aprile 2011, n. 1
15 aprile 2011, n. 1
Indice
CINEMA “Gabriele Vacis presenta il suo film a Venezia”, di Andrea Giacometti LINK
CINEMA “Le stelle inquiete”, presentazione del film ed intervista alla regista Emanuela Piovano, di Moreno Novello
CINEMA “Colonne sonore a confronto. ‘2001: Odissea nello spazio’,” di Andrea Giacometti
LIBRO “Finché soffia il vento di Chernobyl” di Francesca Bellemo, di Claudia Meschini LINK
MOSTRA “Il male invisibile - La Bielorussia 25 anni dopo Chernobyl” , presentazione della mostra di Moreno Novello LINK
INTERVISTA Incontro con la giornalista Francesca Bellemo, di Claudia Meschini
ARTICOLO “La critica di un film”, di Andrea Giacometti
ARTICOLO “Come interpretare un’opera d’arte?” di Saverio Simi de Burgis
ARTICOLO “Il principio estetico”, di Paolo Meneghetti
“Gabriele Vacis presenta il suo film a Venezia”,
di Andrea Giacometti
Il nuovo film di Gabriele Vacis “La paura siCura”, presentato il 29 Marzo all’auditorium Santa Margherita di Ca’ Foscari nell’ambito del progetto universitario “Ca’ Foscari Cinema” è di un lirismo che lascia stupiti. Alla modestia dell’autore, gentile e ben disposto a parlare del suo film, si è aggiunta la spiegazione critica lineare del professor Paolo Puppa, di Ca’ Foscari, il quale, senza dilungarsi, ha colto tutti, o quasi, gli elementi strutturali portanti di quello che è un intelligente viaggio tra le paure degli italiani: le varie fonti a cui appartengono le varie fobie e come riuscire a superarle. Puppa intravede un inno alla bellezza esplicito alla fine del film, e arriva alla conclusione che la paura si cura attraverso la bellezza. Esistono però varie possibilità di approccio al problema: guardare in faccia le proprie e le altrui paure e prenderne coscienza è essenziale per poterle esorcizzare. È d’accordo Stefania Rimini, docente dell’Università di Catania, che ha partecipato attivamente alla realizzazione del film: Rimini legge nei volti dei protagonisti i paesaggi ritratti in questo lungometraggio, e sono spesso paesaggi di insicurezza, incertezza che però dimostrano una profonda conoscenza di se stessi. E del resto Vacis sottolinea questo aspetto indicando come fondamentali gli sguardi di chi ascolta, l’interesse e l’empatia che questi dimostrano a chi si racconta, rivelandosi fragile, ma aprendosi. Ascoltare è per Vacis una rivoluzione e un’azione che può rompere le convenzioni. Anche Fabrizio Borin, docente di filmologia a Ca’ Foscari, riconosce il ruolo centrale ai volti e alle espressioni degli ascoltatori, elevandoli a struttura fondante che rende questo film un’opera valida anche a livello tecnico. Dando importanza ai piani d’ascolto narrativi, Vacis, secondo Borin, mischia egregiamente le metodologie sceniche di documentario e televisione, intrecciando in questo modo delle realtà spesso considerate distanti. Secondo Monica Celentani, docente IUAV, l’importanza di questo film risiede nel suo obiettivo, quello di lasciare una testimonianza dei tempi che viviamo: obiettivo raggiunto con il racconto.
Un racconto che parte dal Nord, da Settimo Torinese (città del regista), si snoda in varie città, piccole o grandi, quali Schio, Genova, Ravenna, passa per il centro toccando le Marche, a Montegranaro, incontrando ragazzi di Roma in gita al mausoleo di Galla Placidia. Un racconto che si conclude al Sud, in un quartiere di Catania, il Librino, (cfr. CINEMA “I baci mai dati” di Roberta Torre, recensione di Andrea Giacometti, LINK 1 agosto 2011, n.8) devastato, lacerato dall’abusivismo edilizio di grattaceli desolanti. Paure diverse che imparano a conoscersi e relazionarsi, proiettate nel futuro e radicate nel presente, dalla paura della morte, soprattutto del dolore causato dalla morte, alla paura per un futuro troppo lontano per essere immaginato, ma troppo vicino per essere affrontato. Esiste la cura? Questo in fondo si domanda Vacis, e lo domanda a giovani e anziani, a italiani e immigrati, che non si conoscono e imparano a conoscersi. La risposta la lascia a noi, al suo pubblico, ma ancora una svolta è necessario richiamarsi ai volti, spesso muti, comunque pieni di significato. Si intuisce il vuoto angoscioso che nasce dalle perplessità sul futuro, si conosce l’ansia di voler vivere la vita che si desidera: «se non hai niente di concreto sei vecchio» dice il giovanissimo senegalese che sognava di diventare scrittore e ha quasi smesso di vivere il suo sogno. Poche volte ho provato sentimenti così complessi come ascoltando queste storie. Per quanto mi riguarda la grande dote di questo film è quella di affrontare tematiche disparate, sondare realtà difficili, mettere a confronto generazioni, luoghi e culture differenti senza mai farti sentire né più né meno fortunato, felice o in difficoltà. Tutti dobbiamo fare i conti con i nostri demoni, ognuno ha la sistematica difficoltà di non sapere come affrontarli; in un certo senso questo film è la medicina alla nostalgia, sebbene questa ne sia il suo ingrediente principale.
Il film “Le stelle inquiete”, presentazione ed intervista di Moreno Novello
E’ stato presentato il 15 marzo a Mestre il film "Le stelle inquiete". Tutta al femminile l’introduzione. Oltre alla piacevole regista Emanuela Piovano, l’incontro è stato presieduto dall’assessore alla cultura del comune di Venezia Tiziana Agostini e arricchito dai commenti della filosofa Wanda Tommasi.
Prodotta dalla Kitchenfilm la pellicola può definirsi a pieno titolo un film sperimentale, portando nelle sale in modo originale ed inedito una delle più grandi filosofe del ‘900, Simone Weil, non con un film agiografico ma rappresentandola come una persona “vera”, attuale icona del pensiero libero e delle donne che non vogliono etichettature politiche. Il film racconta un episodio conosciuto e circoscritto della vita della filosofa illuminando con una nuova luce la sua personalità. La regista racconta una Simone Weil (Lara Guirao) in carne ed ossa, viva, a volte contraddittoria. Simone decide di lasciare il lavoro da operaia in una catena di montaggio per motivi di salute ed accetta l’invito di Gustave Thibon (Fabrizio Rizzolo), il filosofo contadino a cui poi affiderà i suoi quaderni, a soggiornare nella sua tenuta agricola nei pressi di Marsiglia dove lavorerà come contadina. Con l’arrivo della donna nella tenuta sembra quasi che il tempo si fermi lasciando all’esterno uno dei periodi più bui della storia moderna: la guerra che stava imperversando in Francia e nel mondo intero. Simone, Gustave e la moglie Yvette (Isabella Tabarini), riscoprono una dimensione tutta spirituale dove l’amicizia, l’amore e il rispetto reciproco hanno il sopravvento su tutto, vivendo un magico intermezzo, una tregua, nella tormentata vita di Simone.
Magistrale la regia di Emanuela Piovano, che dopo la laurea in Lettere, nel 1984 decide di dedicarsi al cinema ed in particolare alla sceneggiatura ed alla regia. Dal 1981 al 1987 collabora come ricercatrice all'Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza. Dopo un lunghissimo lavoro, nel 1987, firma la sceneggiatura e la regia del cortometraggio prodotto dalla RAI “Senza fissa dimora”. Nel 1988 fonda la casa di produzione Kitchenfilm e il movimento Camera Woman che si propone di indagare sulla condizione femminile. Varie anche le sue produzioni, dai filmati didattici, alle videointerviste, sino ai documentari. Nel 1989 ha diretto "Le rose blu" e "Le complici" nel 1998 ricevendo numerosi riconoscimenti. Doveroso ricordare, più recentemente, la sua regia in “Amorfù”.
Parla piacevolmente a piede libero la regista scusandosi per le numerose parentesi e chiacchiere. Ad ampio respiro i suoi ragionamenti: “…il cinema si sta prepotentemente imponendo come intrattenimento oppure come messaggio criptico, in bottiglia, dove solo una cerchia di iniziati riesce ad entrare…” Non mancano aneddoti allacciati a ricordi della sua infanzia e del rapporto con la madre, raccontata come una donna straordinaria, maestra di insegnamenti di vita preziosi. Costanti il tema della femminilità ed il parallelismo tra episodi del film ed avvenimenti recenti a dimostrazione dell’assoluta contemporaneità dei temi trattati.
Per arrivare al risultato attuale, e cioè di una Simone Weil in carne ed ossa, reale, Emanuela Piovano ha adottato un'ottica non agiografica, evitando una rappresentazione puramente descrittiva e per far questo ha preso ispirazione da tre precedenti opere sulla filosofa.
Lo spunto iniziale è stato dato da un libro definito da Emanuela Piovano “folgorante”: “Dan le blue du ciel” dell'intellettuale francese Georges Bataille con riferimenti precisi a Simone Weil. Quest'ultimo mette in scena se stesso assistito da due donne, la “Ruby” e la “Bindi” odierne, completamente antitetiche nell'essere e nell'apparire, con una rappresentazione straordinaria del sentirsi donna.
Forse per la tangenza con il sindacalismo, anche Roberto Rossellini aveva già trattato il tema in “Europa 51” interpretato dalla Bergman, che, pur nel pieno del suo successo, aveva rinunciato alla sua veste di “diva Hollywoodiana”. Il film però fu stroncato dalla critica dell'epoca, in particolare da Alberto Moravia, che sostanzialmente non condivideva la rappresentazione di un personaggio dello spessore di Simone Weil ridotto ad una piccola donna borghese che rinuncia ai suoi beni per scendere tra il popolo sofferente.
Altra opera cinematograficamente ispirante, mai diventata un film, è stata una sceneggiatura firmata da Liliana Cavani e Italo Moscati che pone dei problemi molto più complessi di quelli posti da “Europa 51” rappresentando in maniera paradossale la rocambolesca vita e le molteplici ed intense attività di Simone Weil con un prodotto finale particolarmente ricco di contenuti, quasi incredibile, e quindi inverosimile, particolarmente difficile da rappresentare in un film. Tutte queste precedenti ispirazioni allacciavano la storia di Simone Weil ad un tipo di film biografici poco funzionali.
Alcuni piccoli e rari film apparsi nell'ultimo decennio hanno dato lo spunto finale. Uno su tutti, “Iris” un film sulla filosofa Iris Murdock che vinse un premio oscar ma che non funzionò assolutamente al botteghino. Il film invece di raccontare tutta la vita della filosofa, si concentrava su un episodio particolare riguardante il suo stato di salute. Questo lo spunto che racchiudeva la sostanza spazio-tempo cinematografica: raccontare un solo episodio, fare un “ventaglio chiuso” dove doveva esserci tutto, dove chi vuole può vederci tutto e prenderne spunto.
Particolare attenzione nella scelta degli attori, molto bravi. Mediare tra la bellezza che la cinematografia moderna impone e la difficoltà di rappresentare un personaggio intellettuale, non è stato facile. Emanuela Piovano nella sua ricerca, voleva “un'acrobata”, un'attrice capace di dirottare l'attenzione dalla fisicità all'intellettualità della protagonista. Particolarmente riuscita la scelta di Laura Guirao, perfetta, immedesimata nel personaggio in maniera quasi spasmodica, ossessiva, tanto da prendere appunti sul set e giustificarsi in questa maniera:“ Simone Weil avrebbe fatto così!”
Piacevole ed esaustiva la conversazione con la regista Emanuela Piovano:
D - Mi sembra di notare, anche dalla locandina qui di fronte, che un po’ tutto il film si basa su delle contrapposizioni abbastanza forti, a partire dal titolo “Le stelle 'in'quiete” oppure dalla contrapposizione del mondo industriale con quello contadino. E' un caso o voleva dare un messaggio particolare?
R – Assolutamente. Contrapposizioni forti erano l'essenza di Simone Weil, goffa, claudicante ma con vette del pensiero. Tutto il film gioca su questa luce-ombra. La coppia degli opposti pervade tutto e per contro.
D - Il film sta facendo veloci apparizioni, pur riscuotendo molto successo tra chi è riuscito a vederlo. Spontaneo affrontare un tema appena accennato nella sua presentazione: la distribuzione dei film. Il suo sta avendo un buon successo di pubblico e, mi sembra di capire, anche diverse critiche molto lusinghiere pur non avendo una diffusione massiva.
R – Finito il percorso normale si possono valutare anche altre forme di distribuzione ma resta assolutamente insostituibile la sala cinematografica per percepire il gradimento del film al pubblico, non fosse altro anche solo come vetrina. In questo senso non posso che immaginare in futuro un aumento del circuito delle sale cinematografiche, sia come intrattenimento che come circolo culturale. Ognuno con i propri “luoghi”, le multisale per un pubblico più vasto o piccoli cinema come piccoli luoghi di culto. Bisogna tener conto anche che pellicole come questa, destinate ad un pubblico più selezionato, possono anche varcare i confini nazionali.
D – Il film è ambientato in uno dei periodi più tristi e bui della storia contemporanea. Oltre a porre l'attenzione su temi di tutto rispetto spesso contradditori come le tensioni sociali, il contatto con la natura, la paura, le attese, pone assolutamente l'attenzione sui sentimenti e sulle relazioni sociali che traspirano dagli intensi colloqui della protagonista. E' d'accordo?
R – I sentimenti intesi come la quiete prima della tempesta. Vuol essere come una riflessione personale. Se si accetta di essere finiti in un nulla cosmico, di essere piccoli piccoli nell'infinito, se si coglie tutto questo non si può che rispecchiarsi in un momento di sincerità, di confronto, di condivisione di idee ed emozioni.
D – Una sua frase mi è rimasta impressa: “viviamo per scoprire delle cose...”
R - Spesso ci si interroga sul senso dell'esistenza che è un esibirsi ed un esprimersi, ogni giorno. Dovremmo capire che si potrebbe volersi più bene.
D – Ho notato con piacere, finalmente, che la presenza femminile oggi è assolutamente predominante: l'assessore alla cultura era una donna, la sig.ra Tiziana Agostini. La critica è stata affidata alla filosofa Wanda Tommasi, e la protagonista principale una regista: Emanuela Piovano, in un mondo prevalentemente maschile. Anche il pubblico in netta maggioranza femminile. Cosa può dare in più , come valore aggiunto il mondo delle donne al cinema e non solo?
R – Non sono una scalmanata, anzi. Trovo che la situazione delle donne stia cambiando negli ultimi anni, si muovono, dicono la loro, si pongono con ironia, con una nuova sensibilità. Mi vengono alla mente le evoluzioni della società moderna, i corpi dei trans, come se qualcosa stia cambiando nella società. Ecco, in questo cambiamento vedo una ventata di novità, come in primavera, con l'erbetta che cresce, una nuova energia fresca che investe la società.
E ha proprio ragione Emanuela Piovano. Forse c'è bisogno di qualcosa di nuovo, che vada aldilà di schemi che si ripetono ormai da secoli. E le donne possono dare in questo una ventata di freschezza e novità, una sensibilità nuova.
“Colonne sonore a confronto. ‘2001: odissea nello spazio’ “, di Andrea Giacometti
PREMESSA
La colonna sonora di 2001: Odissea nello Spazio è certamente una delle più conosciute al mondo. Chi non ha mai visto il film per intero, saprebbe in ogni caso riconoscere la celeberrima Also sprach Zarathustra di Richard Strauss, le cui note sono divenute famose anche grazie al film di Kubrick.
Visionando il film sembra quasi che le musiche scelte siano state pensate prima delle riprese, soprattutto per mano di un montaggio impeccabile che rende inscindibile la musica dalla pellicola.
Non è del tutto falso: Stanley Kubrick aveva in mente brani di musica classica per il suo film, brani che ricordassero emozioni legate a viaggi nel cosmo, ma la casa di produzione, la MGM, richiedeva una colonna sonora originale, adatta all’innovazione insita nella sceneggiatura di Kubrick-Clarke.
Fu scelto, a questo proposito, il compositore Alex North, già collaboratore del regista per le musiche di Spartacus, considerate come la partitura più grande della storia del cinema. Kubrick contattò il compositore nel Dicembre del 1967, affidandogli la composizione della colonna sonora per il film, che era già in produzione da due anni.
North compose parte della colonna sonora di 2001, ma questa fu scartata proprio dal regista, che preferì utilizzare i brani classici già usati in fase di ripresa come guida per alcune scene.
La composizione di North fu rimasta inascoltata fino al 1993, anno nel quale l’amico e allievo Goldsmith, con la supervisione della moglie del compositore, fece registrare i brani dalla National Philarmonic Orchestra.
LA SCELTA DELLA COLONNA SONORA
Alex North, in una sua dichiarazione, affermò di aver composto le musiche per 2001: Odissea nello spazio cercando in ogni modo di ricercare una certa coerenza tra i suoi brani e quelli che il regista aveva scelto, per mantenere il legame che, come già detto, le musiche scelte dal regista hanno con le riprese.
“Tuttavia avevo anche il presentimento che qualunque cosa avessi scritto per sostituire lo Zarathustra di Strauss non avrebbe soddisfatto Kubrick, anche se io mi sforzavo di mantenerne la stessa struttura, sia pur aggiornandone l'idioma e l'approccio drammatico”
Ciò che North aveva in mente era appoggiarsi all’idea pregressa di Kubrick, vale a dire avvicinarsi quanto più possibile ai brani scelti dal regista, avendo inoltre la possibilità di accentuarne il significato e rendendole aderenti alle immagini, considerando anche che il compositore avrebbe composto la musica per il film e non adattato il film alla sua musica.
Il lavoro riuscì senz’altro lodevole, e sovrapponendo le composizioni di North alla pellicola, niente lascia pensare ad una musica concepita su basi innovative e fuori tema, ma legate alla regia del film e sicuramente influenzate dalle composizioni scelte da regista.
La colonna sonora di North fu scartata quasi a tradimento, probabilmente perché Kubrick ideò la regia del film su brani classici scelti in precedenza e non necessitava di una colonna sonora, ma gli fu imposta dalla casa di produzione.
COLONNE SONORE A CONFRONTO
La colonna sonora che Kubrick ha scelto per il suo film si adatta perfettamente ad ogni sequenza di questo. In ogni caso, anche le musiche composte da North (com’è ovvio) possono essere immesse in ogni sequenza. Ciò che propongo è una comparazione della musica composta da North in ognuna di quelle che considero le scene portanti della pellicola.
TITOLI DI TESTA
La scena di inizio del film è accompagnata da Also sprach Zarathustra di Richard Strauss. La scelta è sicuramente pregna di significato, dato che il film ruota attorno alla teoria Nietzscheana dell’eterno ritorno. Un montaggio perfetto di immagini e musica ha permesso al regista di giocare sugli stacchi di timpano del brano, facendo apparire in sequenza la Luna, la Terra e il Sole ogniqualvolta riprende la melodia. Inoltre l’imponente crescendo della musica dà una maggiore importanza alla scena, insieme a una sensazione di infinito sostanziale.
Il brano di North per i titoli di testa si avvicina molto alla composizione di Strauss: innanzitutto l’organico utilizzato da North è molto simile a quello di Also sprach Zarathustra, inoltre è caratterizzato dal medesimo crescendo e da una progressione che, come nel brano di Strauss, accompagna l’apparizione dei pianeti, nonché del nome di produzione, regista e del titolo del film.
"http://www.youtube.com/watch?v=cWnmCu3U09w" 2001: Odissea nello spazio - Titoli di testa
"http://www.youtube.com/watch?v=bzZwv3ku-Mw"2001: Odissea nello spazio - Titoli di testa (Alex North)
PAESAGGI DESERTI E LOTTA PER L’ACQUA
Dove Kubrick decide di tacere la musica per affidare la sequenza alle lande desolate e agli indecifrabili grugni dei primati, North accompagna la scena con due brani: The Foraging e The bluff. Il primo brano accompagna i paesaggi dove è ambientata l’alba dell’uomo e durante il secondo due tribù di scimmie si contendono una pozza d’acqua e il branco che la possiede riesce a scacciare l’altro. E’ il primo spezzone del film, ma non l’ultimo, nel quale North si discosta dalla scelta del regista e inserisce un brano di sottofondo.
IL MONOLITO
La scena in cui il monolito si palesa ai primati è sicuramente una delle più enigmatiche e inquietanti del film. E’ difficile, infatti, capire il perché di quella gigantesca pietra nera e cosa rappresenti per la Terra e per la specie umana. In questo caso, North si scosta dalla scelta di Kubrick, che utilizzando Requiem for Soprano, Mezzo Soprano, two Mixed Choirs & Orchestra di Ligeti cerca di sottolineare più l’aspetto angosciante della scena. Il compositore americano tenta invece di concentrare l’attenzione dello spettatore sulla perplessità dei primati, che curiosi e impauriti osservano il monolito, girando attorno ad esso. Il brano che compone è intitolato Night Terrors.
"http://www.youtube.com/watch?v=ML1OZCHixR0"2001: Odissea nello spazio - Monolito
"http://it.youtube.com/watch?v=ouKn-dMgKWw"2001: Odissea nello spazio - Monolito (Alex North)
L’OSSO COME ARMA, LA TRASFORMAZIONE IN NAVICELLA E LA DANZA SPAZIALE
Un primitivo, consigliato forse dal monolito, afferra un osso e distrugge i resti di un animale. Nuovamente suona lo Zarathustra di Strauss, in questa scena entrata ormai nell’immaginario collettivo per la sua vasta ricorrenza in citazioni e parodie. Il fatto che, più tardi, l’osso utilizzato come arma dai primati si trasformi in navicella spaziale, fa intendere che Kubrick scelga Also sprach Zarathustra come accompagnamento alle prime scene ambientate nello spazio.
La “danza spaziale” compiuta dalla navicella in orbita è invece accompagnata da An der schönen blauen Donau di Johann Strauss II, che si accosta perfettamente al fluttuare dell’astronave e dalla postazione spaziale.
Nella versione musicata da North, diversamente, alcune scene che nel film definitivo contengono i primitivi “dialoghi” tra le scimmie hanno invece un sottofondo musicale, con una sola caratteristica comune: quando il primate scopre l’osso-arma il brano utilizzato è quello dei titoli di testa, per il medesimo intreccio tema musicale - spazio. Nel momento in cui il primate divora la sua preda, la musica per North continua, precisamente con Eat meat and the kill, brano che prosegue fino al lancio dell’osso, dopo l’uccisione del capo del branco nemico e che nella versione di Kubrick non ha musica, ma è occupata dai grugniti dei primati.
Il fluttuare della navicella spaziale è invece accompagnato da Space station docking, che, a differenza del Donau di Strauss, non è un walzer, ma conserva comunque il medesimo organico, composto dai flauti e dagli archi, coerentemente all’immagine della “danza spaziale” che compiono sia la navicella che la postazione attorno alla Luna.
"http://www.youtube.com/watch?v=xd3-1tcOthg&feature=related"2001:Odissea nello spazio - L'osso come arma
"http://it.youtube.com/watch?v=GdrqeAKNLM8&feature=related" 2001: Odissea nello spazio - La danza spaziale
"http://it.youtube.com/watch?v=256NgMW4tQw"2001: Odissea nello spazio - L'osso come arma e la danza spaziale (Alex North)
CONVERSAZIONE SPAZIALE E IL VIAGGIO SULLA LUNA
Dopo la panoramica sulle astronavi, la telecamera ci presenta i membri della stazione spaziale. Qui abbiamo una conversazione intergalattica tra Heywood Floyd e la sua piccola figlia, dopodiché una rimpatriata tra Floyd e una vecchia conoscenza. Questa sequenza è accompagnata, nella colonna sonora di North, dal brano Interior Orion, mentre nella versione originale del film la scena è priva di musica.
Probabilmente Kubrick aveva ideato un film più giocato su momenti di “silenzio eloquente” che sui dialoghi e la musica; usa infatti brani molto significativi, che servano a sottolineare l’importanza di una scena e solo quando sono strettamente indispensabili. La colonna sonora di North è effettivamente in contrasto con la decisione del regista, tenendo comunque conto che, in relazione al film originale, questa parte musicata è poco coerente.
Al termine della conversazione inizia il viaggio sulla Luna, accompagnato, nella versione originale del film, dalla ripresa e dal tema principale del Donau di Strauss, un walzer abbastanza energico che dura per tutta la scena.
In questo caso la colonna sonora di North non rispetta la linea melodica e stilistica del brano scelto da Kubrick, proponendo un pezzo dalle sonorità molto più rilassanti, Trip to the Moon, che comunque ben si accosta alla scena, dove vediamo Floyd addormentato sulla sua poltrona.
"http://it.youtube.com/watch?v=-fKVgcRcmr0"2001: Odissea nello spazio - Conversazione spaziale e il viaggio sulla Luna (Alex North)
LO SBARCO SULLA LUNA
Mentre la colonna sonora proposta da Kubrick prosegue con la ripresa del brano di Johann Strauss anche mentre la navicella atterra sul suolo lunare, North preferisce cambiare, forse con uno stacco non troppo delicato: Moon rocket bus si unisce alle immagini senza dialogo e accompagna l’astronave fino alla base sulla Luna. La scelta è però in qualche modo positiva: lo sbarco sulla luna è l’anticipo di una situazione decisamente enigmatica, cioè l’inquietante scoperta del monolito nella base lunare. Intelligentemente (senza nulla togliere alla scelta di Kubrick) North decide di scuotere lo spettatore poco prima del ritrovamento della misteriosa roccia, con una musica che prepara il pubblico a qualcosa di decisamente angosciante, cosa che il regista fa molto prima, quando, nel salotto della stazione spaziale, alle insistenti domande rivolte a Floyd circa i problemi che hanno gli astronauti sulla Luna, questi risponde con un perentorio no-comment.
In questo caso Kubrick preferisce le parole, mentre North si avvale delle note.
"http://it.youtube.com/watch?v=tftdohlt_iw" 2001: Odissea nello spazio - Lo sbarco sulla Luna (Alex North)
IL PROSEGUIMENTO DEL FILM
Nella colonna sonora scelta da Kubrick sono stati scelti altri brani, come Lux Aeterna e Atmosphere, nonché Jupiter and beyond – more from Requiem, Atmosphere and Aventures (modificate per il film) di Gyorgy Ligeti e Gayane Ballet Suite di Aram Khachaturian.
Lux Aeterna viene utilizzata dal regista durante l’analisi del monolito sulla Luna, quando vengono intercettati i segnali del campo magnetico verso Giove. La Gayane Ballad Suite di Khachaturian suona mentre l’astronave con Bowman, Poole e i tre astronauti ibernati viaggia verso Giove.
Jupiter and beyond viene utilizzata per il viaggio compiuto da Bowman verso Giove mentre Atmosphere è usata per l’analisi del monolito sul suolo lunare.
CONSIDERAZIONI PERSONALI
La colonna sonora di North non giunge sino a fine film; da un suo scritto, infatti, si sa che Kubrick gli ha comunicato la sua volontà di riempire il resto del film con effetti sonori:
“Dopo undici interminabili giorni in cui ho aspettato di vedere nuove parti del film per poi prepararmi ad incidere agli inizi di febbraio, ricevetti una nota di Kubrick che mi informava che non era necessaria altra musica, ma che lui avrebbe sfruttato effetti sonori di respirazione per il resto del film. […] Non accadde null'altro.”
Senza voler affatto sminuire il lavoro che North ha svolto per realizzare la colonna sonora di questo film, il giudizio unanime di un pubblico esperto e della critica è in favore della scelta di Kubrick. Per quanto il compositore hollywoodiano abbia avuto brillanti idee nella composizione e per quanto abbia cercato il più possibile di creare una partitura ad hoc per il film, la mia idea è che il regista abbia scartato quasi a priori la colonna sonora originale, avendo costruito un pellicola di uno spessore tale da necessitare di una musica colta che era alla base, come fondamenta per la costruzione di un’opera che fondesse le teorie Nietzscheane a quelle di un futuro abbastanza prossimo, così come fonde lo Zarathustra di Strauss alle ricerche micropolifoniche di Ligeti. Se la musica scelta per 2001: Odissea nello spazio fosse stata quella commissionata a North, il progetto di Kubrick di unione tra passato e presente sarebbe venuto meno, donando forse maggior suggestione allo spettatore, ma perdendo sia il legame musica-immagine (importantissimo per la pellicola), sia, seppur solo in parte, lo sfondo filosofico.
Ritengo dunque che la scelta di Kubrick sia stata la migliore e che il film debba sia il suo successo tra il pubblico che quello tra la critica anche per la colonna sonora, che racchiude gran parte del significato enigmatico, spirituale e conoscitivo proprio di un’opera filosofica.
"Finchè soffia il vento di Chernobyl”. Un viaggio di solidarietà dall'Italia alla Bielorussia con il convoglio umanitario di Help for Children, di Claudia Meschini
Scritto dalla giornalista Francesca Bellemo, e impreziosito dalle foto del fotografo Alessandro Scarpa, “Finchè soffia il vento di Chernobyl” è un libro-reportage realizzato a bordo del convoglio umanitario dell'associazione Help for Children che ogni anno si reca in Bielorussia per portare aiuti e sostegno materiale alle famiglie dei bambini aderenti al progetto di ospitalità in Italia a scopi terapeutici.
Sono migliaia ogni anno i piccoli, vittime delle radiazioni nucleari di Chernobyl, che vengono temporaneamente accolti nelle famiglie italiane per potersi "rigenerare" e per "smaltire" una parte delle radiazioni accumulate vivendo in territorio contaminato. Un'esperienza breve (circa un mese) che per consentire loro di fortificare il fisico indebolito ma anche di incontrare nuovi amici e sperimentare la generosità italiana.
A quasi 25 anni dalla più grave catastrofe nucleare del pianeta, l'emergenza sanitaria tuttora in primo piano. Dieci milioni di persone risiedono, infatti, nella zona contaminata dal disastro di Chernobyl, cibandosi di alimenti radioattivi e vivendo in condizioni economiche e sanitarie di grande disagio.
Ed è proprio nei villaggi di campagna e nei grigi condomini di cemento delle città bielorusse che Francesca Bellemo e Alessandro Scarpa sono entrati per documentare una storia eccezionale di amicizia e solidarietà ma anche per raccontare cosa accadde veramente quel 26 aprile del 1986 e quali sono le reali conseguenze dell'incidente sull'ambiente e sulla salute della popolazione.
Un libro per testimoniare i frutti raccolti in tanti anni di attività dell'associazione, per conoscere meglio il contesto sociale in cui vivono i bambini che ogni anno sono ospitati nelle case italiane e per interrogarsi sull'intervento futuro.
Fino a quando sarà necessario che il mondo sia solidale con questo popolo vittima delle radiazioni? Nel titolo del libro c'è già la tragica risposta.
La pubblicazione, edita da Terraferma Edizioni stata realizzata grazie al contributo dell'Assessorato alle Politiche Giovanili e Centro Pace del Comune di Venezia e con la collaborazione del Gruppo Sportivo Culturale Musestre e la Banca di Monastier e del Sile BCC Credito Cooperativo.
Il ricavato della vendita del libro andrà devoluto ai progetti dell'associazione Help for Children.
L'ASSOCIAZIONE: Help for Children
L'Associazione Help for Children, con sede principale a Brescia e più di 20 gruppi territoriali, una onlus nata nel 1991 per organizzare e promuovere i viaggi terapeutici in Italia dei bambini bielorussi vittime della contaminazione radioattiva del disastro di Chernobyl. Il suo impegno si estende anche alla realizzazione di progetti di sviluppo nei villaggi e nelle scuole del paese attraverso un continuo monitoraggio della situazione e dell'avanzamento dei lavori. Ogni anno, da 15 anni, Help for Children organizza inoltre dei convogli umanitari per il trasporto di materiali e beni di sussistenza destinati alle famiglie bielorusse più bisognose, grazie a una rete di solidarietà diffusa e solida. Sono migliaia le famiglie italiane che ogni anno aderiscono al progetto di ospitalità ma l'Associazione sempre in cerca di nuovi aderenti.
L' AUTRICE: Francesca Bellemo
Nata a Mestre (Venezia) nel 1982, laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali.
Giornalista pubblicista dal 2007, ha scritto reportage dai luoghi di povertà del sud e del nord del mondo per il settimanale della Diocesi di Venezia Gente Veneta, ottenendo premi e riconoscimenti. Ha collaborato con diverse testate, tra cui La Nuova Venezia, Peacereporter, Popoli e Il Fatto Quotidiano.
Il suo primo reportage “Nel paese dal male invisibile” (Gente Veneta, ottobre 2006), ambientato proprio in Bielorussia, ha vinto la targa Athesis al Premio Giornalistico Nazionale Natale Ucsi 2006
Per il Patriarcato di Venezia ha pubblicato un volume sulla realtà missionaria di Ol Moran in Kenya (Sulla via di Ol Moran Ed CID, 2008), e sull'esperienza di una giovane mestrina volontaria in Madagascar (In braccio a Giovanna Ed. Marcianum Press, 2009). Per la San Vincenzo Mestrina cura il periodico “Il Prossimo”. E' socio fondatore della onlus “Infiniti Ponti”. Dal 2010 lavora per l'agenzia di comunicazione Carry On di Conegliano (Treviso).
IL FOTOGRAFO: Alessandro Scarpa
Nato a Mestre (Venezia) nel 1985, ha scattato le sue prime fotografie in occasione di un viaggio di conoscenza della realtà missionaria di Ol Moran, nel cuore del Kenya, e successivamente insieme ad alcuni amici ha organizzato e promosso nel territorio veneziano la mostra fotografica Jambo Africa Deciso a portare avanti una fotografia sociale e di denuncia, si addentrato nell'esperienza dell'Urban Exploration, genere fotografico che tratta la ricerca del bello nella decadenza dei luoghi abbandonati. Sviluppa una fotografia concettuale mantenendo viva la ricerca artistica e comunicativa in ogni suo scatto. Collabora con la rivista della San Vincenzo Mestrina “Il Prossimo” socio fondatore della onlus “Infiniti Ponti” e membro dell'Associazione culturale “Blog - Territori e Paradossi”.
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“Il male invisibile – la Bielorussia 25 anni dopo Chernobyl”, di Moreno Novello
E’ di incredibile attualità la mostra del fotografo Alessandro Scarpa che presenta gli scatti di un viaggio di solidarietà dall’Italia alla Bielorussia effettuato con il convoglio umanitario di Help for Children Onlus. Promossa dal Comitato Torre di Mestre l’esposizione dal titolo “Il male invisibile – la Bielorussia 25 anni dopo Chernobyl” trova proprio nei tragici avvenimenti in Giappone di questi giorni un importante tema di riflessione.
Non è nuovo a queste iniziative il giovane fotografo veneziano, nato nel 1985, che, oltre all’Urban Exploration, si dedica anche alla fotografia di moda sperimentando tecniche inusuali di ritratto con un occhio di riguardo alla rappresentazione “umana” dei suoi modelli. Ma è sicuramente la fotografia sociale e di denuncia il campo principale a cui Alessandro Scarpa vuole continuare a dedicare le sue energie.
Ricco di esperienze, anche di prestigio, il suo curriculum nonostante la sua giovane età:
nella missione di Ol Moran, nel cuore del Kenya il suo primo lavoro a 19 anni dal titolo “Jambo Africa!” promosso ripetutamente con diverse mostre nel territorio veneziano. Ha esposto inizialmente nella Galleria Luigi Sturzo di Mestre. Successivamente, nel 2007, all’aeroporto Marco Polo di Venezia, ed infine nella Torre Civica nel cuore di Mestre nel 2008. Lo stesso anno, nel dicembre, collabora con Nikon per la pubblicazione del reportage "Un abbraccio sfiderà Chernobyl" nella sezione Feel Nikon, trovando appoggio dalla nota marca giapponese che continua tuttora ad assisterlo nei suoi lavori. Collabora con uno studio fotografico di Mestre e con la rivista della San Vincenzo Mestrina “Il Prossimo”. E’ socio fondatore della onlus “Infiniti Ponti” e membro dell’associazione culturale “Blog – Territori e Paradossi”.
Nel maggio 2010 la concomitanza del ventennale di Help For Children, organizzazione che da oltre 20 anni promuove l’ospitalità nelle famiglie italiane a scopo terapeutico di bambini rimasti vittime delle radiazioni nucleari della regione Bielorussa (organizzazione che è costantemente alla ricerca di nuove famiglie che aderiscano all’iniziativa) e del 25° anniversario del disastro di Chernobyl, lo porta a partecipare al convoglio umanitario organizzato dalla Onlus nella regione di Gomel. Quasi naturale successivamente la realizzazione di un reportage assieme alla giornalista veneziana Francesca Bellemo con la quale pubblica il volume “Finché soffia il vento di Chernobyl” edito da Terra Ferma Edizioni.
Parlando con il giovane fotografo si intuisce subito che l'Urban Exploration è il genere a lui più congeniale. Si tratta più o meno di fare quello che molti hanno sognato da bambini, ovvero esplorare posti inusuali, abbandonati, spesso proibiti, o perlomeno posti in cui si suppone che non si dovrebbe andare. Documentare e infiltrarsi in questi luoghi abbandonati è una vera e propria arte e non necessariamente una violazione delle regole. Consiste in sintesi nel rompere le abitudini, percorrere strade diverse, esplorare la città, varcare le porte chiuse, le recinzioni, visitare i luoghi abbandonati e dispersi, documentarli al di fuori dei soliti modi, scavare nella realtà rappresentandola con una luce nuova e diversa, ma sempre nel rispetto delle norme e dei divieti, facendo naturalmente attenzione ai pericoli.
In tutto questo si è imbattuto Alessandro Scarpa durante la sua permanenza nei pressi di Chernobyl.
I suoi occhi roteando cercano nel vuoto mentre ci descrive le immagini viste nel maggio dello scorso anno, ben rappresentate dalle sue foto. Spaccati di vita , paesaggi, e soprattutto ritratti di quotidianità della gente del posto. Una natura di un verde intenso, brillante, primaverile. Gli alberi, il susseguirsi dei paesi che scorrono simili con la colonna umanitaria che li attraversa sino ad arrivare a Gomel, una cittadina che risulta sorprendentemente quasi perfetta. Pulita, ordinata, non c’è un rifiuto o una facciata di casa in disordine. Ma appena giri l’angolo ti accorgi che gran parte di tutto questo è finzione. Per cogliere la vera essenza del luogo, la luce migliore, Alessandro Scarpa sa bene che bisogna interagire con la popolazione. “Le radiazioni nucleari? Tu sai che ci sono? le vedi? Io non vedo nulla. Dicono che è tutto a posto. Io non ci penso più…”. Così risponde qualche anziano, forse anche solo per non risvegliare nella memoria i ricordi della tragedia. Nei suoi ritratti questa sofferenza viene esternata in maniera ben visibile. Soprattutto donne, su cui grava tutto il peso sociale della famiglia, del lavoro, della vita, della fatica delle incombenze a cui sono chiamate. Tutto grava sulle loro spalle. Giovani minigonne a testimonianza della bellezza e della freschezza della gioventù del luogo, della vita che continua. Anziane signore, con espressioni cupe, rugose, dove il segno del tempo e della sofferenza affiora prepotentemente appena superata la giovinezza. Bambini, dallo sguardo fisso, nella loro bellezza giovanile, a cui sembra negato il sorriso tipico della loro età. Pochi i ritratti di uomini, qualcuno in uniforme militare ricca di gagliardetti che, ci racconta Alessandro Scarpa, sembrano avere un ruolo marginale, spesso occupati in laboriose attività artigianali o, peggio, aggrappati al collo di una bottiglia sino al punto di diventare un problema tale da proibire nei supermercati la vendita degli alcolici di giorno. Infine qualche scatto tipico della località, quasi a fissare nella mente quello che i suoi occhi hanno vissuto: una casa, un edifico in rovina con la vegetazione che cresce di un verde primaverile. Luoghi apparentemente misteriosi, difficilmente accessibili agli estranei, il cui fascino magnetico dà l’impressione di essere intrappolati in una dimensione fuori dal tempo.
Anche seguendo i principi dell’Urban Exploration, fondate sulla correttezza e nel rispetto delle regole, è quasi inevitabile l’interazione con le forze dell’ordine, sempre molto presenti. Costante e visibile la loro presenza. Mai esaustive le loro risposte, qualche volta intimidatorie o minacciose nei confronti di chi cerca di osservare con una luce diversa, intensa, un ritratto apparentemente ben illuminato ma dai forti contrasti.
Il filo conduttore di tutta la mostra è evidente: la ricerca artistica nell’espressione del “fattore umano”, fattore principale, predominate su tutto il resto. In questo intento ci riesce egregiamente il fotografo documentando le storie e la realtà in maniera fortemente comunicativa con ogni suo scatto. Orgogliosamente l’autore ci anticipa che avrà presto l’opportunità e l’onore di perfezionare la sua tecnica fotografica con un modello d’eccezione: Il Santo Padre nella sua imminente visita a Venezia.
“Il male invisibile – la Bielorussia 25 anni dopo Chernobyl” termina il 3 aprile, ma i pensieri di Alessandro Scarpa sono già orientati verso il futuro con un nuovo, ambizioso progetto all’orizzonte. Dopo Kenya e Bielorussia un paese che ai giorni d’oggi non si può più definire “lontano”: la Cina.
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Intervista a Francesca Bellemo, di Claudia Meschini
Incontriamo la giornalista mestrina Francesca Bellemo, autrice di “Finché soffia il vento di Chernobyl”, un libro-reportage grazie al quale si è aggiudicata il premio “Claudio Basso” Under 35, sezione Periodici, che l'Ordine dei Giornalisti del Veneto conferisce ogni anno per riconoscere la qualità di giovani giornalisti. “Il servizio – si legge nella motivazione del riconoscimento – è un vero affresco, completo e rigoroso, che rivela una grande passione dietro lo sguardo della cronista”.
Che cosa accadde veramente quel 26 aprile del 1986 e quali sono le reali conseguenze sull’ambiente e sulla salute della popolazione ?
A Chernobyl il 26 aprile ci fu una fuoriuscita di materiale radioattivo dal reattore nucleare numero 4 che era stato danneggiato da un incendio scoppiato a causa di un test di sicurezza. Gli operatori avevano disattivato i sistemi di sicurezza e quando la temperatura cominciò a salire vertiginosamente non fu più possibile riattivarli. Errore umano, sottovalutazione del rischio, stupidità... chiamiamolo così. Si trattò della più grande catastrofe nucleare, almeno fino ad oggi. Bisogna stare a vedere cosa succede a Fukushima...
Il materiale radioattivo fuoriuscito nell’atmosfera in seguito all’esplosione nucleare si disperse nell’ambiente e, portato dai venti verso nord, colpì maggiormente quei villaggi dove nei giorni successivi al disastro piovve. Ad essere più colpita fu proprio la Bielorussia, al confine con l’Ucraina dove si trova la Centrale di Chernobyl.
Le conseguenze furono e sono disastrose, migliaia persone vennero evacuate dall’area più vicina alla centrale, intere città vennero abbandonate per sempre (come accadde alla città di Prypjat), centinaia di villaggi nella regione bielorussa di Gomel furono seppelliti per contenere le radiazioni assimilate e scomparvero dalle carte geografiche. La gente fu trasferita nei grandi centri urbani.
Ma tutto questo accadde almeno dopo tre-quattro giorni dall’esplosione, perchè inizialmente le autorità sovietiche cercarono di mettere tutto a tacere. Centinaia di migliaia di persone furono esposte ad altissime dosi di radiazioni senza saperlo e soffrono ancora oggi delle conseguenze sulla loro salute con lo sviluppo di numerose forme tumorali, disfunzioni e leucemie infantili. Ma l’emergenza sanitaria è solo all’inizio in quanto l’impatto della contaminazione radioattiva si ha a distanza anche di decenni...
Il breve periodo di tempo, circa un mese, che i bimbi bielorussi trascorrono in Italia è sufficiente a fortificare il loro fisico indebolito e a “smaltire” le radiazioni accumulate ?
L’Università degli studi di Pisa ha pubblicato uno studio dimostrando che per i bambini nell’età dello sviluppo (circa dai 6 ai 18 anni) trascorrere almeno un mese all’anno per tre anni in un territorio non contaminato consente di “smaltire” una buona parte delle radiazioni accumulate negli anni, oltre che di fortificare il fisico. Anche tornando a vivere in zona contaminata una volta seguito questo “trattamento” le radiazioni assorbite saranno minori.
Quali accorgimenti dovrebbero poi rispettare una volta tornati in patria?
I bambini, insieme alle loro famiglie, dovrebbero evitare di cibarsi con cibi radioattivi come ad esempio i funghi dei boschi contaminati. Purtroppo la situazione di grande povertà che affligge il paese costringe molte famiglie a coltivare ortaggi e a raccogliere funghi o bacche anche dove non sarebbe consentito.
Di cosa si occupa esattamente l’associazione Help for Children?
Help for Children da 20 anni si occupa di gestire l’ospitalità dei bambini bielorussi nelle famiglie italiane che aderiscono al progetto. In molte città italiane, e in particolare in Veneto, sono migliaia ogni anno i bambini che vengono accolti in casa. Si instaurano dei rapporti di amicizia splendidi che spesso e volentieri finiscono per far intraprendere agli italiani il viaggio in senso contrario, verso la Bielorussia, per andare a trovare i ragazzi nella loro casa. Il convoglio al quale ho partecipato io nel maggio 2010 era composto proprio da queste persone che hanno percorso più di 2000 km in camper per andare a far visita ai “loro” bambini, per portare viveri, vestiti e altri beni di prima necessità.
Di cosa narrano i precedenti volumi “Sulla via di Ol Moran” e “In braccio a Giovanna” ?
I miei libri sono tutti tratti da reportage di viaggi fatti insieme ad alcune associazioni di volontariato e missionari. “Sulla via di Ol Moran” racconta della realtà missionaria di Ol Moran, nella savana keniota, da più di 10 anni strettamente legata alla Diocesi di Venezia, della povertà africana, del contrasto tra la vita dei villaggi e quella delle baraccopoli nelle grandi città, dell’impegno dei nostri missionari a fianco degli ultimi. “In braccio a Giovanna” invece è ambientato in Madagascar e racconta di un viaggio realizzato nel 2009 per far visita ad una giovane mestrina che ad Ambositra ha fondato una casa-famiglia per accogliere bambini di strada, figli di carcerati e orfani. Si tratta anche in quest’ultimo caso bielorusso, di libri che sostengono dei progetti di beneficenza, quindi l’intero ricavato viene devoluto alle associazioni responsabili.
Il tuo prossimo viaggio a fini umanitari ?
Ci sto pensando, ma non c’è nulla di deciso. Solitamente l’occasione arriva all’improvviso, quando meno me l’aspetto. Ricevo una telefonata da qualcuno che mi dice “Senti Francesca, abbiamo bisogno di qualcuno che racconti di questa esperienza di volontariato....”. E io di solito non riesco a dire di no... Nell’attesa leggo, studio, mi tengo pronta. La valigia sempre a portata di mano.
“La critica di un film”, di Andrea Giacometti
Un film è una commistione di elementi che ne formano la struttura. Non può esistere film senza ognuno di questi elementi, e non può esistere un film memorabile senza che ognuno di questi elementi sia elaborato magistralmente. Questa visione comporta un’analisi del film che parte dal soggetto e arriva alla regia, sviscerando ogni singola parte del progetto filmico. E’ indispensabile che l’intero lavoro poggi le sue fondamenta su un soggetto non banale, ben intrecciato e con un finale interessante; ma non si può prescindere dalla sceneggiatura: se i dialoghi sono maldisposti, rozzi, imbarazzanti, innaturali allora non basteranno i migliori attori del mondo per risollevarne le sorti. Viceversa non è concepibile sprecare una sceneggiatura completa in ogni sua parte affidandola ad attori o registi incompetenti. I ruoli di fotografia, montaggio e riprese sono anch’essi importanti per rendere la pellicola di più facile lettura, per dare alla narrazione una migliore linearità. Infine la colonna sonora ha un ruolo fondamentale: in diversi film è quasi assente, in altri ricalca perfettamente la narrazione, in altri ancora è la narrazione che si basa sulla musica.
Non è possibile prescindere da nessuno di questi elementi, sia per realizzare un film, sia per farne un’analisi completa. La critica, a mio avviso, deve anche avvalersi di un altro strumento per contenere l’immodestia: il giudizio del pubblico; se un film non attrae o non piace al pubblico (internazionale) evidentemente non soddisfa le esigenze, formali o narrative, che il pubblico si aspetta. Se un film sui drammi di una famiglia, per esempio, tocca argomenti che al pubblico paiono inverosimili, o sviluppano un soggetto che di per sé non può accontentare una larga parte del pubblico, questo è un elemento da tenere in considerazione. Per concludere, ci tengo a sottolineare che la critica, per come la vedo, non deve dare un giudizio, ma deve analizzare un film in ogni suo aspetto (quantomeno con la cura che ne è stata data alla realizzazione) per individuarne le instabilità e i punti forti, permettendo così a fruitori e realizzatori di poter seguire dei consigli rispettivamente di giudizio (che sì compete al pubblico) e di strutturazione.
“Come interpretare un’opera d’arte?”,
di Saverio Simi de Burgis
Al momento dare delle indicazioni certe su come porsi di fronte a un’opera d’arte, suggerirne un’universale formula esegetica, risulta complesso. Innanzi tutto si dovrebbe cercare di fornire una definizione su che cosa s’intenda per opera d’arte, così com’è suscettibile a diverse interpretazioni sia per motivi cronologici che genericamente culturali. Da quando nella cultura occidentale è nata l’estetica e da quando, più recentemente, si sono istituzionalizzati gli studi storico-artistici all’interno delle università, di conseguenza si sono radicati dei criteri convenzionali per entrare nel merito di un giudizio e di una valutazione artistica comunque allineati con gli stessi metodi utilizzati in altri settori affini e che caratterizzano il sistema della cultura e della conoscenza nel mondo occidentale. Effettivamente le considerazioni di un’opera dovrebbero andare oltre i cliché omologanti in uso sia a livello delle più ricorrenti concezioni temporali (passato, presente e futuro, per esempio) che spaziale-geografico ed effettivamente nell’ambito delle differenti civiltà e popolazioni sparse nel mondo esistono più culture e forme di conoscenza in cui alcuni esiti vengono considerati con parametri di giudizio lontani e addirittura opposti a quelli più comunemente da noi condivisi. Inoltre dal XVIII secolo una certa idea di progresso scientifico, inteso da un punto di vista meramente evolutivo, si è sempre più diffusa sotto forma di un’invadente e assolutista ricerca della novità per la novità dando origine a una distorta comprensione della concezione di originalità a scapito soprattutto del valore della tradizione considerata, invece, come qualcosa di anacronistico e passatista. La concezione dell’avanguardia ha, in sostanza, troppo imperato e ha rappresentato, soprattutto nel cosiddetto concetto di contemporaneità così diffuso nel XX secolo, un quasi esclusivo modello di riferimento andando spesso a identificare l’oggetto artistico con la stessa innovazione tecnica che dovrebbe essere considerata quale “supporto tecnico” piuttosto che “fine a se stessa”, quale ambìto e compiuto risultato estetico da raggiungere. Essere in possesso di una formazione adeguata e specifica, ma allo stesso tempo rimanere indifferenti a schemi prestabiliti e convenzionali per essere effettivamente liberi e incondizionati nella lettura di un qualsiasi risultato estetico, costituisce ciò che rimane fondamentale per leggere quella che si considera ancora oggi un’opera d’arte. A conclusione di tali brevi e succinte considerazioni in cui i molti punti toccati possono implicare ulteriori valutazioni e approfondimenti, rimando a una lettura a tal proposito illuminante, forse ancora poco conosciuta e datata – risale al 1941, ma rimane decisamente attuale! - del volume dello storico dell’arte inglese-indiano Ananda Kentish Coomaraswamy, “Why exhibit works of art”, versione in italiano “Come interpretare un’opera d’arte”, con introduzione e traduzione dall’inglese a cura di Grazia Marchianò, Rusconi, Milano 1977.
“Il principio estetico”, di Paolo Meneghetti
L'estetica è la < concordanza percettiva > che sussiste nell'opera d’arte fra < un’abilità tecnica di base > e < l’espressione d’una libera poetica >. Più o meno ad intuito, per gli artisti essa diventa < l’intensità >. Il vero fenomeno estetico deve sembrarci < profondo >. Chi guarda, tocca od ascolta un’opera d’arte (ricordando che esistono la pittura, le installazioni, la musica ecc…) vi si troverà < intensamente dentro >. Ciò è ammissibile solo ed esclusivamente se abbiamo una < percezione >, dunque una < sensazione fatta dalla mente >. Chi afferma che < sprofonda >, può trovarsi unicamente in una < dimensione astratta >, senza limiti. L'opera d’arte va < vista, toccata, ascoltata ecc… con la mente >. Questa sarebbe < l’intensità estetica >. Tecnicamente, si garantisce < la profondità della percezione > mediante < la più alta risoluzione in superficie >. Qualcosa che per il pittore comporta lo studio delle velature, dei tratti anatomici, della “texture” ecc... Per un fotografo, contano massimamente le luci, e l’espressione che il soggetto in posa gli dà, sia volutamente sia senza saperlo. Parimenti, poeticamente si garantisce la < profondità della percezione > mediante < la più sintetica immaginazione dei concetti >. Ogni fenomeno estetico (un quadro, una musica, una fotografia ecc...) deve “parlarci”, lasciando un contenuto concettuale. Per l’artista, non è facile individuare quelle immagini (visive, tattili, uditive ecc...) che possano < sintetizzare > al meglio la sua poetica. Preso in se stesso, un concetto sta nella < dimensione dell’astrazione >. Qualcosa che è difficile da sintetizzare con l'immaginazione. Per l'artista, vale la soluzione che porta a “simboleggiare” il concetto entro la sua poetica. Ed in effetti il fenomeno estetico non “ci parla” mai in chiave semplicemente denotativa (informativa). L’opera d’arte richiede un simbolismo. La qualità autenticamente estetica subentra quando noi percepiamo < la più alta risoluzione in superficie > entro < la più sintetica immaginazione dei concetti >: in definitiva, l'una nell’altra (per cui è immediata la loro < intensificazione >). Se lo scienziato guarda la materia al microscopio, lui la < accentra ad imbuto >, come a ripetere il funzionamento delle spugne. Ricordiamoci che questa si rende divisibile all’infinito. Nella percezione estetica dell’opera d’arte, accade qualcosa di simile. Esiste la < profondità > della < risoluzione tecnica > dentro la < profondità > della < sintetizzazione (accentramento) concettuale >. Due dimensioni che vanno di pari passo, nella loro < fenomenologia > (ovvero: mentre appaiono nella nostra coscienza). Storicamente, si pensa che l’opera d’arte < è senz’altro qualcosa che non serve, ha almeno un elemento (un colore, una forma, una poetica ecc...) d'originalità, risulta difficile o persino lunga da realizzare, ci “parla” in via solo simbolistica >. Ma l’estetica concerne un altro problema. Essa richiede espressamente:
a) una < profondità percettiva > di tipo tecnico (sulla risoluzione)
b) una < profondità percettiva > di tipo concettuale (sull’immaginazione)
c)soprattutto, la < concordanza percettiva > dell’una sull’altra, e viceversa