15 agosto 2011, n. 9
15 agosto 2011, n. 9
CINEMA
La versione di Barney di Richard J. Lewis,
recensione di Andrea Giacometti
Barney, un vecchio ebreo canadese, racconta stancamente la sua storia: dal matrimonio con una donna che si suicida a causa sua, al secondo matrimonio con una donna che non ama, alla morte accidentale del migliore amico fino ad arrivare al terzo matrimonio, il più importante e anch’esso terminato, con la donna della sua vita.
Il protagonista rivive la sua vicenda poco prima di finire nel baratro dell’alzheimer, malattia che serve da svolta per la trama del film. Barney ripercorre infatti i suoi anni passati per raccontare allo spettatore la sua versione dei fatti in seguito alla pubblicazione di un romanzo che incrimina il suo passato.
Il film è un intreccio sapiente della comicità tipica della tradizione cinematografica ebraica e del dramma interiore, alternati attraverso una sorta di parabola ascendente e discendente: all’inizio il film è divertente, ma intramezzato da attimi drammatici che hanno un climax e prendono ampio spazio alla fine, quando domina il sentimento di commozione e pietà per il protagonista.
I personaggi sono ben strutturati, a partire dallo stesso Barney (ben interpretato da Paul Giamatti, che sa dare al protagonista la giusta aria disinteressata): pare che questo personaggio non voglia rassegnarsi al destino; pare anzi che non l’abbia mai sentito nominare. Si batte strenuamente per conquistare la donna della sua vita, ma riesce a rovinare tutto e perderla: Barney sembra saper vivere, mentre si scopre che si fa calpestare dalla vita.
L’ebraismo gioca un ruolo importante nel film: oltre ad alcuni stereotipi immancabili, l’origine ebraica è una bolla attorno a Barney, ma necessaria per instaurare il paradosso. Barney è un fumatore, un bevitore, si è sposato tre volte, non rispetta quindi la regola religiosa. Del resto però tutti gli ebrei nel film parlano solamente di soldi o di questioni legate ai soldi: la bolla che attornia Barney è la celebrazione, il rito, e non è un caso che anche suo padre, un poliziotto sboccato e inopportuno nelle occasioni sociali (e rituali, come il matrimonio del figlio) sia parte importante per la vita di Barney e che, alla sua morte, il figlio rispetti il rito ebraico della pietra appoggiata sulla lapide.
Non c’è personaggio poco credibile, non c’è personaggio inutile: tutti gli attori che hanno calpestato il set di questo film hanno avuto una parte ragionata, in una sceneggiatura supportata da un racconto estremamente interessante: si inizia a capire a metà del film che Barney ha i primi sintomi del morbo, e per tutto il suo proseguimento ci si chiede perché voglia ripassare tutta la sua vita ancora una volta. Sopravvissuto ai suoi amici, solo senza la moglie che è andata a vivere con un altro uomo, Barney desidera rivedere il film della sua vita dal suo punto di vista: in effetti la storia non ci è raccontata letteralmente, ma viene rievocata dalla mente del protagonista in occasioni particolari, cronologicamente e senza badare agli intoppi che gli sono capitati sul percorso. La morte della prima moglie, per esempio, è raccontata dal film e vissuta da Barney in modo particolarmente tragico, ma non ritorna con lo stesso tono in altre parti del film. Ciò a cui Barney tende (e la cosa interessante è che si capisce soltanto alla fine del film) è ricordare il suo ultimo rapporto, quello con l’ultima moglie: come è arrivato, come è stato vissuto, come è finito. L’unica altra svolta importante è la morte del migliore amico, che, oltre a ritornare saltuariamente nell’intera trama, permette in un certo senso una metamorfosi di Barney, che prende finalmente in mano la sua vita e conquista il suo amore. Rovinerà tutto, come si è detto, ma non poteva essere altrimenti.
La psicologia del film si incentra su una posizione assolutamente non moralistica: non è schierata dalla parte di Barney, non biasima le sue mogli, i suoi amici, i suoi figli. Ciò è permesso dalle azioni compiute dai personaggi importanti che ruotano attorno alla vita del protagonista: essi non mancano mai di ferirlo nei modi più disparati, di contro la sua immobilità ci permette di godere del film senza scomporci in giudizi: c’è un equilibrio importante tra moralità, normalità e amoralità, in questo film, che di questi tempi è rarissimo trovare.
Indice
CINEMA “La versione di Barney” di Richard J. Lewis, recensione di Andrea Giacometti
MOSTRA “Repertorio ornamentale” di Enrico David, articolo di Paolo Meneghetti
MOSTRA
“Repertorio ornamentale” di Enrico David, articolo di Paolo Meneghetti
La parola che resta a galla della comunicazione

(photo courtesy to Studio Pesci)
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“Untitled” (2010)